E anche il New Yorker su iPad, non scherza

Già: una delle notizie della settimana è stato l’arrivo del settimanale con una propria applicazione per iPad. Siccome è il New Yorker, la campagna di lancio consiste nel seguente video (diretto da Roman Coppola, e interpretato da un eccellente Jason Schwartzman, sempre sull’orlo di un possibile “fuori programma”, e invece sorprendentemente normale e rassicurante):

Notevole il passaggio – con un gigioneggiare, dai toni snob, che non potrà non strapparvi un sorriso – in cui Schwartzman canticchia le lodi della tradizionale, insuperabile cartoon gallery del settimanale newyorkese, fiore all’occhiello del disegno editoriale internazionale.

Navigando la app, ci ritroviamo in un negozio/catalogo analogo a quelli di Wired (che la racconta qui) o Popular Mechanics:

Certo, l’integrazione di video o infografiche pare interessante. Un po’ come Wired, appunto. Manca però (quasi) tutta la dimensione social e di sharing. Si resta, quindi, anni luce distanti dalla fluidità di apps editoriali come Flipboard. Ovvero: in una canonica giornata in ufficio, condividere/linkare le splendide vignette del New Yorker non sarà – non ancora – facile come tutti noi, postmoderni perditempo da scrivania, sogneremmo di fare.

Certo, poi uno guarda la iPad app de L’Espresso, e vien da deprimersi.

Simboli leghisti a Adro e a Lucca: l’editoriale di Pierz

Pierz fa davvero ridere, mi ripeto. L’altro giorno, mescolando l’attualità politica con quella fumettistica, si è inventato questa:

Il resto della striscia è qui.

Contro l’arte sequenziale (2): antidoti online

Nell’ambiente digitale, il concetto di “linguaggio visivo sequenziale” (se ne parlava ieri) mi pare che stia trovando da tempo nuove incarnazioni. Che mescolano anche – talvolta – elementi utili per riflettere sulla pertinenza di questo concetto rispetto al fumetto. Un paio di esempi.

Il sito ComixEd è un deposito che accoglie diversi contenuti visivi (vignette? foto? disegni? grafiche? collages?) il cui senso è generato dalla loro costruzione in micro-catene di immagini. Ebbene sì: sono brevi sequenze, micronarrazioni visive modulate spesso da obiettivi umoristici o paradossali, come questa:

Non è un caso che il sito, che in sostanza ospita materiali (foto)grafici vari (foto photoshoppate e non, scritte, collage, balloons…), si dia il nome “Comix”. In questo modo vuole suggerire una relazione con l’idea di sequenzialità che è oggettivamente presente nel fumetto. Ma – e anche qui la faccio molto breve – questa declinazione della relazione con i comics è, allo stesso tempo:

  • una conferma di quella che chiamerei pulsione vettoriale del fumetto. Ovvero: certo, questo è fumetto: in fondo le strips funzionano esattamente così (e il patto con l’utente è “produciamo insieme dei fumetti”);
  • ma nel suo presentarsi come oggetti visivi non-fumettistici (foto e grafiche varie, appunto) contraddice un perno della definizione di arte sequenziale: la visione biunivoca fumetto = arte sequenziale. Ovvero: ma se questa modalità vale per cose che non sono solo il disegno-in-vignette, perché mai dovrebbe essere solo il fumetto ciò che può chiamarsi “Arte Sequenziale”?

ComixEd ci permette insomma, una volta di più, di porci la domanda: il fumetto è sequenziale? E ci offre – se mi perdonate la brutale sintesi – due risposte.

1) La prima è: “sì, ma non solo lui”. Se posso comporre così fotoromanzi o altri materiali, allora “arte sequenziale” è un’etichetta troppo generica. Inservibile, dunque. A meno di voler confondere a tutti i costi il fumetto con tutto ciò che ospita questo sito…[la immaginereste una “sequenza” di ComixEd candidata agli Eisner?]

2) Inoltre, estremizzando la replicabilità del meccanismo – “qui potrai solo prendere immagini e metterle in una catena sequenziale” – suggerisce come l’operazione di “sequenzializzazione” sia un mero gioco di assemblaggio. Una pratica per natura specifica e limitata: un tratto parzialissimo, più che un elemento identificativo di un intero linguaggio (il fumetto). In una parola: una tecnica.

ComixEd gioca dunque con la sequenzialità, radicalizza la vettorialità, e nel suo presentarci un universo di contenuti che sappiamo essere – uso un eufemismo – assai ridotto rispetto all’universo-fumetto, ci ricorda come la Nona Arte (altra etichetta – retorica sì, ma meno fuorviante) sia solo parzialmente rappresentata dalle forme generate dalla sovrapposizione di meccanismi vettoriali e sequenziali. E come in essa ci sia piuttosto (o soprattutto) qualcosa d’altro. Immagini disegnate, sì, e multiple (daily strips & multipli), e segni – ma mica solo e sempre e tutte in quanto pura sequenza.

Con buona pace delle semplificazioni alla Will Eisner (e di certa semiotica d’antan), la banale verità di ComixEd mi pare quindi un buon antidoto contro la vulgata di certe pseudo-teorie fumettologiche. La “morale”: la sequenzialità esiste, ma non è un dogma assoluto, né tantomeno un tratto identificativo del solo fumetto.

Meno banale, infine, è la ‘verità’ che pone un breve fumetto online di aencre. Che ci ricorda come online, e più in generale nell’ambiente digitale, dire “fumetto” significhi parlare di una forma espressiva il cui baricentro è forse ancora più difficile percepire. Ma che certamente non risiede solo nella sovrapposizione tra sequenze e vettorialità che ha fatto l’identità delle daily strips, e coinvolge anche un’altra dimensione – il movimento – pure incorporata e addomesticata ad altre, antiche e ‘simulabili’ esigenze espressive.

Costruendo vignette – che sul piano bidimensionale sono incatenate, con sapiente intelligenza, proprio in sequenza e in una gabbia classica – come file .gif, aencre produce una progessiva animazione dei singoli elementi della sequenza, con un effetto di vertigine dell’interfaccia che lega e costringe lo sguardo del lettore al ‘nuovo’ supporto. Perché come dice il buon senso fumettologico, il fumetto digitale è ancora fumetto, ma allo stesso tempo è qualcos’altro. Qualcosa per cui potremo, forse, continuare a usare la convenzionale parola fumetto. E per cui, forse, potremo serenamente dimenticare la parola “arte sequenziale”.

Infine.

Questo blog si chiama Fumettologicamente anche per affermare un punto di vista: qua si scrive intorno a un oggetto che un nome lo ha. Discutibile, storicizzabile, di certo simbolicamente non neutro. Ma nel mio Paese, nella mia lingua e nella mia cultura si chiama Fumetto. Nessuno sciocco pregiudizio ideologico mi impedisce di ‘dire’ manga, graphic novel o altro, se il contesto e le occasioni lo richiedono: anch’essi hanno significati utili o rilevanti, tattici o strategici. Ma non c’è retorica che possa sostituirsi ai fatti: FUMETTO c’è. E a me tanto può bastare.

Fumetti digitali e ascii art: esperimenti (che funzionano)

Il giovane quasi-cinquantenne Uni Keratin, di origini italiane, ha pubblicato uno splendido blog a fumetti. Sono strisce. E sono tutte composte di soli elementi tipografici, in una forma vicina alla ascii art. Tanto di cappello, quindi, per la delirante serie Vivian Vagicorn:

via Eric Reynolds

Contro l’arte sequenziale (1)

Delle tante etichette con cui si tende a nominare il fumetto, uso raramente quella di “arte sequenziale”. Come la più nota graphic novel, si tratta di una formula linguistica resa celebre da Will Eisner, ripresa anche da Scott McCloud e molto in voga nella stampa specializzata e nella fumettologia contemporanea.

Tuttavia, come l’altra, arte sequenziale continua a portare con sè i segni di una “ragione storica” che è evidentemente di tipo tattico: per gli attori del sistema-fumetto, il suo uso è stato volto a contrastare retoricamente le implicazioni simboliche di termini troppo connotati (comics o historieta) o parziali (quelle a noi care sineddoche che sono fumetto e bande dessinée). In modo anche più forte dell’altra, arte sequenziale ha poi un altro limite: offre un mix troppo ambiguo tra la generalizzazione (astrazione: “tutti i tipi di fumetto sono…”) e la spinta ad una stringente definizione (diciamo ‘ontologica’ per capirci: “sono davvero fumetti quelli che…”).

Non nascondo, e anzi tengo a ribadire l’importante valore “politico” che va riconosciuto a un simile termine. Che qualche utilità la ha avuta – e può ancora avere – nell’eludere alcune implicazioni “stereotipizzanti”, e soprattutto derivative (letteratura disegnata, cinema tascabile, …) spesso associate al fumetto. Eppure questo non basta, a mio modo di vedere, per ritenerla un’espressione di assoluta utilità o urgenza. Anzi, una parola come questa mi pare, spesso, del tutto inutile rispetto al termine Fumetto, più consolidato dall’uso. Dico di più: la parola arte sequenziale può persino essere ritenuta pericolosamente fuorviante.

Insomma: Arte Sequenziale non basta e non funziona. Non basta, perché non è con artifici retorici che si conquistano nuovi e solidi traguardi di legittimazione nell’arena sociale; non funziona, perché si fonda su un’idea parziale e ideologica dell’identità del fumetto come linguaggio.

La faccio breve solo per comodità: ritengo che la sequenza sia, dal mio punto di vista, solo una delle caratteristiche della grammatica del fumetto. Una proprietà che viene spesso confusa e sovrapposta ad un altro concetto, quello di vettorialità. Già, perché una serie ordinata di cose (una sequenza di immagini, giustapposte), non giustifica e non spiega di per sè lo spazio della pagina e i percorsi di costruzione dello sguardo che la percorre.

Mettiamola in termini ‘pratici’: l’occhio del lettore davanti a un fumetto non si comporta come un proiettore cinematografico con una pellicola. L’occhio non “srotola” un fotogramma dopo l’altro, ma piuttosto percorre lo spazio/pagina in direzioni che possono o non possono essere governate da un senso di tipo vettoriale. Si tratta di un principio basilare legato alla percezione delle immagini – e se vale per immagini “singole” come quadri o fotografie, figuriamoci per immagini dalle relazioni reciproche già piuttosto complesse come quelle di una tavola di fumetto, composita per sua natura (inciso: altro è una pagina di picture book, per esempio).

Esempi. Le daily strip sono certo una forma di sequenza (vignette-giustapposte), e che presenta una chiara vettorialità (sguardo-in-catena-ordinata-e-univoca); le sunday pages di Little Nemo o Krazy Kat, per dire due banali classici, non funzionano così: lo sguardo le percorre in più direzioni, anche contraddittorie, simultanee e non pienamente gerarchizzabili in modo vettoriale (per esempio: centripete, centrifughe, a macchia di leopardo, ecc.). E non serve tirare in ballo l’adorato (almeno da me) Gianni De Luca, forse il più consapevole ed estremo interprete del problematico policentrismo dello sguardo fumettistico. Basta ripensare a Crepax o Fred, ma anche Toppi o Chris Ware per capire che il fumetto si può leggere a volte come “strettamente sequenziale”, e altre volte no. Il punto – il fumetto – sta nel prosperare all’interno di un regime percettivo fatto delle tante sfumature di queste ambigua e peculiare esperienza che – non a caso – è difficile ritenere che si possa spiegare come leggere piuttosto che come guardare.

Insomma: la sequenzialità è un tratto parziale, se si riflette su questo linguaggio che talvolta (spesso?) procede per costruzioni compositive e plastiche che di sequenziale hanno davvero poco. Di quanto questa idea affondi le sue radici negli anni 60 e 70, nell’alveo di una certa “ideologia cinema-centrica” in voga nella prima semiotica non-letteraria (o almeno non solo) che si applicò al fumetto, ho detto anche in passato, per esempio qui. Ma il dibattito mi pare ancora molto vivo e aperto.

Domani, un paio di piccoli esempi (di fumetti digitali), per ribadire il concetto.

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