La vera candidata

Della campagna elettorale di Zahra, in Iran, mi pare di capire che in Italia si sono occupati finora Repubblica Sera e Il Mondo, ma non il mondo del fumetto. Eppure Zahra è proprio un fumetto: è la protagonista di Zahra’s Paradise, un graphic novel di due autori iraniani che racconta la straziante vicenda – ispirata a fatti reali – di una madre in cerca del figlio, arrestato (e ucciso) dalla polizia del regime iraniano.

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Il graphic novel tornerà fra poche settimane in circolazione, nella collana Graphic Journalism del Corriere. Peraltro, non fatevi ingannare – come accadde a me, quando uscì la sua prima edizione – dallo stile realistico tradizionale, e dalle sue incertezze un po’ naif: Amir e Khalil, per quanto “fumettisti improvvisati”, giocano molto bene la loro partita creativa, sul filo di un’immaginazione poetica, nei testi e nelle metafore visive, tutt’altro che comune. Difficile non ritenerllo una lettura emozionante e commovente.

Vote4Zahra, invece, è la campagna elettorale immaginaria che vede Zahra candidata alle prossime presidenziali in Iran (14 giugno). Zahra è una candidata ideale in un doppio senso: perché eroina idealizzata del graphic novel iraniano più noto di sempre (dopo Persepolis, certo); ma anche perché simbolo femminile perfettamente contemporaneo, in un paese che impedisce alle donne tante, troppe cose. Incluso candidarsi e correre per la carica di Presidente della Repubblica.

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Per quanto fittizia, e con l’aggravante del fumetto – che di “candidati immaginari” ne sforna a ogni tornata elettorale (dagli USA all’Italia), ma quasi sempre in forme e toni tra il ludico, il nerd e l’infantile – la campagna di Zahra è costruita in modo serio e credibile. La madre dello scomparso Mehdi si presenta con una vera e propria piattaforma elettorale, un programma politico che mette al centro alcune questoni chiave: democrazia, abolizione della pena di morte, liberazione dei prigionieri politici, e parità fra uomini e donne.

Il risultato? Vedremo. Ma già ora, vedere tante ragazze, donne – e uomini, e ragazzi – postare proprie foto con in mano i “volantini elettorali immaginari” di Zahra, da Teheran agli Stati Uniti all’Europa, beh, è una di quelle piccole grandi cose nutrienti, che fanno risplendere la rete:

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La dichiarazione finale di Zahra, con richiesta di voto agli elettori:

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Per seguire la campagna, c’è anche Twitter.

[Nel frattempo…] accadde in febbraio

Toccato il record di blog-assenza, un breve riassunto. Per segnalare almeno alcune delle cose di cui avrei voluto scrivere (se il temporaneo pendolarismo non mi avesse tolto il tempo per farlo). Prima di tornare a postare come si deve, dalla prossima settimana.

– C’era una volta (un mese e mezzo fa) il festival di Angouleme. Un’edizione memorabile soprattutto per il clima di crisi (dettaglio: sorprendente delusione per l’allestimento della mostra su Uderzo, il più mediocre del decennio, tra le grandi mostre monografiche nella sede della Cité) e l’atmosfera da “fine di un ciclo” generazionale, che apre interrogativi sul complicato futuro che attende la manifestazione più importante d’Europa. Anche se non ne ho scritto qui come avrei voluto – mi sono pure preso una bella influenza – ho fatto in tempo a scriverne per Scuola di Fumetto, in edicola a marzo.

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una delle novità più interessanti di questa edizione, Jim Curious

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tra le chicche, Peter Maresca ha presentato un’anteprima della più bella antologia sul fumetto USA “delle origini” mai vista

– Un po’ per caso un po’ per logica conseguenza di discorsi fatti con un autore (italiano), in quei giorni angoumoisini si è palesata un’idea che non mi aspettavo: l’idea di fare un fumetto. Per ora solo un’idea condivisa (a tre teste). Ma se smetterà di sembrarmi una di quelle follie che prendono forma durante i festival, c’è la possibilità che si passi dalle parole ai fatti. Non aggiungo altro al momento, ma se mai vedrà la luce sarà un “divertissement da fumettologo”, naturalmente.

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a proposito di fumettologi, il quipresente (a sinistra, T. Smolderen) mentre mostra un certo volume a certi fumettologi stranieri (il solito raduno della Platinum List, insomma)

– Intorno al 10 febbraio sono tornato a Angouleme. Sì, proprio quella cittadina che, a pochi giorni di distanza dal festival, pare l’ombra di sé stessa. Obiettivo, il solito corso di Storia del fumetto italiano agli studenti dell’EESI. Che anche questa volta mi ha riservato una sorpresa. Non solo le iscrizioni al biennio specialistico in Fumetto sono costante crescita, ma continuano a aumentare gli iscritti stranieri. E quest’anno ho trovato in aula ragazze e ragazzi provenienti da Libano, Messico e persino dalla Cina. Giovani la cui cultura del fumetto italiano è minima (Crepax, Pratt, Manara, Toppi e…Fior; niente Tex, niente Disney, niente Pepito, Igort e Gipi solo in parte). Insomma: un bel sintomo dell’inarrestabile internazionalizzazione ella cultura fumettistica, e un’appassionante sfida di docenza.

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il sarcasmo laicista francese, proprio in quei giorni, al suo meglio

– Ma l’esperienza più intensa di questo mese l’ho fatta a Milano. Perché la prima Winter School in “Operatori editoriali per il fumetto e il graphic novel” – in Università Cattolica e IULM – è stata una delle faticacce più belle tra le mie docenze fumettologiche, grazie alla partecipazione calorosa degli allievi e alla generosità dei docenti che sono si sono alternati nella settimana di presentazioni, case histories, testimonianze. Alla faccia – sia detto con rispetto – dei giovani artisti francofoni della settimana precedente, sono davvero felice di avere avuto studenti italiani tanto preparati e motivati. E continuo a ritenere che il rapporto tra mondo del lavoro e mondo della formazione, anche nel fumetto, meriti di svilupparsi ancora di più. Per consentire alle competenze di formarsi ed esprimersi in modo meno frammentario. E per superare la fragilità delle logiche ‘storiche’ di cooptazione professionale, ancora troppo orientate al fandom.

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Gipi in versione docente (un po’ emozionato, un bel po’ emozionante)

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alla vecchia maniera, “foto di classe”

– Durante quella stessa settimana, ho pensato di approfittare della concomitanza con la Social Media Week per mettere in piedi una chiacchierata con Makkox, Rrobe e Zerocalcare, visto quanto tempo perdono la loro competenza sui social media. Il risultato è stato non solo l’incontro più riuscito -dicunt- del festival, ma uno dei più partecipati talks che ricordi, tra quelli cui ho assistito in contesti non editorial-fumettistici. Come se non fosse bastato a stupirmi trovare una sala di Palazzo Reale strapiena per ascoltare di fumetto, e seguire il crescere dei tweet che stava portando #SMWmilan in trending topic, Makkox ha strappato a me e a tutti un applauso, grazie a una zampata da autentico “animale del web”: rimasto a casa per una banale influenza, ha seguito in streaming l’incontro, postando vignette di commento a quanto stavamo dicendo. Immersi in una specie di flusso da “social tv” – ma con noi in mezzo – ci siamo davvero divertiti.

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Come ho scoperto che Makkox era ‘presente’

– Chiusura di settimana – ormai quasi 10 giorni fa – con Bilbolbul, il festival cosmopolita per eccellenza, tra i grandi eventi fumettistici in Italia. Un festival che ha vissuto la sua edizione più jellata di sempre, ritrovandosi a cadere sotto elezioni e sotto una notevole coltre di neve. Eppure, non ha minimamente perso in energia. E il programma di mostre e incontri, se possibile ancor più ampio delle edizioni passate, non ha quasi mai faticato a riempire le diverse location. Forse proprio grazie all’intensità del suo progetto: votarsi non alla logica delle presentazioni editoriali, ma a quella della discussione tra persone differenti, per estrazione culturale come per provenienza geografica. E per quanto mi riguarda, gli incontri che ho condotto con autori austriaci, tedeschi, norvegesi, americani mi hanno lasciato – ancora una volta – quello strascico che solo i festival riusciti riescono a imprimere: il senso dell’energia che circola (anche) in questo settore.

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una buona sintesi della jella climatica

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un dettaglio dall’ultimo evento del festival: l’inaugurazione della stanza (c/o hotel Cappello Rosso) decorata da Alessandro Baronciani

– altro festival, altra idea di libro. Un saggio da scrivere a due mani, con una persona con cui da tempo aspettavo di fare qualcosa, se solo si fosse presentata l’idea giusta. Che è arrivata. E con calma, mettiamo nel cassetto anche questo progetto.

– al rientro, le elezioni sono andate come sono andate. Ovvero, paradossalmente. E una delle incarnazioni più nitide del clima caotico, imprevisto, dominato dallo sbalordimento per la crisi dei partiti tradizionali e per il successo dei dilettanti-allo-sbaraglio, è venuta da Gipi. Non tanto con la copertina di Internazionale di quel fine settimana, quanto con la folleggiante diretta (circa 10 ore) da casa sua il lunedì pomeriggio&sera, passata in streaming sul sito di Internazionale. Una maratona elettorale quanto mai straniante. In cui Gipi, invitando amici (tra cui i fumettisti Emiliano Pagani e Daniele Caluri) a ritrovarsi per seguire e commentare l’evoluzione dello spoglio, è riuscito a produrre una versione surreale di quel che avviene abitualmente in tante case: caciara, cretinerie, polemiche, slanci di immaginazione, risate. Un “programma” paradossale, per una serata altrettanto -alquanto- tale.

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un frame dall’inizio del collegamento, con Gipinocchio in webcam

– tornato alla normalità, ho ripreso anche uno dei lavori in corso di questo periodo: l’edizione italiana del volumone 1001 Comics to read before you die (ne parlai qui). L’editore sarà Atlante. E oltre alla traduzione, ci saranno modifiche e integrazioni (più voci “italiane”) rispetto all’edizione originale UK. Un lavoro tosto, condiviso con una bella squadra di traduttori e collaboratori iper-competenti. Ma ne riparleremo a tempo debito.

– E infine: è iniziato il lavoro per la collana di Graphic Journalism in allegato al Corriere. Ah, già: anche di questo riparleremo al momento giusto (Aprile si avvicina).

Poi c’è il resto. E Febbraio è finito. Evviva.

Bersani = Batman (in un ennesimo meme)

Il gruppo informale di “militanti digitali” del PD Trecento Spartani (altre info qua) ha diffuso in questi giorni un meme. La cui ispirazione è fumettistica: una serie di cartoline infografiche in cui si immagina un Bersani come Batman, e i suoi avversari alle prossime elezioni politiche come fossero i tipici villains di Gotham City:

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Cosa ne penso? Che si tratti di un divertissement tanto futile quanto ben fatto.

Quello che mi pare interessante osservare, però, è che si tratta dell’ennesimo episodio di una sorprendente tendenza degli ultimi anni, nell’immaginario della politica italiana: i ripetuti riferimenti a Batman (da Batman-Moratti a Batman-Fiorito) e ad altri supereroi. Il che, se pensiamo a quanto (poco) vendano i fumetti di supereroi, in Italia come altrove, potrebbe persino stupire.

Tuttavia sappiamo bene come il cinema abbia rimesso al centro dell’immaginario contemporaneo i character supereroistici. E la generazione dei ‘quarantenni’ oggi al potere nella comunicazione politica (inclusi alcuni politici, responsabili comunicazione, e giornalisti che immaginano le campagne, o che pensano alle metafore per descrivere certi fatti o comportamenti) ha potuto così rispolverarli dal proprio bagaglio di simboli pop adolescenziali.

Quel che continua ad accadere è quindi qualcosa che pochi anni fa sarebbe parso esclusivamente naif (o mediocre), e invece oggi pare naturale, persino banale: fondere una politica sempre più pop con alcune icone “per antonomasia” di un immaginario pop. I supereroi come simbolo esemplare, emblematico, leggendario di un’ironia pop che mescola toni retro’ e tendenze attuali. I supereroi, insomma, come una delle “regole del gioco metaforico” dei nostri tempi di crisi, di rincorsa delle nostalgie generazionali, di cittadini-consumatori consapevoli della finzionalità dei propri ‘eroi’ (fumettistici-e-politici).

Un piccolo sintomo di quel che si muove nella pancia dei simboli condivisi, su cui sarebbe utile (tornare a) riflettere. Un po’ per dire con chiarezza che l’epoca dei supereroi come “miti d’oggi” è finita per sempre: secolarizzati e de-costruiti, più che mitologie sono oggi delle commodities (splendidamente) decorative. Per dirla con un’espressione intellettual-giornalistica, più estetica che etica. Ma un po’ anche per comprendere che questa moda dei supereroi ‘arruolati’ nell’immaginario politico finirà, prima o poi. Sebbene debba confessare una sensazione: credo ci accompagnerà ancora per diversi anni. E in Italia più che altrove, vista una certa, comprensibile incompatibilità della politica con le icone fumettistiche nostrane.

Antica satira (e propaganda) elettorale, disegnata

Mentre preparo qualche lezione per gli studenti all’EESI di Angouleme, spulciando fumetti di un secolo fa, capita anche di imbattermi in testate dimenticate. Come Il Bastone, settimanale clericale e antisocialista, nato (nel 1907) per contrastare fogli più fortunati – e schierati a sinistra – a partire da L’Asino.

In una copertina datata 100 anni fa, Il Bastone metteva una gag in due vignette – senza troppa arte – che paiono funzionare ancora oggi. Un po’ perché la satira efficace, ancorché mediocre, resiste al tempo; o forse perché le campagne elettorali italiane continuano a presentare alcuni elementi e temi ricorrenti, non smettendo mai, almeno in parte, di somigliarsi.

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Tuttavia, qualcosa pare invece irrimediabilmente lontano. Il disegno. Me lo ha ricordato un libretto di pochi anni fa, che mi è ricapitato in mano in questi giorni un po’ per caso, ma che credo andrebbe riguardato a ogni elezione politica nostrana. Insieme naturalmente allo splendido progetto Manifesti politici della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, che ho compulsato con piacere. Anche semplicemente per scavare nell’archeologia dell’illustrazione (di propaganda) italiana, e ricordarsi – come è accaduto a me – dei diversi usi dell’immagine disegnata anche nella comunicazione politico-elettorale in Italia.

Penso ad alcune forme comunicative propriamente cartoonistiche (qui con un certo character assai rosso, barbuto e pop):

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O ad altre soluzioni, più enfatiche e monumentali, su temi – talvolta – identici a quelli attuali (e qui penso a Vendola o Casini):

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Penso anche ad alcune belle trovate grafiche:

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Ma anche a più dimesse invettive e libelli:

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Per non dire di fumetti e pseudo-fumetti. Come questo, datato 1951):

demo-comuniO questo Jacovitti del 1953:

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E su tutte, un classico a fumetti: Pinocchio. Ma non uno qualsiasi. Un Pinocchio arruolato nel 1948 in funzione anti-comunista e, allo stesso tempo, anti-capitalista. Opera di un Comitato Civico milanese che all’epoca si voleva catolico e quasi “terzista”. L’intera pubblicazione è disponibile, nelle sue 6 kitschosissime tavole, qui.

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Linea politica (by Quino)

Forse avrete già visto questa tavola. Ma ci sono classici e classici. E questo è uno classicoclassico:

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