Chris Ware tumblr

Notiziola per feticisti: in effetti non poteva mancare (unofficial), qui.

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Festa della mamma con Chris Ware

La copertina del nuovo numero del New Yorker, firmata da Chris Ware:

Foster Wallace e il fumetto: aneddoti (e due note)

La scomparsa prematura di David Foster Wallace, uno degli scrittori più insopportabilmente dotati degli ultimi vent’anni, è stata oggi ricordata da più parti (avrebbe compiuto 50 anni), e rilanciata dall’hashtag su Twitter #DFW50, grazie al giornalista Daniel Robertson, che ne ha scritto per Salon.

In un fumetto di qualche mese fa, John Campbell era riuscito a sintetizzare l’approccio alla scrittura di Foster Wallace con una brillante soluzione grafica (per la serie “saper fare buon uso del lettering”):

Un altro fumettista, Blake Brasher, era invece riuscito a esprimere in una strip un’esperienza comune per i lettori posti di fronte alla proliferazione di note nei testi di Wallace:

Di Foster Wallace non conosco relazioni dirette significative con il fumetto (al di là del rapporto con un autore ‘minore’ come Tim Krieder, raccontata dallo stesso qua). Ma il suo lavoro ha certamente segnato diversi autori della scena fumettistica – soprattutto americana – degli ultimi anni, da Dan Clowes a Jonathan Lethem (eh già).

Peraltro, e senza parlare di influenza, sarebbe interessante discutere anche alcune analogie più ampie, che mi sembrano collocare Foster Wallace nello stesso alveo culturale di certo fumetto della stessa generazione. Penso in particolare a due aspetti relativi, diciamo, alle “tecniche di storytelling”:

  • come Wallace, anche un autore come Chris Ware (assai diverso per contenuti) ha fatto un uso distintivo e potente di quel bizzarro “device narrativo” che sono le glosse/note. Un elemento di poetica che, in entrambe, ha rappresentato uno strumento per lavorare sulla crescente difficoltà di una comunicazione autentica e efficace in un’epoca di proliferazione dei paratesti, overflow informativo, eccetera.
  • come Wallace, lo stesso “fenomeno graphic novel” è stato un esempio della radicalizzazione di un tema – in epoca di “crisi del romanzo” – solo apparentemente secondario: la “lunghezza” del racconto, e le dimensioni dell’oggetto-libro. [e qui, per me, ha vinto il fumetto: 900 pagine di graphic novel suonano ‘troppe’, ma mai ‘troppe’ come Infinite Jest…]

Due dettagli, certo. Ma che mi sembrano d’aiuto, quantomeno per mettere ordine tra fenomeni espressivi e editoriali – il “caso Wallace” e il graphic novel contemporaneo – raramente osservati insieme.

PS Da domani, finalmente, proverò a smaltire un tot di post arretrati. A partire da una domanda che mi hanno fatto in diversi: i libri che mi hanno colpito durante l’ultimo festival di Angouleme.

Cos’è un autoritratto (secondo Chris Ware)

Che cos’è un autoritratto – o almeno, che cosa significa per un fumettista come Chris Ware? Osservando il suo più recente lavoro del genere, direi (almeno) tre cose:

> Sintesi

Per un disegnatore come Ware, vuol dire innanzitutto massima asciuttezza del segno. Che non significa naturalmente solo bianco e nero, e ‘linea chiara’ (anzi chiarissima), ma qualcosa di più (anzi di meno): significa una sua riduzione alla geometricità delle forme, e a una sorta di rappresentazione visiva essenziale, diagrammatica, quasi info-grafica.

> Identità

Inevitabilmente l’autoritratto si offre anche come autoriflessione sulla propria condizione e sulle proprie caratteristiche. Da un lato quindi il descriversi di Ware come parte di un insieme di elementi: una famiglia (per un quasi-sociopatico, un bel traguardo individuale), il cui maggiore risultato – un figlio – è sottolineato dalla presenza della sola, minuscola macchia di colore rosso. Dall’altro, il sottolineare di sé la centralità del cervello, come a riconoscersi un individuo tipicamente ‘mentale’, cerebrale.

> Genealogia

Per un autore per certi versi ossessionato dal passato come Ware, autoritrarsi significa descriversi come co-costruito – formato – da un insieme composito di influenze culturali, estesosi e modificatosi nel tempo, entro cui collocarsi per riconoscersi: fumettisti, artisti, architetti, musicisti, registi, scrittori, grafici, attori, illustratori, e un gruppuscolo di varia umanità.

via Mono – Kultur blog

Chris Ware e la memoria come restauro (del ragtime)

Disegnare copertine di dischi/cd è un mestiere piuttosto comune, per diversi disegnatori. Ma un conto sono i lavori motivati dalla richiesta a un autore di elaborare un bel design da associare a un dato stile musicale. Un altro, quelli che testimoniano la consonanza tra un’opera musicale e il progetto artistico (narrativo e estetico) di un fumettista.

Una recente copertina realizzata da Chris Ware – per Treemonisha di Scott Joplin – mi sembra rientrare in questo secondo e più raro gruppo. Per due ragioni.

La prima è l’interesse di Ware per il periodo (gli anni ’10 del Novecento) da un lato, e più in generale per il ragtime. Non è forse troppo noto, ma l’autore di Chicago è un fervente amatore e collezionista di musica – e feticci – ragtime. Al punto da avere creato qualche anno fa una rivista aperiodica dedicata al tema, da lui anche (e splendidamente) disegnata: il Rag Time Ephemeralist.

La seconda ragione è che il cd in questione non è un’opera qualsiasi. Si tratta infatti di uno dei lavori più complessi di Scott Joplin. E in questa nuova edizione, Treemonisha è interamente ricostruita nell’orchestrazione (i cui materiali originali vennero distrutti nei primi anni 60), per rendere l’idea il più possibile fedele di come sarebbe stata suonata in una sala da concerto dell’epoca.

E questo secondo punto mi pare assai indicativo, perché illustra perfettamente un tratto della prospettiva artistica di Ware. Ovvero il tentativo di guardare al passato non solo per indagarlo e celebrarlo, ma per ricostruirlo. Anzi, potremmo dire quasi per “ricostituirlo”: un’operazione, insomma, di restauro della memoria. Un discorso che passa per la musica, oggi, così come da tempo attraversa il lavoro nel suo fumetto.

via D&Q

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