Foster Wallace e il fumetto: aneddoti (e due note)

La scomparsa prematura di David Foster Wallace, uno degli scrittori più insopportabilmente dotati degli ultimi vent’anni, è stata oggi ricordata da più parti (avrebbe compiuto 50 anni), e rilanciata dall’hashtag su Twitter #DFW50, grazie al giornalista Daniel Robertson, che ne ha scritto per Salon.

In un fumetto di qualche mese fa, John Campbell era riuscito a sintetizzare l’approccio alla scrittura di Foster Wallace con una brillante soluzione grafica (per la serie “saper fare buon uso del lettering”):

Un altro fumettista, Blake Brasher, era invece riuscito a esprimere in una strip un’esperienza comune per i lettori posti di fronte alla proliferazione di note nei testi di Wallace:

Di Foster Wallace non conosco relazioni dirette significative con il fumetto (al di là del rapporto con un autore ‘minore’ come Tim Krieder, raccontata dallo stesso qua). Ma il suo lavoro ha certamente segnato diversi autori della scena fumettistica – soprattutto americana – degli ultimi anni, da Dan Clowes a Jonathan Lethem (eh già).

Peraltro, e senza parlare di influenza, sarebbe interessante discutere anche alcune analogie più ampie, che mi sembrano collocare Foster Wallace nello stesso alveo culturale di certo fumetto della stessa generazione. Penso in particolare a due aspetti relativi, diciamo, alle “tecniche di storytelling”:

  • come Wallace, anche un autore come Chris Ware (assai diverso per contenuti) ha fatto un uso distintivo e potente di quel bizzarro “device narrativo” che sono le glosse/note. Un elemento di poetica che, in entrambe, ha rappresentato uno strumento per lavorare sulla crescente difficoltà di una comunicazione autentica e efficace in un’epoca di proliferazione dei paratesti, overflow informativo, eccetera.
  • come Wallace, lo stesso “fenomeno graphic novel” è stato un esempio della radicalizzazione di un tema – in epoca di “crisi del romanzo” – solo apparentemente secondario: la “lunghezza” del racconto, e le dimensioni dell’oggetto-libro. [e qui, per me, ha vinto il fumetto: 900 pagine di graphic novel suonano ‘troppe’, ma mai ‘troppe’ come Infinite Jest…]

Due dettagli, certo. Ma che mi sembrano d’aiuto, quantomeno per mettere ordine tra fenomeni espressivi e editoriali – il “caso Wallace” e il graphic novel contemporaneo – raramente osservati insieme.

PS Da domani, finalmente, proverò a smaltire un tot di post arretrati. A partire da una domanda che mi hanno fatto in diversi: i libri che mi hanno colpito durante l’ultimo festival di Angouleme.

4 Risposte

  1. Bravo Matteo, mi è proprio piaciuto sto post.

    È un sacco che mi alambicco su come si potrebbero tradurre a fumetti i libri di DFW, e forse semplicemente non si possono (non a caso sto pensando di scrivere una tesi sull’intraducibilità perfetta delle opere-mondo, mettendo a confronto DFW e Asterios).😉

    Emanuele

  2. in Oblio di DFW, c’è un racconto nel quale il protagonista bambino a scuola soffre di disturbi dell’attenzione e osserva dalla finestra lo svolgersi di un evento e nella sua testa trasforma i riquadri della finestra in vignette, nelle quali si svolge una storia che lui stesso si inventa “leggendola” sulla finestra nel corso della lezione e viene descritta proprio come sequenza di vignette da DFW.

  3. tucoramirez: una bella tesi ‘ideologica’? Mi piacerebbe. Più per discutere quali siano le opere-mondo nei fumetti, che non la loro ‘adattabilità’ (alla fine pure Wagner si può “adattare”…no?)

    nanni: mi hai quasi commosso. Guai a te (e DFW).

  4. Io una sensazione di opera mondo come in Asterios raramente l’ho avuta, magari Chris Ware, ecco. Però mi pare che Mazzucchelli attinga praticamente a tutte le possibilità espressive del linguaggio, così come fa nel suo linguaggio DFW. E sono intraducibili nel senso che nascono proprio all’interno del linguaggio stesso che adoperano.

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