[1001 fumetti] Shisso Nikki

Come dicevo ieri, iniziamo con la pubblicazione in anteprima di alcune schede tratte dal volume 1001 Fumetti. E seguendo il criterio promesso – solo opere inedite in Italia, tanto ignote quanto interessanti e curiose – iniziamo dal Giappone, con il misconosciuto tranche de vie di un autore di manga notissimi e ultrapop (Pollon, Nanà), qui alle prese con un tragico cortocircuito tra carriera, condizione psicologica e creazione narrativa.

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Shisso Nikki, 2005 (traducibile in italiano come: Diario di una scomparsa), pubblicato da East Press (Giappone).

L'edizione in lingua inglese

Copertina dall’edizione in lingua inglese

Hideo Azuma ha un curriculum artistico senza dubbio unico. Dopo il successo della commedia soft erotica Futari to 5-nin, serializzata sul settimanale Shonen Champion, le sue illustrazioni di genere bishojo (“belle ragazze”) diventarono popolari tra gli otaku, spingendolo al lancio di una serie porno umoristica. Con Fujori nikki, pubblicato sulla rivista eroticomica Kiso tengai, l’autore sviluppò un concept astuto, che univa una realtà ricca di mistero al fantasy puro, in uno stile che si diffuse successivamente proprio col nome di Fujori.

Tuttavia, come reazione allo stress per le pressanti scadenze (tra gli altri suoi manga, i celebri Pollon e Nanà supergirl), l’autore cadde nell’alcolismo e arrivò ad abbandonare il fumetto all’improvviso, scomparendo. In quel periodo visse una vita da vagabondo, dormendo nei parchi insieme ai barboni, e arrivando addirittura a svegliarsi una notte, in mezzo alla neve, quasi assiderato.

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Dopo aver raccolto cibo per strada, si trovò anche a soffrire di dissenteria acuta. Episodi che finirono per essere da lui stesso raccontati in Shisso nikki, nel 2005. Azuma decise quindi di dedicarsi al mestiere di manutentore delle fogne e, nonostante apprezzasse il lavoro manuale, a un certo punto scelse di concludere la sua “scomparsa”, e tornò a casa.

Avendo perso ormai ogni credibilità agli occhi dell’industria del fumetto, rimase disoccupato; eppure, riuscì a completare il suo “diario della scomparsa”. Le illustrazioni e i personaggi vividi e dolci di Azuma, insieme al suo genuino impegno nel divertire il lettore, ripagarono lo sforzo dando vita a un’opera deliziosa, nonostante le sue radici affondino in tragiche vicende reali. Una volta pubblicato, il fumetto ha vinto diversi premi prestigiosi, tra cui il Gran Premio del Japan Media Arts Festival.

Tatsuya Seto

Con l’agricoltura si mang(i)a

Uno dei manga più sorprendenti degli ultimi mesi è Moyasimon. Tales of agriculture. Una commedia (scolastica) scientifica, ambientata in una facoltà di agraria, con qualche elemento fantastico.

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1) Un primo fattore di questa sorpresa è nel contenuto: l’ingrediente principale nell’ “arredo narrativo” della commedia sono i germi. Il protagonista, infatti, ha la bizzarra (e misteriosa) abilità di percepire a occhio nudo – e interagire – con ogni genere di microrganismi. Germi e batteri sono quindi veri e propri co-protagonisti della serie, onnipresenti sia come oggetto (nelle varie vicende di Tadayasu & C.) che come soggetto, in alcune sequenze in cui assistiamo alle loro stesse ‘microvicende’.

Scansione6Se mettere in scena microrganismi non è certo una sfida troppo difficile (tanto meno per chi è stato allevato alla visione di Siamo fatti così), farlo mantenendo una equilibrio fra il registro ludico e quello scientifico – peraltro senza crogiolarsi nello scatologico – non è da tutti. Scansione5

2) Un secondo aspetto è l’uso dei cosidetti free talk a bordo pagina, e in particolare gli spazi ai margini esterni delle tavole. In questi microspazi l’autore esplicita il suo lavoro – insieme narrativo e pedagogico – dotando di personalità (per quanto abbozzate) i vari tipi di germi che via via si affacciano sulla scena, e di cui impariamo a conoscere le caratteristiche organiche e comportamentali.

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In questo, la riuscita di Moyasimon mi pare sia legata alla ‘fortuna’ del concept. Se nei free talks dominano, abitualmente, faccine dei personaggi (o autori) – schizzati o superdeformed – in funzione di alleggerimento o commento, qui l’autore colloca una gran quantità di rappresentazioni schematiche di germi, quasi fossero (micro) “schede” infografiche. La natura micro (e pervasiva) dei germi, così come del loro character design, li rende particolarmente adatti a popolare gli interstizi delle tavole. Un’idea che rende i free talks più integrati graficamente e meno futili diegeticamente, rispetto alla prassi maggioritaria nel manga.

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3) Ma se questi aspetti sono ciò che fa il metodo e il tono di questa ‘gustosa’ commedia, il vero punto è altrove. Ovvero, nel suo immaginario.

Detto in modo un po’ tranchant: in Italia, una commedia di ambientazione agricola e dal piglio scientifico-pedagogico, pare inimmaginabile. Nonostante l’idea di Italia come terra del gusto, nonostante la diffusa percezione della qualità della nostra alimentazione, nonostante Slowfood e la moda “food” come ingrediente sempre più centrale dell’immaginario nazionalpopolare… nonostante tutto ciò, il fumetto italiano sembra non accorgersene. Per parlare di agricoltura, e della sua dimensione scientifica, e del suo insegnamento, ci voleva tutt’altra cultura della terra e del gusto. La vera sorpresa: che per raccontare qualcosa di cui l’Italia possiede un evidente ‘sapere’, ci voleva un manga. (e non insisto su un altro celebre esempio: il vino).

Eppure, come indicano alcuni dati della Coldiretti, qualcosa sta cambiando nell’immaginario nazionale sulle scienze agricole. Chissà se, e quando, anche il fumetto italiano riuscirà a registrare questi segnali. Tadayasu va benone – ma forse anche Mario potrebbe essere di nostro gusto.

Bonus: dall’epilogo del primo tankobon, una breve lezione di Scienze – con codino finale adolescenzial-geek. Anch’esso molto, molto giapponese.

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Fumetto italiano e anticlericalismo pop

Due indizi non fanno una prova. E questa è la doverosa premessa. Ma l’uscita di due serie a fumetti negli ultimi tempi, Nirvana (di Daniele Caluri e Emiliano Pagani) e Suore Ninja (di Davide La Rosa e Vanessa Cardinali), segnala quantomeno qualcosa: l’anticlericalismo è un ingrediente non più ‘invisibile’, nel fumetto popolare italiano.

In Nirvanaseconda serie, il primo episodio mette in scena la caccia al ricercato protagonista, il meschino ‘italiano medio’ Ramiro, tra una curia vaticana che traffica in accordi politici, e preti (Padre Zorro) che si distinguono per un tot di ciniche quanto surreali perversioni.

In Suore Ninja, già il titolo del primo episodio è tutto un programma, Zombie gay in Vaticano. E proprio quel programma, peraltro: l’anticlericalismo è al cuore dell’immaginario della serie. Nella trama, il tema è sviluppato attraverso le avventure di un trio di poco canoniche suore armate, a difesa di una Chiesa testardamente opposta agli omosessuali. Una Chiesa ritratta in atteggiamenti ipocriti (su sesso, droga, e persino sulla stessa religiosità popolare), il cui destino non sarà altro che essere… cancellata dalla faccia della Terra (causa: gli alieni). Un perfetto, limpido, preciso cocktail di temi e – se mi si passa il termine – aspettative da vera e propria “utopia anticlericale”: fine, end, kaput per la Chiesa.

Tempo fa si sarebbe letto qualcosa del genere “un tabù è caduto”. Anche se, come sappiamo bene, questo tabù non è più lo stesso da decenni (anche) nel fumetto. Fra i tanti esempi, potrei ricordare Suor Dentona di Filippo Scozzari, o il dimenticato Kyrie & Leison di Pino Zac. Come è noto, una dimostrazione più recente e ancora più esplicita è invece Don Zauker, il cui successo ha ampiamente tracimato dal recinto di quel baluardo dell’anticlericalismo che è il Vernacoliere (Dio l’abbia in gloria). Ma si potrebbe citare anche Papa Nazingher di Alessio Spataro, o Ravioli Uèstern di Pierz. E altri.

[Seconda premessa. Con apparente paradosso: la mia prospettiva. Il quipresente lavora infatti presso l’Università Cattolica (compromesso! compromesso!). Il che non impedisce di gradire narrazioni anticlericali, nel fumetto e non (eresia! eresia!). Un’ovvietà, direi, ma non sia mai possibili equivoci fuori luogo.]

In questi due casi, sopra a ogni altro, il dato principale – positivo, rispetto a un’idea di società laica e matura – è che l’anticlericalismo è quindi uscito dalla riserva indiana del fumetto satirico. Nirvana e Suore Ninja non sono, infatti, fumetti anticlericali nel senso tradizionalmente praticato dalla satira. D’altra parte, non si tratta di creazioni di professionisti della satira, alla Altan o alla Vauro; non sono serie da Il Male, per capirci. Caluri disegna da anni per Martin Mystère; La Rosa ha scelto di (far) disegnare la serie in stile cartoonistico, vicino al fumetto per ragazzi. Entrambi i lavori sono, in buona sostanza, ‘semplici’ fumetti pop. Serie con immaginari e ritmi narrativi contemporanei, stili grafici semplici ma duttili e aggiornati, un’evidente voglia di divertire e divertirsi, e una verve matura, che non si fa problemi a superare il politically correct con argomenti anche controversi, tutt’ora poco frequentati dal mainstream nazionalpopolare.

Quello che mi sorprende, allora, non è certo la presenza di temi o prospettive anticlericali, ma qualcosa di più specifico: che esperienza offrono queste letture? Quanto colpisce/punge il loro uso dell’anticlericalismo? Domande che mi sono fatto soprattutto alla lettura di Suore Ninja. Durante la quale mi sono ritrovato a sorridere, ma mai a ridere; a corrucciare il viso, ma mai a indignarmi. E la spiegazione che ho provato a darmi, per farla breve, è la seguente: Suore Ninja, pur brillante (il talento non manca, né a La Rosa né alla disegnatrice), non è né carne né pesce.

Nonostante l’approccio diretto al tema anticlericale, l’obiettivo della serie è infatti comico, prima ancora che critico-ironico. Suore Ninja è, piuttosto, un fumetto umoristico pienamente pop – anche nel denso e insistito citazionismo – che si offre come commedia action. Nulla di male in questo. Anzi, il contrario: sono convinto che il fiorire di serie umoristiche sia un segnale positivo, che indica possibili spazi di creatività oltre le secche di prodotti consolidati come Lupo Alberto o Rat-Man.

Il problema, tuttavia, è che in un simile impianto comico, l’anticlericalismo – tema critico di per sé forte e degno di virulenza – non punge. Provo quindi a formulare un’ipotesi. L’anticlericalismo funziona per difetto: meno ce n’è, più si nota.

Il punto mi pare ben diverso da come si tende spesso, ma un po’ frettolosamente, a inquadrarlo: non è solo questione di virulenza. Non ha molto senso, a mio avviso, ragionare in termini di gradi di ‘forza’, o ‘intensità’ di anticlericalismo, in una sorta di contrapposizione tra massimalisti e riformisti (i Paguri sono più o meno anticlericali di Lario3?).

Piuttosto, credo che il nodo sia nella differenza tra questa prospettiva e l’immaginario mainstream. L’anticlericalismo funziona e colpisce – indigna, rivela, denuda il Re – quanto più emerge la sua funzione di distinzione, ovvero di critica rispetto al contesto sociale.

In Suore Ninja, però, l’anticlericalismo è in scena tanto nell’impianto complessivo quanto in ogni tavola. Una presenza persino virulenta, potremmo dire. Eppure niente, non punge. Perché mai?

Probabilmente perché “abita” un immaginario che sta all’incrocio di due spinte. Da un lato è diluito in un clima da commedia action che ne depotenzia la forza critica oppositiva: il contesto è più fantastico che reale, così come le dinamiche e le interazioni tra i personaggi, trainati – giustamente, inevitabilmente – dalla forza deformante dell’umorismo. D’altro canto, la costante presenza in scena del tema raffredda la comicità stessa: si ride e si scherza su questioni clericali, a ogni sequenza, spremendo il tema in una ridondanza che, visto l’impianto da commedia, diventa – giustamente, inevitabilmente – puro gioco, divertissement, come un flipper monocorde in cui la pallina sbatte dappertutto ma producendo sempre gli stessi suoni.

Forse, non siamo davanti ad altro che all’antico problema del verosimile (e la satira, si sa, punge più quando il registro in cui agisce è il realismo, e non la proiezione fantastica), che qui si fonde con quello dell’umorismo (della narrazione?) “a tesi”. Legittimo, nei casi più fortunati persino piacevole, ma certamente normalizzato.

E siccome di sano anticlericalismo, nella nostra società, c’è – ancora – un po’ bisogno (eresia!), forse la strada più efficace non è quella di ridurlo a norma pop.

Pedagogia artistica mattioliana

La scarsa capacità del Giornalino di comunicare i propri contenuti, anche quando ne offre di interessanti, fa sì che solo pochi giorni fa, su indicazione di un’amica, abbia saputo di questo splendido divertissement pedagogico del sempreverde Pinky di Massimo Mattioli, pubblicato lo scorso settembre:

Per qualche bizzarro caso del destino, poche settimane fa era apparso un nuovo episodio one-shot de “La storia dell’arte di Topolino” (della saga scrissi qua), dedicato anch’esso all’arte contemporanea, con protagonista una Paperina in versione Peggy Guggenheim.

Tanto là erano chiari i riferimenti concettuali e precisi gli scimmiottamenti estetici (fino a una vignetta colorata con una tecnica disneyanamente ‘trasgressiva’: l’aerografo), tanto qui sono impliciti e, al contempo, sottolineati con enfasi. Un’enfasi che riesce però a conservare grande chiarezza comunicativa, e straordinaria semplicità di lettura.

La solita lezione di Mattioli: idee astratte, articolate in una limpidezza unica.

via corrierino-giornalino

Lezioni di anatomia [anteprima]

Autunno inoltrato. La stagione della luce fioca, delle nebbie e dei segreti. L’ideale per immergersi in un racconto come Lezioni di anatomia di Nicolò Pellizzon (edito da Grrrzetic).

Quelli che racconta Pellizzon sono segreti inquietanti, che si svelano progressivamente, all’ombra di un legame misterioso e perturbante tra i due protagonisti, Lorenzo e Lorena. I due cugini, separati da una lunga distanza e da una vicenda familiare solo apparentemente chiara, scopriranno la natura della loro relazione parallelamente all’esplorazione, sullo sfondo della Torino di fine Ottocento, degli enigmi delle nuove scienze anatomiche. In una bicromia segnata da un tenue violaceo che fa soffiare “un vento di malattia” sulle tavole, Pellizzon disegna un disturbante – quanto affascinante – mix di tavole anatomiche e simboli alchemici, e ci offre un saggio riuscito del suo immaginario decadente, evitando i rischi di un’estetizzazione compiaciuta e lasciandoci intuire, tra le pagine, l’aroma invadente dello stramonio soporifero.

Un libro ‘da segnare’ tra quelli in uscita nei giorni della prossima Lucca Comics, per quello che mi pare uno dei debutti più interessanti dell’anno nel graphic novel italiano.

Bentrovato, Nicolò. E in bocca nelle fauci al lupo.

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