Il fandom di Dan Clowes

Tra i tumblr fumettistici del 2012, una menzione andrà a eightball-tumbl-o-rama. Ovvero, una raccolta di materiali e foto (di altri materiali) ispirati ai lavori di Daniel Clowes. Disegni e stampe, certo. Ma anche sculture, tessuti ricamati a mano, tatuaggi, magliette, macchine per scrivere decorate, dispenser per caramelle Pez, collage, toppe per abiti, decorazioni per unghie, dipinti, costumi. Tutti realizzati da singoli amatori. Tutto made by the fans, ma ben oltre il cosplaying, insomma.

Il che, oltre a rendere quel tumblr un buon motivo per perdere due minuti navigando, ci ricorda ‘lateralmente’ quanto Clowes sia oggi un autore centrale, in grado di motivare la passione dei lettori a concentrarsi nelle forme più diverse (e strampalate) di produzione ed espressione.

Intendiamoci: come Clowes ce ne sono certamente altri. Ma ho qualche dubbio che autori come Charles Burns, Art Spiegelman o Chris Ware stimolino una simile reazione tra i loro lettori. Per dirlo con la distinzione sociologica di Abercrombie e Longhurst (le audience si dividono in: consumer, fan, cultist, enthusiast, petty producer), dubito che siano in molti, tra i protagonisti della scena del graphic novel contemporaneo, ad avere numerosi petty producers tra i propri lettori.

Tutto da dimostrare, naturalmente (e se amate creare oggetti ChrisWare-like o McCay-like fatevi sentire: vi offro una cena). Ma prendendo per buona questa generalizzazione, e provando a rifletterci su, faccio tre (una) ipotesi:

  • bravi come Clowes ce ne sono pochi
  • è solo un uomo e un artista fortunato
  • con il suo lavoro, Clowes è tra i pochi che riescono a raccogliere tra i lettori diversi profili sociologici del fandom. Il lato più ludico e quello più speculativo, quello più immersivo e quello più manipolativo. I lettori più “letterari”, insomma, insieme a quelli più “fumettistici” e a quelli provenienti da altre passioni limitrofe come il design (grafico, o di moda, o di prodotto). Un fandom che prende forma in un singolare cortociruito fra tradizionalismo, fenomeni modaioli e impulso creativo. Fans per i quali leggere Clowes è certamente ‘distintivo’ rispetto ad altri consumi (fumettistici e non) ma, insieme, non confinano le opere alla sacralità della *sola* lettura, e le manipolano come strumento per – semplicemente – having fun.

Potrà sembrare un aspetto poco pertinente o eccentrico, eppure proprio in queste pratiche del fandom trovo uno specchio di quel che scrivevo sul Clowes ‘maturo’: l’ambigua convivenza tra realtà finzione e ‘falso’, maturità euforia e infantilismo, tra analisi e gioco, tra distanza e adesione.

Il solito problema: recensire fumetti (mytici)

Qualche giorno fa ha debuttato, in allegato al Corriere, una delle novità fumettistiche più attese degli ultimi mesi: Mytico!

L’attesa era naturalmente per la novità del contesto produttivo: che il primo quotidiano italiano, editore (c’era una volta…) del settimanale più importante nella storia fumettistica nazionale, si decidesse fare il passo dal puro licensing alla produzione, è già in sé una notizia. Una di quelle che, prima ancora di entrare nel merito del prodotto, meritano certamente attenzione.

Registro che la prima reazione da parte di chi abitualmente segue e commenta questo genere di prodotti (la “stampa specializzata”, diciamo) non è stata troppo positiva: mixed feelings, direi. A voi la misurazione in Rotten Tomatoes:

  • Un “buon fumetto popolare senza pretese” (Mangaforever)
  • una “scommessa vinta” con qualche distinguo sulla lingua (Comicus)
  • un “buon punto di partenza” (House of mystery)
  • un’inappellabile e stroncante “fallisce il suo obiettivo fin dall’ideazione” (Conversazionisulfumetto)
  • e un “senza dubbio coraggiosa – malgrado i miei dubbi” (Mangaforever).

Nel complesso, per quanto può valere un’approssimazione del genere – e ad oggi – sembra di vedere una canonica ‘sufficienza risicata’ (nei voti di Mangaforever: 6 e 6,5).

E comunque, vorrei parlare d’altro. O meglio vorrei per un momento lasciare da parte il giudizio di merito sul prodotto (pessimo? so-and-so? buono?). E occuparmi delle reazioni stesse. Perché quel che mi ha più sorpreso nel ‘caso’ Mytico, finora, è stata la scarsa qualità non tanto del prodotto, ma delle sue recensioni.

La più banale delle premesse: non ne faccio una questione né personale (gli estensori delle recensioni) né di testata. Ma il contenuto di molte fra quelle recensioni mi è parso così sorprendentemente privo di argomenti, da renderlo un caso su cui spendere qualche parola. Perché Mytico! sembra essere stato, almeno finora, un catalizzatore – ‘epico’? – della sciatteria dilagante nella critica fumettistica (online) italiana.

Per privo di argomenti mi riferisco ad alcuni passaggi, per esempio, di questa recensione:

ha una forte carica sperimentale che lo rende interessante, tuttavia il risultato finale non appaga completamente il lettore.

“Carica sperimentale”. Da lettore, di fronte a questa affermazione, drizzo le antenne, e mi dispongo ad ascoltare. Per capire. Perché sapere che Mytico – non l’ho ancora letto: dovrei? – abbia una forte carica sperimentale può darmi una ragione per acquistarlo o, semplicemente, può essere la premessa a un discorso da seguire, un ragionamento con cui confrontare le mie aspettative, le mie idee. Mi dispongo ad ascoltare, eppure – eppure il testo non mi segue. Non mi vuole aiutare. Quali informazioni, quali frasi, quali parole dedica la recensione per indicarmi – farmi ‘capire’ – che siamo di fronte a un caso sperimentale? Nessuna. L'”idea di sovrapporre mitologia e comics”, frase seguente della recensione, che mette così sul piatto un altro tema degno di ascolto, “è una scelta che rende il prodotto appetibile per un pubblico giovanile”. Certamente: questi ‘eroi mitologici’ sono rivolti a bambini/ragazzi. Bene, è un fatto. Non del tutto nuovo, a voler dire bene, ma un fatto. La domanda iniziale, nel frattempo, rimane aperta: la “sperimentazione”, invece, in cosa consisterebbe? Forse lo sapremo un’altra volta. O da altri testi. Forse. Chissà.

dinamica sceneggiatura di Ascari che, da un lato, ha il merito di non annoiare

Posto che siamo di fronte a un fumetto d’azione (è il suo contenuto principe), parlare di sceneggiatura è passare dai contenuti alla tecnica/stile di scrittura. Per chi legge una recensione su una testata specializzata, un ottimo tema, in grado di soddisfare le aspettative di chi dalla ‘specializzazione’ si attende come è ovvio una discussione più ‘tecnica’, approfondita, con dettagli o ‘retroscena’ inappropriati sulla stampa generalista – per ‘specialisti’ che vogliono, appunto “qualcosa di più”. E qui, posto che sia legittimo distinguere fra stili statici e stili dinamici, piacerebbe sapere a cosa si riferisce questo giudizio sul ‘dinamismo’: ritmo? cambi di scena? inquadrature? La domanda rimane aperta: in cosa consiste una sceneggiatura “dinamica”? Forse lo sapremo un’altra volta.

Buona la prova grafica di Riccadonna che dimostra, tra l’altro, una certa originalità nella composizione delle pagine.

Innanzitutto un mistero: quel “tra l’altro”. Se oltre al layout c’è dell’altro, di cosa si tratta? E perché lasciarlo nel non detto? Il punto cruciale della valutazione sulla componente visiva, poi, è un’altra non-argomentazione: “composizione originale”. Perché da lettore mi aspetterei che le parole seguenti fossero destinate a questo, ovvero a fare capire anche a me le ragioni per cui qualcuno (il recensore, o io) potrebbe parlare di ‘originalità’. Ma anche qui il testo si ferma, non offre alcun elemento, e a chi legge non è dato capire se si tratti di un’originalità generale e assoluta (su cui parrebbe ovvio dubitare, col risultato di squalificare la recensione: enfasi fuori dalla realtà), o piuttosto di un’originalità rispetto a qualche termine di paragone. Peraltro inespresso. Altra domanda senza risposta: in cosa consiste questa “originalità compositiva”?

In un’altra recensione, un brano recita:

è evidente che l’autore intende essere il più popolare possibile (e non è un male) ma i testi mi paiono troppo semplici e la trama esile e avrei preferito maggiore profondità ma dopotutto questa iniziativa è rivolta ad un pubblico pre-adolescenziale.

Questa “evidente volontà di essere popolare” è un argomento che, di evidente, ha la tautologia. Come Tex Diabolik Topolino, questo è un fumetto popolare. Non è un’opera di avanguardia, o di ricerca. Lo sappiamo: è il Corriere. Dunque cosa vorrebbe dirci quell’ “essere più popolari possibili”? ‘Più possibile’ di cosa? E l’argomentazione si risolve in un avvitamento logico: essendo il target preadolescenziale… un autore non può che essere ‘troppo semplice’ e produrre ‘trama esile’; essendo il target preadolescenziale … un autore può voler essere più popolare (che è un bene), ma alla fine mica basta. Tradotto – con fatica – potrebbe suonare così: un fumetto popolare per ragazzini, “dopotutto”, non permette quel che qui si contesta. Una sciocchezza risibile, naturalmente, ma che si fonda su un’equazione tanto stereotipata quanto preoccupante, se praticata da chi “scrive di fumetto”: volenti o nolenti, fumetto popolare per bimbi = scarsa qualità. Un “dopotutto” che posso aspettarmi da sir Harold Bloom o da un professore di greco del liceo, ma che qui – la stampa specializzata, ovvero il bacino potenziale del migliore know-how – fa francamente impressione.

Il disegnatore fa un buon lavoro, riuscendo a caratterizzare visivamente ogni personaggio

Un disegnatore che riesce a caratterizzare visivamente i personaggi. Chi l’avrebbe mai detto. Una rarità, considerato quanti disegnatori non lo facciano, usando abitualmente stampini per riprodurre le medesime fattezze in più vignette possibile. O forse si voleva alludere ad altro: tutti i disegnatori sanno caratterizzare personaggi, ma questi sono stati particolarmente bravi. Queste caratterizzazioni hanno elementi di particolare valore, voleva dire: sono particolarmente ‘riuscite’. E questo potrebbe anche essere. E da lettore, mi dispongo ad ascoltare. Senza ottenere risposta, tuttavia: costoro sì che sanno caratterizzare… ma non si fa (sa) dire il perché. Altra domanda senza risposta: quali sarebbero gli aspetti di particolare cura o efficacia?

Insomma, mi fermo qui.

Peraltro scusandomi, per la pedanteria inevitabile di una simile discussione. Rimane però la sensazione, sconfortante, che queste recensioni dicano poco, o niente, del fumetto in questione. E che questo caso meriti almeno un poco di indignazione, come il mio post cerca di rappresentare. In modo un po’ piagnino, lo ammetto: mi perdonerete, ma così accade quando lo sconforto scocca intorno a casi che coinvolgono professionisti che stimo, e su tutti i fronti (il prodotto; le testate di queste recensioni; e la schiera di chi, giornalisti autori editori, va lamentandosi – chi in pubblico chi in privato – dell’uno come delle altre).

Vorrei allora ribadire una banalità.

Non c’è un modo di scrivere rencensioni, anzi. Anche in 500 battute. Ma ciò a cui servono è offrire informazioni (per presentare l’opera) e argomenti (per capirla/spiegarla/commentarla) – e qui ci sono informazioni, ma non argomenti.

Gli stessi autori e editori di fumetto popolare, sono tra le vittime di questa sciatteria. Perché se è vero che il “purché se ne parli” è un principio importante, la pochezza degli argomenti è una magra consolazione. Se una misura del riconoscimento e della crescita professionale, da sempre e in ogni campo, sono i discorsi che ne fanno i pubblici – indifferenziati (i lettori) o qualificati (la critica e i ‘pari’) – gli autori più motivati e consapevoli sono i primi a sentirsi sviliti dalla pochezza degli argomenti portati a loro favore (ma anche a disfavore): capire cosa si è fatto dalle opinioni altrui è normale, utile, proficuo. Ma se quel che si riceve è poco o nulla, coperto da una coltre di banalità e interesse fermo alla superficie (o, peggio, venato di adulazione), sono autori ed editori stessi a uscirne demotivati. Depauperati del valore – percepito o reale che sia – del proprio contributo.

A meno che… queste non siano altro. Non recensioni. E forse è proprio così: non sono recensioni, perché i loro testi promettono ma non mantengono l’obiettivo di discutere nel merito il prodotto. Sono altro. Segnalazioni, ‘brevisioni’ come le etichetta con accortezza uno di questi siti. Ma allora la domanda è duplice: 1) perché ostinarsi a chiamarle recensioni? e 2) cosa aggiungono, queste forme giornalistiche, ai lanci stampa?

Una sommaria risposta alla domanda 1) è che, nella prassi di chi progetta questi testi, c’è una “retorica della recensione” senza la recensione medesima. Una sorta di apirazione alla recensione. Ma senza il metodo, il mestiere, le “regolette”. E’ quello che in modo un po’ pomposo potremmo chiamare il “lato oscuro del fandom”. Ovvero quei casi in cui, per svolgere la propria (sana, e preziosa) missione di evangelizzazione culturale, invece di sfruttare la libertà di un contesto de-strutturato, lontano dai bisogni della produzione di comunicazione sottoposta alle regole del commercio (si pensi alla straordinaria energia dei collezionisti e dei loro database, dei loro raduni, di certa fanfiction, di tanto cosplay…), il fandom si confina nelle forme più ‘scolastiche’ del giornalismo e della critica, senza però darsi regole e buone prassi da usare come modello. Col risultato di praticare una critica che è più formulaica che sostanziale, più nelle intenzioni che nei risultati.

Una risposta alla 2) è che l’efficacia di questi testi ha a che vedere con la tendenza alla promozione del consumo tipica del giornalismo fandom-oriented (ne parlai tempo fa, qui). Ma in realtà con una visione parziale di questa stessa promozione: un fan-giornalismo acritico che abdica alla propria funzione, ovvero – rispetto alle proprie aspirazioni: promuovere il ‘buon’ fumetto popolare e non – rinuncia a un’interazione con prodotti/produttori fatta di richieste e pretese, stimolo e suggerimento, confronto e sane litigate. Portando argomenti, dettagli, temi, idee, ambizioni trasformative più o meno sensate. Come qualcuno ancora fa, per fortuna: penso all’eccellente blog Docmanhattan, forse il più compiuto esempio di fan-journalism di qualità nel 2011; o al sito verticale dei fans di Dylan Dog, DDComics. Una visione che invece fatica a trovare rappresentanza nei pur tanti webmagazine generalisti ‘dal basso’ che si limitano a piccole segnalazioni, comunicati e notiziole, recensioni stringate quasi solo descrittive e, non a caso, quasi sempre morbide come una carezza (nei rari casi in cui invece ‘mordono’, peraltro, rischiando di diventare vittime di una sciatteria opposta e contraria: le reazioni piccate o persino minacciose di alcuni editori/autori). Una critica amatoriale – come si diceva negli anni 70/80 – o un fan-journalism che, rispetto a campi come tv e videogiochi, insomma, pare vivere una fase di profondo sfarinamento, se non una vera e propria crisi motivazionale e aspirazionale.

E allora quel che dispiace è anche che ciò avvenga, in questa occasione, in un campo – la stampa specializzata italiana – che dopo decenni (esagero: dai ’60 ai ’90) spesso all’avanguardia in termini di qualità argomentativa e critica (da Linus a Sgt. Kirk a ilFumetto a Fumo di China a L’Urlo a Schizzo), pare vivere una fase poco felice. In cui la rete ha portato nuove opportunità (quantità, libertà di temi, formule e registri) ma anche nuove schiavitù (quantità, rapidità, sciatteria).

Non solo: dispiace tanto più quanto il caso di Mytico!, prodotto popolare che potrebbe avere ragionevolmente già superato le 50.000 copie, avrebbe meritato da chi presiede il territorio dell’informazione sul fumetto con impegno costante, quotidiano, energie critiche quantomeno proporzionate all’occasione. In un’Italia che, pur ricca oggi di spazi online dedicati alla discussione sul fumetto indipendente, d’autore, di nicchia, sorprende per la sempre cronica assenza di discussioni altrettanto attente sul fronte del fumetto popolare, Bonelli, Disney – o Mytico! – in primis. A favore o contro che sia.

Il dibattito sulla salute della critica sul fumetto – anche popolare – in Italia, che periodicamente torna a scatenare confronti, piccoli buriana, difese d’ufficio e una discreta produzione di alibi, è uno di quei (relativi) bisogni che casi come questo ci ricordano: c’è ancora bisogno di lavorare un sacco, per elevare la qualità dei discorsi sul fumetto dalla superficialità. Inclusa quella di certe sue recensioni.

Tra Wertham e Wirtham, intorno e dentro le fanzines

Mi sono finalmente deciso a leggere l’ultimo dei testi pubblicati dallo psichiatra Fredric Wertham, The World of Fanzines: A Special Form of Communication (Southern Illinois University Press, 1973).

Ebbene sì, l’autore del celebre The Seduction of the Innocent – libello polemico sui comics di matrice (paranoico-)francofortese – dedicò il suo ultimo saggio alle fanzines. E non c’è dubbio che la nomea di Wertham, “arcinemico dei comics” sin dagli anni 50, ha avuto come effetto anche quello di mettere in ombra, se non dimenticare, questo testo in realtà pionieristico: la prima ricostruzione e riflessione socio-psicologica della fan culture.

Di testi o studi sulle fanzines se ne sono visti un bel po’, dai tardi anni ’90 in poi. Da quando cioè le tradizionali fanze hanno iniziato ad essere superate dalla Storia: Notes from underground di Stephen Duncombe, Fanzines: The DIY Revolution di Teal Triggs o Below Critical Radar della Triggs con il buon Roger Sabin. Tutti testi molto buoni sul piano documentale e interpretativo (al di là della periodizzazione: questi posteriori alla rivoluzione punk, quello decisamente precedente), certamente più maturi di quello del vecchio Wertham. Eppure, riprendendolo in mano, bisogna riconoscere che lo psichiatra aveva già messo a fuoco tutti i concetti chiave: autenticità, creatività, reciprocità, indipendenza, alternatività.

Per presentare questo libro, Wertham fu invitato a una tavola rotonda organizzata da una convention fumettistica. L’idea era di Phil Seuling, organizzatore della New York Comic Art Convention del 1974. Accettare fu, immagino, anche un modo di ‘pagare pegno’ alle conseguenze del suo precedente saggio sui comics. Ma in un esemplare caso di contrappasso storico, Wertham si trovò subito brutalmente contestato. Abbandonò la tavola rotonda e – narra la leggenda – da allorasmise definitivamente di occuparsi di fumetti.

Un episodio che, da solo, varrebbe un capitolo di un testo (meno trionfalistico dei saggi nel filone post-Jenkins) dedicato alla storia sociale dei Fan Studies: il primo, pionieristico elogio intellettuale della fan culture, ricevette enorme e violenta diffidenza. Dagli stessi fans.

Dopo la pubblicazione del suo libro, la nuova ondata di fanzines, legata alla dimensione antagonista della DIY culture, riserverà un ruolo di rilievo per Wertham. Una fanzine in particolare, autoprodotta da Clifford Neal intorno al 1976, si distinse per energia e virulenza nel pubblicare fumetti ‘alternativi’ e attacchi al Comics Code. Probabilmente il ruolo che Wertham aveva immaginato per sé scrivendo The world of fanzines era lontano da quello che gli attribuì “Doctor Wirtham’s Comix & Stories” (Steve Bissette, Rick Veitch, Jay Kinney, Greg Irons, Michael T. Gilbert, Marc Hempel, Gary Dumm, Peter Bagge, Robert Williams, RC Harvey…) il cui colophon recitava:

We publish good art and underground stories in the E.C. vein, the kind of stuff you know the good doctor would love to hate.

Quando un papà ama Calvin & Hobbes…

… può succedere che decida di disegnarlo, per decorare a mano la stanza del nuovo nato. Un buon esempio di fumettofilìa affettuosa:

via buzzfeed

 

[fanvid] Il Piccolo, tenero Batman

Non avevo ancora visto nulla di questo mini-cult online di qualche anno fa. E ‘mini’ non è una parola a caso, perché il film – un mediometraggio interamente amatoriale – ha per protagonisti un gruppuscolo di bimbi, che interpretano in modo splendido le avventure di Batman e Robin (e Joker, e Batwoman, e Riddler…), in un esplicito omaggio all’indimenticabile serie tv degli anni ’60.

Nel suo piccolo, un record di complessità, da parte di un fandom in grado di governare con grande equilibrio la dimensione degli affetti. Celebrazione, sorriso, ri-costruzione, gioco, studio e libertà di esprimere – senza tradire il prodotto-matrice – quella dolcezza infantile che (anche) del consumo di fumetto è (stata) parte.

Sarà il caldo, ma mi sono intenerito.

via ComicsAlliance

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