1sF: vivere a Parigi

Ultimo post della serie “una settimana in Francia”. Avrei potuto proseguire ancora, segnalandovi periodici ancora più bizzarri fra quelli che ho acquistato – come Usbek & Rica o Politis – ma preferisco chiudere (le valigie, e ripartire) con un pensiero per Parigi. In particolare, pensando a una recente rivista mensile interamente dedicata alla capitale, Vivre Paris.

Nel numero estivo, fumettologicamente parlando, mi sono imbattuto in contenuti come l’intervista al proprietario di una fumetteria dedicata alla BD indépendente nel 10° arrondissement (non la conoscevo: segnata). Ma soprattutto, ho ritrovato in una bella posizione – penultima rubrica di chiusura – una delle più brave fumettiste italiane: Federica del Proposto.

L’ennesimo talento del fumetto italiano trasferitosi lì per lavorare; l’ennesimo frammento di buon fumetto che emerge dalla più tipica stampa periodica francese. In una settimana (di vacanza) qualsiasi.

PS: buon fine vacanze a tutti. Ci ritroviamo lunedì prossimo. Anche perché sarà un autunno di grandi novità. Incluse quelle che comprenderanno questo blog.

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Fumettodappertutto (o 1 settimana in Francia)

Putacaso di trovarti per una settimana in ferie in Francia, in una regione qualsiasi (Parigi esclusa). E sempre per caso, di fare ciò che normalmente accade di fare in vacanza – soprattutto ai “lettori forti” – ovvero fare un salto in una qualche edicola, per rifornirsi di letture.

Ecco, in frangenti come questo, è facile – soprattutto per un “lettore forte fumettòfilo” – rendersi conto di quanto il fumetto sia una forma comunicativa diffusa nella stampa francese. E in una misura francamente poco comparabile a quanto accade in altri paesi occidentali. Italia inclusa.

Per *diffusa*, badate bene, intendo qualcosa di diverso da “le librerie sono piene di fumetti”. Che non mi pare certo una novità da ribadire qui, tanto è assodata. Piuttosto, il mio è un invito a riflettere sulla presenza del fumetto all’interno della stampa periodica (non a fumetti) che, nonostante la crisi, in Francia continua ad essere piuttosto florida nelle edicole. Penso soprattutto alla stampa periodica non facilmente sostituibile dalla tv e da internet: i magazine di approfondimento giornalistico, la “presse culture”, o i lifestyle o, ancora, la stampa al confine tra analisi e informazione su tendenze, moda, politica, consumi.

Insomma: ho passato una settimana di vacanze in Francia, ho acquistato un tot di magazine periodici, e ho pensato di condividere qualche frammento di letture estive qui. Una sorta di “rassegna stampa fumettocentrica” distribuita in una serie di post semplici e brevi, con qualche immagine e link, utili per non dimenticare perché ha ancora senso parlare, per il fumetto, di “exception francaise”.

Da oggi, 9 giorni di post quotidiani taggati #1sF (1 settimana in Francia), dunque. [Per una settimana, metto in pausa ‘1001 Fumetti’]. Con una promessa: troverete anche non poche sorprese legate a ‘ingredienti italiani’.

Corto Maltese come marketing del turismo (francese)

Pare che la regione della Charente, celebre per le sue campagne, vini e liquori, non sia nota abbastanza per generare un’editoria di guide turistiche paragonabile ad altre zone di Francia. Ma i tempi cambiano (come sa bene l’Ente del Turismo Francese), e la stampa locale ha dato ampio risalto all’uscita della prima guida “interamente” dedicata alla Charente.

Dettaglio: cosa c’è in copertina? Una statua di Corto Maltese con, sullo sfondo, la facciata del museo del fumetto di Angouleme. Il Corto Maltese sulla passerella fluviale di cui alla Cité vanno (giustamente) piuttosto fieri.

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Corto Maltese, invece che al Veneto (o a Malta…) fa pubblicità alla Charente. C’est la vie.

Quiz per le vostre prossime vacanze da quelle parti: quanti altri viaggiatori si aggiungeranno a quelli (già numerosi) convinti che Pratt sia francese?

Nel frattempo, ad Angoulême

Qualche giorno fa, sceso dal treno ad Angoulême (al solito, in periodo non festivaliero, cittadina allegra come un banco di nebbia), mi sono imbattuto nei canonici strilli della stampa locale. Rispetto al solito, avevano qualcosa di sarcasticamente italiano: “Cultura est arrivée”, recitava qualche titolo. Peccato che, in questo caso, la parola *cultura* andasse intesa in ben altro modo: un trademark. Quello della nota, ehm, catena della grande distribuzione:

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Si trattava di una fresca notizia attesa da tempo: il festival di Angoulême, abbandonato pochi mesi fa (e malamente) da una Fnac in crisi ma anche delusa dai risultati, ha trovato un altro main sponsor in un medio-grande retailer nazionalpopolare (stessa proprietà di Auchan, per capirci; 52 punti vendita in Francia, soprattutto in provincia) dedicato a libri e prodotti culturali. Cultura, appunto [pronuncia: culturà].

Navigo sul sito e scopro che Cultura ha avviato la campagna dicembrina con il claim “fornitore ufficiale di Babbo Natale”. Alzo gli occhi dal telefono, e vedo che anche il Comune di Angoulême ha avviato una campagna natalizia. Guarda caso, il claim è fumettistico, con tanto di celebre espressione di Astérix, in un balloon:

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Per quanto riguarda il corso che ho tenuto all’EESI, la vera novità è stata nella composizione degli studenti. Per la prima volta, al di là dei soliti (notevoli) talenti tra gli aspiranti autori, ho trovato in aula persone venute per approfondire solo gli aspetti storici e teorici del fumetto. Una presenza che dimostra la complessità crescente della richiesta di formazione sul fumetto. Cui si aggiungono, peraltro, studenti venuti non dal solito iter artistico, ma da quello letterario. Scrittori, disegnatori, critici, docenti, curatori: ecco cosa riesce a formare un curriculum fumettistico completo e moderno, che riesca a integrare teoria e pratica.

Ma la formazione, qui, funziona anche perché non è isolata, e la relazione fra EESI, Cité, Maison des Auteurs continua a dare frutti interessanti, con mostre, workshop ulteriori, e la continua attrazione di talenti internazionali grazie alle politiche di residenza d’artista. I nuovi arrivati, tra i fumettisti stranieri residenti, sono gli statunitensi Matt Madden e Jessica Abel, che si fermeranno qui per ben due anni; lei con due bei progetti (uno US e uno francese), lui con altri progetti e l’abituale quantità di idee oubapiane. [inciso: uno spasso, peraltro, sentirli ricordare la scena indie italiana degli anni 90, che conobbero in ripetute occasioni].

In un buon pomeriggio, sono riuscito anche a visitare le mostre attualmente in corso alla Cité de la BD et de l’Image e presso il Musée de la BD. Due piccole mostre quelle alla Cité – il festival si fa imminente e gli spazi sono tenuti pronti ai nuovi allestimenti – Luxe et Beauté e Raymond Poïvet. La seconda, dedicata a un autore popolare ormai semidimenticato, mi è parsa quella più interessante. Sia per la qualità del segno e dell’immaginario, sia per un vero proprio scoop che la riguarda.

Tra le storie esposte ce n’è infatti una poco celebre, Allô ! Nous avons retrouvé M.I.X. 315 ! Il est vivant. Nous allons le sauver !! che ricorda incredibilmente Arzach di Moebius. Una storia muta, sviluppata in una sorta di scrittura automatica, con dinoccolati scimmioni, e con creature alate preistorico-fantastiche, cavalcate a mani nude:

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Potete leggerla per intero qua. E’ una storiella fantastica, realizzata con inusitata libertà – all’epoca – nella tecnica di scrittura, nell’espressione e nella produzione di un immaginario fantastico archeo/fantascientifico. Una prossimità evidente soprattutto sul piano visivo, che alcuni testimoni dell’epoca – Jean Pierre Dionnet (negli stessi commenti online) – hanno peraltro confermato: Moebius vide davvero quella storia, e ne rimase colpito. Al punto dal ripescarla dalla memoria (inconsciamente? consciamente? Questo non lo sapremo mai) al momento di realizzare quel viaggio archeo/sureeal/scifi che nel 1975 sarà Arzach, uno dei capolavori del fumetto europeo. Un’opera che, senza questa storiella del dimenticato Poivet, probabilmente non sarebbe mai nata.

Delle due mostre al Museo, invece, Dalì par Baudoin e Quelques instants plus tard… : art contemporain et bande dessinée, quella che mi è parsa più interessante è stata la seconda. Sia perché alcune delle 40 ‘coppie’ fumettista/artista hanno generato collaborazioni riuscite (Baudoin & Ben Vautier, Joël Ducorroy & Willem, Marc Giai-Miniet & Jacques de Loustal…), sia perché altre hanno prodotto memorabili tonfi. Quella che mi è piaciuta di più è stata in realtà il lavoro giocoso e al secondo grado di Christian Balmier, che creato una serie di lettere immaginarie, inviate da lui stesso a personaggi come Bianca Castafiore, memorabile vedette del più formalista tra gli albi di Tintin:

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La collaborazione che mi ha sorpreso di più, però, è quella tra Milo Manara e Alain Declerq. I due hanno realizzato una enorme donna ritratta di spalle – intitolata “Proiettile perduto” [Balle perdue] – creando un’opera tanto banale quanto greve. Una sorprendente buzzurrata d’autore, diciamo:

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Passeggiando per l’edificio della Cité, ho poi dato un’occhiata alle novità esposte nella Biblioteca. Scoprendo un piccolo dettaglio – un espositore dedicato ai libri in nomination per gli Essentiels – che dice sia dell’influenza del festival di Angoulême su alcuni luoghi di diffusione, sia dell’attenzione di certi spazi pubblici verso l’attualità della cultura fumettistica. Piccoli dettagli di un sistema più integrato (maturo?), potremmo dire:

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Al Museo, invece, un’occhiata alla sezione delle opere permanenti mi ha fatto notare i “soliti” italiani che imperversano sul versante vintage: un originale di Luciano Bottaro, due dischi illustrati da Pratt:

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E proprio mentre sono in Francia, scopro di essere finito in un aggregatore di feed fumettologici creato dalla stessa Cité. Un grande piacere. Ma ci sarebbe molto altro da dire. Sugli studenti, sui fumetti che ho letto (Spirou) o regalato (Dylan Dog), su quanto sia stato stimolante e soddisfacente il festival parigino SOB, sulle abituali polemiche festivaliere e sugli inquietanti retroscena (fosche visioni: il festival rischia una fine alla Ente Max Massimino Garnier a Lucca?), o su nuovi progetti in partenza proprio da qua.

Ormai, però, sono sulla via del ritorno. E a riaccompagnarmi al punto di partenza ci pensa un titolo surreale, da un articolo de Les Inrocks:

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Black e il fumetto dai Balcani

Il nuovo numero della rivista Black, pubblicata da Coconino Press – e diretta da Igort – arriva in libreria dopo quasi 3 anni di assenza. E per una (di quelle insulse) associazione di idee, mi viene da pensare al dottor McCoy di Star Trek. Perché è un numero che fa indubbiamente alzare – a lui, come a me – un sopracciglio.

La ragione è semplice: si tratta di un numero dedicato ad autori sconosciuti. Con l’eccezione – peraltro relativa – di Alexandar Zograf. Per la rivista ammiraglia di un editore-faro del settore, una scelta quanto mai bizzarra. Niente Burns o Gipi, DavidB. o Guibert, Baru o Giacon, Nanni o Fior: la line-up è composta da Bunjevac, Ciric, Hofbauer, Jankovic, Klemencic, Lomova, Lust, Moderndorfer, Pipovic, Stupica, Zizek, Zograf.

Insomma: questa uscita di Black ci presenta una piccola esplorazione del fumetto di area balcanica. Una zona oscura, di cui offre uno squarcio raro per il panorama italiano ed europeo. Lo fa abbandonando del tutto i valori sicuri della casa editrice, assecondando un bisogno più urgente e prezioso: abbozzare cartografie culturali. Magari discutibili, magari provvisorie – come ogni cartografia. Ma di cui abbiamo bisogno. Perché come lettori siamo anche questo: viaggiatori in territori – composti da storie, simboli, esperienze – di cui ci illudiamo di conoscere i confini. E che invece nascondono grandi o piccoli ‘altrove’. Come i Balcani. Un ‘altrove’ peraltro molto vicino, sebbene ci sembri ancora così lontano.

La sorpresa per questa scelta, e la ricchezza del (micro-)ritratto culturale che ne emerge, mi hanno convinto non solo a parlarne, ma a pubblicarne un estratto: il testo di introduzione, eccellente quadro firmato dalla brava Paola Bristot. Che sottolinea saggiamente, fra le altre cose, le affinità di linguaggio e di pratica tra fumetto, teatro di marionette e animazione. Buona lettura.

Rastko Ciric

La ricerca finalizzata a tracciare un itinerario che fotografasse la situazione dello storytelling nei paesi dell’Est Europa è iniziata per me quasi dieci anni fa. La collaborazione con “Stripburger” in questa direzione è stata fondamentale.

“Stripburger”, oltre ad essere una rivista di fumetti, è un centro di convergenza di molti autori di fumetti e operatori culturali: la sede è a Metelkova, il quartiere di Ljubljana occupato da movimenti di controcultura. Se vi affacciate dalla finestra della redazione vi sembrerà di essere in una tavola di un fumetto underground: di fronte a voi, l’hostel Celica, un ex-carcere, con le camere ancora delle dimensioni delle celle e con le inferriate alle finestre e intorno, sui muri dei palazzi circostanti, i graffiti in continuo cambiamento dei writer di passaggio; sulla destra, la Music Hall dove la sera si alternano concerti, conferenze, performance.

Katerina Mirovic è la figura di riferimento di “Stripburger”, è lei che realizza la grafica e coordina i progetti editoriali ed espositivi, con lei abbiamo costruito una collaborazione su più fronti di qua e di là del confine. Grazie a “Stripburger” molte delle novità del mondo del fumetto del Nord e dell’Est Europa si sono affacciate all’Occidente. In questo senso la Slovenia ha avuto veramente una funzione ponte, un po’ per la lingua, che si avvicina più del Serbo o del Croato al Russo, un po’ per la predisposizione mitteleuropea di questa parte dell’area balcanica, coinvolta per soli 10 giorni nella guerra che ha lacerato la ex-Jugoslavia.

Goran Pipovic

Così attorno a “Stripburger” e alla sua vocazione europeista, fin dall’inizio della sua pubblicazione, 18 anni fa, si è aggregato un orizzonte aperto agli autori di fumetto internazionale. Dei giovani autori sloveni – Koco, Matej Lavrenčič, Andrej Stular, Gašper Rus, Marko Kociper – abbiamo scelto di presentare su Black Jakob Klemenčič e il giovanissimo Metej Stupica, che si cimenta con una storia di uno dei più interessanti drammaturghi della scena slovena, Vinko Möderndorfer. Ancora, attraverso “Stripburger”, recuperiamo una rete di autori dell’area balcanica, come Igor Hofbauer, illustratore e copertinista e, naturalmente, Aleksandar Zograf, una figura di riferimento nel panorama del fumetto autoriale.

Ora, se dovessimo trovare un comune denominatore tra la maggioranza di questi artisti, esso potrebbe essere una attenzione soprattutto al fumetto americano, quello di “Mad”, di “Raw”, più che alla narrazione in forma di romanzo. Anche un transfuga dalla Serbia come Milorad Krstić, approdato in Ungheria, dove vive tuttora, scrive un Anatomische Theater in cui traccia una storia universale del ‘900, con l’aspirazione all’arte totale come mito finale, o un altro serbo, Rastko ćirić, anche lui coltissimo, seppure di una generazione precedente, ricostruisce il suo universo grafico in un catalogo, opera omnia che titola per l’appunto: Miscellanea.

Jakob Klemenčič

Proprio mentre con Igort scrivevamo l’indice di “Black” 10, è uscito un corposo volume Zenski strip na balkanu (ed. Fibra), curato da Irena Jukic Praniijć e Marko Sunijć, oltre ad un altro libro che fa il punto sul fumetto, Stripovi, di Johanna Marcadé (ed. Turbo Comix e Le Courrier des Balkans). Entrambi testimoniano la volontà di una verifica dell’arcipelago fumetto in un’area geografica estesa dalla Serbia alla Dalmazia.

La presenza femminile sembra essere dominante e forse non casuale, visto che, tra le figure emergenti dell’area mitteleuropea, sono le autrici a manifestare un linguaggio e una scrittura originali. Di qui la scelta di Dunja Jancović, Nina Bunjevac e dell’austriaca Ulli Lust, oltre alla ceca Lucia Lomova. Quest’ultima non è certo una promessa, ma un’autrice affermata i cui libri circolano non a caso anche in Francia. Le tavole di Lucia Lomova testimoniano una potente verve narrativa, una formula linguistica che si lega certo a una cultura più affine al racconto.

Ulli Lust

Vorrei in questo senso segnalare la familiarità tra l’opera degli autori dell’Est e del Nord-Est europeo con la tradizione del teatro di figura, che, come il fumetto, specialmente oggi, non è più un linguaggio destinato solo a una fascia di pubblico infantile, ma adulto invece. Nel passato, attraverso il teatro, le marionette o i burattini trasmettevano messaggi politici e sociali che potevano costare la vita al marionettista o al burattinaio. Questa cultura visiva veramente popolare, che affiora sia nei fumetti sia nelle animazioni, ha attraversato con una vitalità ancora fortissima tutte le aree del nord est europeo e può essere utile a capire il modo di esprimersi, il tipo di influenza narrativa, i temi affrontati, così come il peculiare senso dell’umorismo, duro, spesso noir, degli autori di quest’area geografica.

Per allargare la riflessione sui fenomeni artistici dell’Est, non potevamo non parlare di Laibach. Essi sono fondatori di uno stato, NSK, uno stato nello stato con tanto di passaporto, uno stato stilizzato come forma di espressione, che forse ci permette di comprendere il desiderio di autonomia e di identificazione politica, certo, ma anche culturale, dei tanti Stati in cui si è smembrata la ex-Jugoslavia e l’ex-URSS.

NSK è in questo senso la pura essenza dell’utopia concretizzata nel ricorso a stilemi attinti dal sistema di comunicazione e propaganda assolutista degli anni ’30 e ’40 in Germania, nell’ex-URSS e naturalmente nella confederazione di quella che era l’ex-Jugoslavia. Queste simbologie, virate ai fini della comunicazione di un gruppo musicale, i Laibach, appunto, o di un gruppo artistico, IRWIN, funzionano perfettamente oggi più che mai. Laibach è il nome tedesco di Ljubljana, la capitale della Slovenia. “Laibach” ricorda l’occupazione della Slovenia da parte della Germania nazista, dell’Italia fascista e dell’Ungheria. Il settore italiano di occupazione comprendeva la capitale, Laibach, e la zona a sud ovest del piccolo stato sloveno. Per questo molte cartoline inviate dai deportati nei campi di concentramento nazisti e fascisti recavano il nome nelle due dizioni, italiana o tedesca.

Nina Bunjevac

Da questo triste capitolo di storia arrivano le testimonianze di molti artisti, poeti, letterati, ma soprattutto pittori e illustratori, che documentano i rastrellamenti, le uccisioni e gli internamenti di migliaia di civili sospettati di appoggiare i partigiani del Fronte di Liberazione. Una vicenda storica colpevolmente rimossa dallo stato italiano, i cui protagonisti – criminali di guerra fascisti – non sono stati processati, come è accaduto invece ai nazisti. Le cartoline con le invocazioni d’aiuto ai parenti e familiari in cui spicca stampata la scritta VINCEREMO e, nel bollo, l’effige del re Vittorio Emanuele III, ci ricordano una pagina della nostra storia di cui dovremmo prendere atto.

Il Comune di Gonars, uno dei comuni italiani in provincia di Udine che ospitò un campo di prigionia in cui furono rinchiusi civili sloveni e croati – il campo n.89 – sta da qualche anno cercando di recuperare questa memoria, attraverso convegni e pubblicazioni. Passato e presente si incrociano inevitabilmente nelle zone di confine. In una rassegna geo-grafica che si estende a Est fino al Nord dell’Europa, le storie si tessono su traiettorie oblique, in cui troviamo però radici comuni, tradizioni, modi di pensare, tendenze e sguardi affini, soprattutto della vecchia Mitteleuropa.

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