Le Olimpiadi di Tokyo 2020 (secondo Akira)

La notizia di ieri, vicende siriane a parte, è certamente l’annuncio del Cio sulla sede delle Olimpiadi del 2020: Tokyo. Notizia non priva di addentellati fumettistici, visto che – come dire – Katsuhiro Otomo lo aveva previsto trentuno anni fa. In Akira, ambientato nel 2019, si accenna infatti esplicitamente alle Olimpiadi del 2020 (il cui stadio principale è proprio il luogo in cui è rinchiuso il “Numero 28”):

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Quanto basta per scatenare il primo mashup del caso: il logo-olimpico-alla-Akira

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Captain Video, Satellite Sam, e la retromania nel fumetto (pop)

Uno dei grandi filoni dell’immaginario del decennio è ciò che Simon Reynolds ha chiamato retromania. Un fenomeno visibile nella musica, nel design, in un successo televisivo come Mad Men – e anche nel fumetto (lo stesso Reynolds porta giustamente l’esempio di Daniel Clowes).

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Un caso fumettistico fresco di stampa è Satellite Sam, nuova serie di Matt Fraction e Howard Chaykin. Rispetto a Mad Men, l’ambientazione è più Fifties che Sixties, e il campo d’azione è più propriamente televisivo che genericamente pubblicitario. Ma come la serie tv di Matthew Weiner, racconta la macchina dell’industria culturale contemporanea negli anni della sua ascesa ‘sistemica’, ovvero nel periodo in cui stava diventando l’ambito decisivo per la costruzione degli stili, dei valori e della fantasia dei nostri genitori/nonni (e quindi un po’ anche nostri).

Satellite-Sam-01-004Il vero punto comune tra Mad Men e Satellite Sam mi pare soprattutto questo: il loro sottolineare come l’ingenuità (se non “innocenza”) che tendiamo abitualmente ad attribuire a quei decenni, nella realtà, non sia stata tale. Due serie che lavorano sull'”invenzione della tradizione” del nostro panorama di brand, prodotti, professioni, stili di vita, ricordandoci come esso sia stato modellato da dinamiche e motivazioni – le vite dei protagonisti, le azioni delle aziende e delle istituzioni, le condizioni tecniche e organizzative – nate e gestite seguendo percorsi tutt’altro che ingenui. Tra conquiste e menzogne, slanci e paure, dietro all’ingenuità si nascondeva la complessità; dietro alla semplicità si celava il potere; dietro al gusto c’erano modelli sociali in conflitto e in trasformazione.

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Satellite Sam declina questo mix di retromania e archeologia dei media in modo specifico: narra l’epoca “pionieristica” della tv americana. Al centro, un network tv in ascesa, e le persone implicate nella realizzazione del suo show di punta: la serie di fantascienza Satellite Sam. Nel primo episodio, il protagonista dello show non arriva in tempo sul set per girare la sua parte; verrà trovato morto dal figlio, e per i prossimi episodi si prospetta grosso modo una detective story, alla ricerca delle ragioni dietro questa misteriosa morte.

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Ma il bello di questa serie non mi pare tanto l’elemento noir, quanto il contorno – documentale, diciamo – e il mix complessivo.

Da un lato, l’archeologia televisiva esplorata da Fraction e Chaykin è uno spasso. I due riportano alla luce in primo luogo un frammento semidimenticato delle origini della produzione di fiction seriale per la tv. Il modello di Satellite Sam (inteso come show tv) è infatti un telefilm datato 1949, Captain Video and his video rangers. Un prodotto che, per i nostri standard odierni, pare realizzato in maniera incredibilmente approssimativa (per quanto, fra gli sceneggiatori degli episodi: Damon Knight, James Blish, Jack Vance, Arthur C. Clarke, Isaac Asimov, Robert Sheckley, …). Se nella realtà il network era DuMont, nel fumetto diventa LeMonde; ma il contesto televisivo dell’epoca c’è tutto, con riferimenti all’ingombrante David Sarnoff e alle battaglie – all’epoca più tecnico-tecnologiche che di contenuto – per la conquista di posizioni sul nascente mercato tv.

dal set di Captain Video

dal set di Captain Video

Dall’altro, ci sono poi il gusto e la consapevolezza tutta contemporanea degli autori. Che significa almeno due cose. Una è il gusto di Chaykin per la crudezza verbale (parolacce convinte, sbraitate, vomitate addosso), il cinismo come tratto diffuso, la morte, ambienti sociali torbidi, il sesso (con feticcio: la bravura e precisione di Chaykin nel disegnare biancheria intima e uniformi è ormai leggendaria) e le sue perversioni più estreme (l’attore protagonista dello show tv viene trovato morto in un stanza d’hotel cosparsa da indizi di giochi erotici). L’altro è il remix di riferimenti di Fraction e Chaykin, che unisce ai materiali dell’epoca riletture più recenti (pre- Mad Men) come la bizzarra serie tv di David Lynch e Mark Frost On the Air, o la storia delle foto osé del padre trovate dall’architetto italiano Carlo Mollino. Il risultato sintetico di questo mix è nel claim truce/pop della serie, “Sex. Death. Live tv“.

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Certo, rispetto a Mad Men la pur buona Satellite Sam è debole, schiacciata com’è dalle debordanti idiosincrasie di Chaykin e Fraction e dall’assenza di una dimensione autenticamente epica. Là dove Mad Men riesce a disegnare un’epopea, Satellite Sam si limita infatti a una curiosa esplorazione. Ma appunto la curiosità c’è. Ed è per questo che vale la pena leggere questo fumetto insieme al suo tumblr d’accompagnamento, vero (e riuscito) timone per orientarsi in una retromania senza alcun dubbio personale e stimolante.

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Le ‘origini’ della serie, qui.

Con l’agricoltura si mang(i)a

Uno dei manga più sorprendenti degli ultimi mesi è Moyasimon. Tales of agriculture. Una commedia (scolastica) scientifica, ambientata in una facoltà di agraria, con qualche elemento fantastico.

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1) Un primo fattore di questa sorpresa è nel contenuto: l’ingrediente principale nell’ “arredo narrativo” della commedia sono i germi. Il protagonista, infatti, ha la bizzarra (e misteriosa) abilità di percepire a occhio nudo – e interagire – con ogni genere di microrganismi. Germi e batteri sono quindi veri e propri co-protagonisti della serie, onnipresenti sia come oggetto (nelle varie vicende di Tadayasu & C.) che come soggetto, in alcune sequenze in cui assistiamo alle loro stesse ‘microvicende’.

Scansione6Se mettere in scena microrganismi non è certo una sfida troppo difficile (tanto meno per chi è stato allevato alla visione di Siamo fatti così), farlo mantenendo una equilibrio fra il registro ludico e quello scientifico – peraltro senza crogiolarsi nello scatologico – non è da tutti. Scansione5

2) Un secondo aspetto è l’uso dei cosidetti free talk a bordo pagina, e in particolare gli spazi ai margini esterni delle tavole. In questi microspazi l’autore esplicita il suo lavoro – insieme narrativo e pedagogico – dotando di personalità (per quanto abbozzate) i vari tipi di germi che via via si affacciano sulla scena, e di cui impariamo a conoscere le caratteristiche organiche e comportamentali.

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In questo, la riuscita di Moyasimon mi pare sia legata alla ‘fortuna’ del concept. Se nei free talks dominano, abitualmente, faccine dei personaggi (o autori) – schizzati o superdeformed – in funzione di alleggerimento o commento, qui l’autore colloca una gran quantità di rappresentazioni schematiche di germi, quasi fossero (micro) “schede” infografiche. La natura micro (e pervasiva) dei germi, così come del loro character design, li rende particolarmente adatti a popolare gli interstizi delle tavole. Un’idea che rende i free talks più integrati graficamente e meno futili diegeticamente, rispetto alla prassi maggioritaria nel manga.

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3) Ma se questi aspetti sono ciò che fa il metodo e il tono di questa ‘gustosa’ commedia, il vero punto è altrove. Ovvero, nel suo immaginario.

Detto in modo un po’ tranchant: in Italia, una commedia di ambientazione agricola e dal piglio scientifico-pedagogico, pare inimmaginabile. Nonostante l’idea di Italia come terra del gusto, nonostante la diffusa percezione della qualità della nostra alimentazione, nonostante Slowfood e la moda “food” come ingrediente sempre più centrale dell’immaginario nazionalpopolare… nonostante tutto ciò, il fumetto italiano sembra non accorgersene. Per parlare di agricoltura, e della sua dimensione scientifica, e del suo insegnamento, ci voleva tutt’altra cultura della terra e del gusto. La vera sorpresa: che per raccontare qualcosa di cui l’Italia possiede un evidente ‘sapere’, ci voleva un manga. (e non insisto su un altro celebre esempio: il vino).

Eppure, come indicano alcuni dati della Coldiretti, qualcosa sta cambiando nell’immaginario nazionale sulle scienze agricole. Chissà se, e quando, anche il fumetto italiano riuscirà a registrare questi segnali. Tadayasu va benone – ma forse anche Mario potrebbe essere di nostro gusto.

Bonus: dall’epilogo del primo tankobon, una breve lezione di Scienze – con codino finale adolescenzial-geek. Anch’esso molto, molto giapponese.

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Tempo: un minuto

Semplicemente, una splendida tavola. Realizzata da Hy Mayer, e pubblicata su Truth. Anno 1896, signori.

In una satira dell’emergente linguaggio cinematografico, e del suo alfiere americano Edison, il (breve) testo recita: “Il nostro artista / disegna / un’immagine / prima del kinetoscopio”.

Un eccellente esempio della riflessione (tra scimmiotamento, adesione e sguardo critico) sull’avvento del cinema operata dai fumettisti più consapevoli, in quello scorcio di tardo XIX secolo in cui i due mezzi iniziavano a interagire e, pian piano, ad affrontarsi per la supremazia simbolica. Un’immagine recuperata dal sempre competente e generoso Bob Beerbohm.

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Critical media comics (sempre più chomskiani)

Per il fumetto seriale nordamericano, Batman: The Dark Knight Returns e Watchmen hanno generato, come è noto, una forza d’urto profonda. Tra i segni che queste opere hanno lasciato nell’immaginario fumettistico, il più evidente è stato la ridefinizione dell’idea di supereroe. Ma quello che mi sono ritrovato davanti recentemente, è un segno meno evidente ma non meno importante: il ruolo centrale assegnato ai media.

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Chi ha letto quelle opere lo sa bene. In Alan Moore e soprattutto in Frank Miller (penso anche a Give me liberty), i media giocano un ruolo doppiamente decisivo: partecipano allo sviluppo dell’intreccio e alla definizione dei valori in campo; agiscono “in scena”, come dispositivo discorsivo che inquadra l’esperienza di lettura. Insomma, sono sia oggetto che soggetto della narrazione. Indimenticabili, da questo punto di vista, le sequenze televisive in TDKR:

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Si può quindi dire che i media, con questi lavori (ma non solo: si pensi ad American Flagg di Howard Chaykin), siano entrati nei comics mainstream come un vero e articolato discorso. Al punto che la questione non è solo nella loro presenza e rilevanza, bensì nella prospettiva con cui sono inseriti. Una tipica prospettiva critica: i media, in quei lavori, sono visti come strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica, più al servizio che watchdog del potere.

Da Miller in poi, questo tema è affiorato ripetutamente in diverse serie di supereroi. Per esempio si è manifestato facendo delle vicende dei “media immaginari” più noti, come il Daily Planet o il Daily Bugle, oggetti di narrazioni che li hanno ‘decostruiti’ o rappresentati in prospettive sempre più critiche (si pensi ai tratti moderni di Lex Luthor, come vero e proprio media mogul). Spingendosi ancora più in là, questa prospettiva ha prosperato in un vero e proprio filone della produzione seriale. Potrei quasi dire un “genere” che, in mancanza di meglio, chiamerei critical media comics.

Ripensando alle caratteristiche di questo filone, e a come si sia evoluto negli ultimi anni, si può provare a descriverne una genealogia. Che mi sembra non possa prescindere, almeno, da tre tappe principali.

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Tra il 1997 e il 2002 il portabandiera è stato certamente Transmetropolitan di Warren Ellis (DC Comics). Il suo protagonista, sorta di reincarnazione nel XXIII secolo dello spirito di Hunter Thompson, è un folleggiante giornalista che combatte contro i media controllati (e censurati sistematicamente) da un Presidente tanto lunatico quanto cinico e corrotto.

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Tra il 1998 e il 2003, il più nitido figlio di questa prospettiva è stato invece Channel Zero di Brian Wood (Image Comics – AiT/PlanetLar). Il suo stesso successo, non a caso, nacque proprio con il sostegno ottenuto da Ellis (sul suo forum online, all’epoca molto influente). La storia, ambientata in una New York del futuro, mette al centro una info-terrorista, alla guida di una ribellione contro un provvedimento governativo volto a limitare la libertà d’espressione.

Qualche settimana fa ho letto, infine, la più recente tappa in questa genealogia, la miniserie The Nightly News di Jonathan Hickman, del 2006-2007 (Image Comics).

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Di Hickman, ormai solida stella nel firmamento degli scrittori di serialità supereroistica, non avevo letto che qualche episodio di Fantastic Four, per la verità ben poco memorabile. Ma di questa miniserie avevo letto come di un piccolo cult. E devo dire che mi è parsa una lettura molto interessante.

La trama, brevissimamente: nella New York dei giorni nostri, una persona (che si fa chiamare La Mano, ambasciatore delle idee del misterioso ideologo La Voce) predica la ribellione contro i media, e recluta un gruppo di persone per ucciderne i rappresentanti – giornalisti, manager, editori – come unica soluzione per limitarne il potere manipolativo, indottrinante e distruttivo. Nel corso della storia, vedremo così uccisi operatori immaginari di media reali, dai reporter del New York Times ai presidenti delle reti tv CBS, ABC, NBC. E assisteremo al disperato tentativo di fermarli, da parte di un senatore e di un manipolo di proprietari delle principali mediacorporation (Vivendi, Time Warner…).

Di questo filone, e della sua evoluzione fino a The Nightly News, mi sembra possibile mettere a fuoco alcuni aspetti.

1) Il primo: la figura del supereroe. Nei critical media comics, pubblicati dalle major dell’editoria supereroistica, i supereroi sono diventati progressivamente sempre meno rilevanti. I protagonisti di queste serie non sono né icone primarie come Batman né personaggi secondari come quelli di Watchmen. Di più, i loro tratti eccezionali, da “eroi” della fiction, sono peraltro andati via via scomparendo: se Spider Jerusalem era pur sempre un giornalista immaginario, con caratteristiche fittizie (occhiali stereoscopici) o estremizzate (tossicodipendenza), i protagonisti di Nightly News sono cittadini comuni. Al punto che il personaggio principale e narratore, John, è un uomo che ha perso lavoro (operatore finanziario), famiglia, e si trova ridotto a vivere come un barbone.

2) Il secondo aspetto: l’ambientazione. La città immaginaria di The City (Transmetropolitan) ha lasciato il posto a New York, rappresentata in toni parzialmente finzionali in Channel Zero, del tutto riconoscibile e contemporanea in The Nightly News.

3) La cornice temporale. Dal remoto futuro di Transmetropolitan, si è passati al futuro prossimo di Channel Zero, fino al presente della miniserie di Hickman.

4) Un altro punto importante: il registro narrativo. Una delle caratteristiche salienti di Transmetropolitan è stata l’ironia, caustica persino più di una serie di sci-fi eccentrica, negli anni Novanta, come la memorabile Lobo. I toni usati da Channel Zero nella sua declinazione della critica ai media, invece, non erano più quelli dell’ironia, bensì un registro realistico imbevuto di gergo politico. Una trasposizione della retorica della cultura hacker nel fumetto pop americano post-supereroistico. Ancora diverso il registro di The Nighlty News, iper-realistico e spesso para-giornalistico. Ma soprattutto, la miniserie di Hickman compie una scelta radicale: il narratore si rivolge agli stessi lettori, con domande, interpellazioni e provocazioni. Come fosse un dialogo fra le opinioni del personaggio/narratore e quelle del lettore, The Nigthly News fa scivolare la narrazione verso l’argomentazione, e l’affabulazione verso la persuasione. La finzione è spezzata.

5) Infine: i linguaggi grafici accessori e, diciamo, para-discorsivi. Se Transmetropolitan abbracciava una logica pienamente finzionale, in cui a dominare era l’iconografia del cyberpunk più decadente, Channel Zero incarna l’epoca del subvertising: volantini, schermate televisive e del computer, grafiche e linguaggi pubblicitari applicati a – e deformati da – scopi di sovversione comunicativa. Una storia narrata con tono distaccato e anonimo, per un’opera insieme visionaria e di mediattivismo: una sorta di comics activism anticipatore di istanze emerse in seguito con il movimento Occupy.

channelzeroadspagechannelzeroadsIl “discorso grafico” di Nightly News è invece quello dell’infografica, di cui molte pagine sono ricche. Questo linguaggio frammenta la narrazione finzionale, ne espande gli aspetti giornalistici, incornicia le opinioni del narratore, e supporta il registro para-giornalistico offrendo una grande quantità di dati (economici, storici, scientifici, politici…).

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Qualche osservazione per concludere.

Alla luce di questi aspetti The Nightly News pare davvero l’ultimo stadio dei critical media comics: uno sconfinamento non solo tra fiction e nonfiction, quanto tra narrazione e pamphlet. Perché The Nightly News è una storia che, sia nella messa in scena (la setta guidata dalla “Voce”) che nel registro comunicativo, tenta la strada della predica, del sermone laico contro la deriva dei media. Il più chomskyano dei fumetti seriali delle ultime generazioni. Non a caso, proprio con una citazione di Chomsky si apre la raccolta in volume:

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Per certi versi, e con buona pace della fortuna simbolica di V for Vendetta (e della maschera del rivoluzionario Guy Fawkes, icona rivoluzionaria ormai missing in action), The Nightly News è, inoltre, il più “grillino” dei fumetti in circolazione, oggi. La sua sincera indignazione prende corpo nel teorema radicale della Voce, che contesta l’intero sistema dei media mainstream, a prescindere. La sua idea di narrazione critica è quella di fondersi con una propaganda anti-sistema (guidata da un leader carismatico…) il cui destino di palingenesi non è chiarito, e si limita a offrire un piano di epurazione sociale. The Nightly News non presenta quindi soluzioni tramite strategie radicali – pur tragiche – quanto semplice vendetta. Con un buon paradosso nel finale, in cui il progetto de La Voce si rivelerà anch’esso un fallimento frutto – guarda un po’ – di una superiore manipolazione. Per la serie “chi di manipolazione ferisce, di manipolazione perisce”.

Per altri versi, infine, The Nightly News pare vittima dell’entropia che la sua stessa mediacritica radicale porta con sé. Questione di scarsa ironia, innanzitutto. Hickman, nelle varie glosse infografiche, prova ad alleggerire i toni con ammiccamenti sarcastici, ma l’effetto è limitato: le “righe piccole” spostano il registro ben poco, rispetto all’incedere predicatorio del narratore/John. Ma soprattutto questa miniserie paga il prezzo di una fiction volutamente di provocazione&fastidio, in cui l’intrattenimento lascia il posto alle meccaniche emotive dell’adesione/scontro ideologico. Là dove Transmetropolitan e Channel Zero elaboravano mediacritica proiettandone le istanze in immaginari romanzeschi (o tecno-romanzeschi), The Nightly News trasforma il tema in un teorema legato al qui-e-ora, che sollecita più uno sfogo contro la *nostra* realtà che una proiezione ‘liberatoria’ delle nostre consapevolezze critiche.

Al di là delle evidenti abilità tecniche, l’autore di questa storia ne esce più come un oratore che come un narratore. Una posizione legittima, ma che congela la vera forza propulsiva dei critical media comics del passato e, direi, della narrazione (forse, della stessa contestazione mediatica e politica?) in genere: la capacità di proiettare la critica sociale sul piano degli immaginari.

Che un simile chomskismo adolescenziale – in salsa action – possa rappresentare la visione di qualcuno, è comprensibile, e ci può anche stare. Ma almeno noi, ai mediacritici a 5 stelle possiamo fare un favore: suggerire di leggere meno Hickman, e più Ellis o Wood.

[con un grazie a gossip göre]

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