Il graphic novel romantico di Roy Lichtenstein

Non è uno scherzo, ma un libro reale: un centinaio di pagine, in cui i disegni di Roy Lichtenstein raccontano la vita di un aspirante artista e la sua storia d’amore con Vicky, classica “girl next door”.

Si intitola Brad ’61, e il punto è che si tratta di un lavoro di détournement, realizzato accostando le celebri tele di Lichtenstein in una sequenza creata ad arte, e in cui lo sviluppo della trama è affidato a semplici didascalie collocate in testa ad ogni pagina, che offre così un nuovo senso alle immagini del pittore.

L’autore è Tony Hendra, ex editor del National Lampoon, e il libro è del 1993. La storia d’amore si sviluppa in sequenze come questa (tre pagine consecutive):

Persino la tela più celebre dell’artista, Masterpiece (1962), acquista un nuovo significato, rappresentando i sogni di gloria del protagonista:

Il lavoro di Hendra pare l’altra faccia di quello svolto da David Barsalou con il suo ormai celebre progetto Deconstructing Lichtenstein. Ovvero: capovolgere, decostruendolo, il senso dell’opera di uno dei più influenti artisti del Novecento. Non tanto però per svelarne il ‘segreto’ del processo produttivo, ma il segreto del suo ‘sapore’ immaginifico.

Partito da storie di azione e romanticismo senza troppe pretese, con Brad ’61 Lichtenstein ad esse ritorna. Non senza ironia, direi.

Il bacio lgbt del vicino è sempre più (Lanterna) verde

Negli ultimi mesi, tra lanci di agenzia, pezzi in cronaca/costume (e fotogallery online) e commenti della stampa specializzata, se ne sono sentite. Mi riferisco alle notizie sui coming out nel fumetto mainstream americano. In cui tra baci (del Lanterna Verde ‘originale’ Alan Scott) e matrimoni (di Northstar, membro degli X-Men) gay, diversi personaggi di fumetti più o meno noti hanno catalizzato l’attenzione della stampa nazionale sulle ‘scene’ in cui si rivela il loro orientamento omosessuale. Un esempio:

Un mese fa, in Italia, una serie piuttosto nota come Nathan Never ha ospitato una scena in cui, per la “prima volta” nel fumetto popolare Bonelli, un personaggio femminile bacia un’altra donna. Si tratta di Legs:

L’orientamento lesbico di Legs Weaver, in realtà, non è una novità. Ma se in passato il riferimento era stato limitato ad allusioni sottili, abbracci o baci fuori campo, l’episodio di NN 254 ha proposto la rivelazione più frontale: un bacio appassionato.

La domanda sorge spontanea, diceva il (tele)saggio: perché mai la stessa stampa che ha dato risalto a quei characters, noti in Italia a un pubblico ben più ristretto dei lettori Bonelli, non ha ripreso la notizia con pari enfasi?

Proviamo. Con quattro risposte possibili:

  1. Bonelli Editore non ha spinto la notizia, in ossequio alla tradizionale politica assai poco marketing-oriented
  2. se alla stampa generalista e (purtroppo anche) a quella specializzata non arriva la pappa pronta di un buon comunicato stampa, in Italia ancora si fatica a “costruire notizie” intorno a prodotti fumettistici
  3. un bacio gay/lesbico, in Italia, non fa notizia perché viviamo in un Paese talmente sereno sul tema che suvvìa: cosa volete che sia?
  4. un bacio gay/lesbico, in Italia, non fa fino che faccia notizia perché viviamo in un Paese che ha ancora qualche problemuccio a dare visibilità a questo tema

Una sola di queste quattro risposte mi lascia perplesso. Chissà quale?

via Valeriano Elfodiluce

Watchmen, da adulto a “per adulti”

Del dibattito di mesi fa tra i delusi e gli entusiasti per l’operazione Before Watchmen, alla luce di quanto sta mostrando la “tanto attesa” saga, credo rimarrà ben poco. E quel poco che resterà, temo, non avrà un bell’aspetto.

Il numero 2 della miniserie Before Watchmen: Nite Owl è uscito nelle fumetterie qualche giorno fa, in modo abbastanza sorprendente: avvolto in una bustina di plastica. Contiene disegni realizzati, in parte, dal recentemente scomparso Joe Kubert. Ma soprattutto contiene scene (nudo + sadomaso) che spiegano la presenza del packaging:

C’era una volta Watchmen, il fumetto che aveva reso ‘adulto’ un filone fino ad allora ritenuto solo innocuo intrattenimento per ragazzini. C’è oggi Before Watchmen, che tenta di presentarsi come altrettanto adulto, cercando di riconvocare in libreria i lettori di quell’opera – nel frattempo, 25 anni dopo, diventati giocoforza ben più che adulti.

E quindi? Ci si lascia andare: scene di sesso sfrontate. Per poi frenarsi: meglio imbustare il fumetto. Meglio tenere gli occhi dei ragazzini lontani, da quelle scene.

Come ha giustamente notato Santiago Garcia, “non crederete mica che a un ragazzino possa interessare Before Watchmen? Credete davvero che in fumetteria, oggigiorno, entrino minorenni?”:

La parte più divertente è che l’argomento di un’altra miniserie di Before Watchmen, Minutemen, ruota proprio intorno alla tensione tra l’immagine commerciale dei supereroi come icone infantili e il suo collasso nel confronto con un approccio realistico. Così che in Minutemen, quello che sembrava un metacommento al Watchmen originale può ora essere inteso come un metacommento alla sua miniserie contemporanea, Nite Owl.

La consapevolezza della straordinaria, rivoluzionaria maturità di Watchmen, motivazione decisiva per la creazione – e la legittimazione sociale – di Before Watchmen, si scioglie quindi in una riaffermazione dell’identità infantile del fumetto. Eterogenesi dei fini. Esemplare.

Il paradosso è che, ormai, questa affermazione è poco più di un’illusione. Figlia di una coazione a ripetere (una certa visione del core della cultura fumettistica), presente persino nel territorio del fumetto revisionista.

Come in un assurdo gioco di specchi, la supposta riaffermazione della potenza trasformativa di Watchmen diventa il suo contrario: il sintomo della perdita della capacità di praticarla, la trasformazione. Come scrive Garcia:

Before Watchmen potrebbe finire per essere l’immagine più fedele e vivace della crisi (definitiva?) che vive oggi il fumetto di supereroi mainstream.

Fumetto d’autore con distinguo (di diritto?) d’autore

La notizia sarebbe di qualche mese fa. Ma il caso è uno dei più paradossali mai visti nella storia dell’editoria di fumetto, e vale la pena presentarlo: la pubblicazione in Francia di Gringos Locos. Perché un simile conflitto tra editori/autori/detentori dei diritti, e la relativa soluzione trovata per mediare in questo conflitto, ha qualcosa di unico.

Gringos Locos è una commedia che narra una vicenda realmente accaduta, particolarmente importante nella storia del fumetto francobelga. I protagonisti sono tre dei maggiori fumettisti belgi: Jijé (Joseph Gillain), André Franquin, Morris (Maurice De Bevere). La vicenda è il loro viaggio nel 1948, insieme alla intera famiglia di Jijé (moglie e tre bimbi), negli Stati Uniti e in Messico. Un’avventura avvolta per anni da un’aura “leggendaria”. La trama:

Preoccupato per l’avanzata del comunismo in Europa, Jijé decide di lasciare il vecchio continente con la sua famiglia. Anche Franquin e Morris decidono di seguirlo, e tutti insieme arrivano a New York nel 1948. Dopo avere comperato una vecchia Ford Hudson, attraversano gli Stati Uniti dalla costa orientale a quella occidentale, con la speranza di essere assunti ai Disney Studios. Una pia illusione, all’epoca in cui Disney era impegnato più a licenziare che ad assumere. Vedendo il proprio visto turistico vicino alla scadenza, Gillain decide di stabilirsi per qualche mese in Messico con la sua famiglia, ben presto raggiunto da Franquin e Morris.

Quel viaggio, cementando le relazioni tra alcuni dei più influenti autori del fumetto degli anni 40/60, divenne una sorta di “mito fondatore” per i tre, che spesso presero a riferisi ad esso nelle conversazioni tra colleghi o con i giornalisti. Un’esperienza che avrebbe potuto dare luogo ad un what if… dalle conseguenze perfette per fantasticare: l’assunzione come animatori Disney. Un Eldorado che gli fu negato (e dall’America i tre continuarono a inviare tavole destinate al Journal de Spirou). Ma quell’esperienza da emigranti scapestrati, quasi incapaci di parlare inglese, influenzò comunque moltissimo gli autori, sul piano artistico come su quello biografico: Jijé restò negli USA per due anni, Morris ben sei (e proprio a New York incontrerà René Goscinny, con cui creerà Lucky Luke).

L’unicità del libro non è però tanto nel contenuto, ma in quanto accaduto al momento della pubblicazione in volume. Dopo essere stato pubblicato a puntate su L’Immanquable, poi in Spirou, e (in parte) sul quotidiano Le Soir, il fumetto era stato ristampato in volume alla fine del 2011 (tiratura: 35.000 copie), pronto per essere presentato al festival di Angouleme. Se non che, leggendolo su Le Soir, gli eredi di Jijé hanno ritenuto che il padre non ci facesse una buona figura; analoga opinione la figlia di Franquin. E pur in assenza di qualsivoglia reato (nessun copyright infringement, nessuna diffamazione), visto il peso delle opere di Jijé/Franquin/Morris nel proprio catalogo, il libro viene bloccato da Dupuis.

Ne nascono incontri, discussioni, mediazioni tra editore ed eredi. E il risultato è che il libro esce quattro mesi dopo, ma all’interno contiene un “corpo estraneo”:

Si tratta di un inserto, un quadernetto di 12 pagine incollato alla terza di copertina. Contiene brani delle interviste ‘contrariate’ rilasciate alla stampa da Isabelle Franquin e da Laurent Gillain, e una lunga intervista a Benoit Gillain. Gli eredi dicono di “non riconoscersi”, contestano la presenza di certe espressioni colorite di Jijé, e mettono sul tavolo altri ricordi – diversi – sia sul viaggio stesso, sia più in generale sul carattere dei personaggi. E detto sinceramente, da lettore (italiano) cui la veridicità dei dettagli interessa, pur non essendo il solo punto, l’impegno degli eredi pare concentrato non tanto a contestare certe ricostruzioni, quanto nell’offrire il proprio ritratto dei genitori: agiografia pura, e di scarsa utilità.

Per Yann uno smacco spiacevole: da ben 30 anni aveva raccolto materiali su quella vicenda; ne aveva preventivamente discusso con gli stessi eredi; il tono da commedia e lo stile caricaturale volevano essere un segno della evidente natura finzionale, ed affettuosa, del racconto.

Per l’editoria di fumetto, un caso più unico che raro: andare in libreria significa, in questo caso, sottomettersi a una prepotenza dei detentori dei diritti che non è tanto economica, quanto simbolica. Un controllo della memoria che si prende la libertà di dettare una “linea corretta” nella produzione di mitologie storiche. Facendo confusione tra testimonianza e rielaborazione emotiva.

Che agli eredi sia consentito esprimersi come più aggrada sulla propria memoria, non si discute. Ma che questo dia luogo a un “diritto” – droit de réponse ha scritto l’editore – pare invece stupefacente. Persino inaccettabile, se comporta una ritorsione verso gli autori/editori, e una invasione di campo – con quel bizzarro corpo estraneo – all’interno del libro stesso.

Resta il fatto che Dupuis, per tutelarsi, ha compiuto un gesto di sottomissione ai desideri degli “aventi diritto” quanto mai originale e discutibile, dando luogo a quello che alcuni sperano non diventi un brutto precedente. Mentre gli eredi, dimostrando la fragilità delle proprie rimostranze (alcune delle quali persino smentite dai fatti), hanno ottenuto un effetto paradossale: una figuraccia per sé, più che una difesa della memoria dei propri genitori.

In provincia con Gipi

Comunicazione di servizio, per chi fosse già rientrato dalle vacanze: domani il Collecchio Video Film Festival inaugura una rassegna dedicata a Gipi. Con proiezione de L’ultimo terrestre, selezione dei suoi cortometraggi, una mostra di tavole originali, e una chiacchierata insieme a Fabio Genovesi (e al sottoscritto).

Si tratta di un piccolo festival di cinema con una bella idea: promuovere il cinema antropologico e sociale indipendente, attraverso un concorso per esordienti. Accanto a questo, i ragazzi dell’associazione culturale Bomba di Riso ospitano ogni anno un cineasta/artista già affermato (due anni fa toccò ad Altan, per esempio), un po’ per ribadire anche nel contesto documentaristico il principio della contaminazione, un po’ per sottolineare la sensibilità antropologica di certi grandi talenti, un po’ per aiutare la visibilità della vetrina per gli esordienti.

La scelta – fatta con i ragazzi di Bomba di Riso – per progettare la mostra e la chiacchierata (e che mi ha portato a pensare a uno scrittore acuto e pimpante come Fabio Genovesi) è stata quella di mettere al centro lo sguardo di Gipi sulla provincia. Ma da un punto di vista meno ‘frontale’ del solito: mi piaceva l’idea di soffermarsi, per una volta, sugli elementi fantastici presenti nelle sue storie. Che all’apparenza stridono con l’immagine di un Gipi narratore ‘della realtà italiana’. Eppure funzionano e svolgono un ruolo importante: quello di sponde immaginifiche che riescono a “dire”, con un surplus irrazionale, la piccolezza – simbolicamente potente – della realtà di provincia.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: