[1001 Fumetti] El Indio

Tra i paesi dalla più vasta tradizione fumettistica, ce n’è uno decisamente lontano dai radar occidentali: le Filippine. E nella storia di quel paese, il più classico dei classici è la celebre serie di Coching El Indio, saga avventurosa e romantica che pare uscita da un incrocio fra gli stilemi del naturalismo Bonelli, la composizione delle tavole all’americana, e un romanticismo melodrammatico tutto asiatico.

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El Indio, 1952 (Francisco V. Coching, Filippine)

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El Indio fu serializzato dal 1952 al 1953 in episodi quindicinali di cinque pagine, nel formato standard antologico filippino, che conteneva dalle quattro alle otto storie seriali o autoconclusive. Nel 1952, Francisco V. Coching era ormai diventato il principale fumettista filippino, e il suo fumetto divenne presto tanto celebre che gli adattamenti cinematografici tratti dalla serie venivano girati ancora prima che l’autore riuscisse a mandare in stampa le storie completate…

A differenza degli usi dell’industria del fumetto filippina, Coching fu uno dei rari casi di autore che scriveva e disegnava, da solo, le proprie storie. El Indio rappresentò il picco artistico dell’autore e l’esempio principale del suo stile grafico. Il suo uso del pennello era, per l’epoca, audace e frenetico; scolpiva figure che sembravano muoversi anche da ferme. Tutti i principali fumettisti filippini, tra cui autori celebri anche all’estero come Alex Niño, Alfredo Alcala, Nestor Redondo, Rudy Nebres e Tony DeZuniga, riconoscono l’influenza di Coching.

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Coching non lavorò mai all’estero, scegliendo sempre di creare storie per i suoi lettori compatrioti. Ambientato durante l’occupazione spagnola delle Filippine intorno alla fine del XIX secolo, El Indio racconta la storia di Fernando, il figlio di un generale filippino e di una nobildonna spagnola, che si reca nelle Filippine intenzionato a scoprire la verità su suo padre. Scrivendo in perfetta lingua tagalog, Coching tesse un avvincente racconto di amore, onore e valori romantici. El Indio è stato restaurato in digitale dalla Komikero Publishing
nel 2004 e raccolto in un volume pubblicato da Vibal Foundation nel 2009.

Gerry Alanguilan

tutt'altro genere di film, ma sempre tratto da lavori del Coching anni 50

tutt’altro genere di film, ma sempre tratto da lavori del Coching anni 50

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Mattioli valvonauta

Massimo Mattioli, ovvero (sia chiaro) uno dei maggiori fumettisti comico-surreali di sempre, siamo abituati ad associarlo a Pinky e, per i più fumettòfili, a Joe Galaxy o Squeak e Mouse. Proprio per questo vale la pena ogni tanto ricordarsi quali quanti altri lavori. Come ha fatto Valvoline Years nelle ultime settimane, riportando alla luce questi, realizzati per The Face e Valvoline:

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L’artigiano del pop. Chaykin secondo Chabon

In questa strana, lunga/corta estate, punteggiata di strane letture – incluse due splendide scoperte Off Topic: Paul Collins e Gilles Clément – sono tornato, come qualche estate fa, a Michael Chabon. Questa volta leggendo una raccolta di 16 saggi, Mappe e leggende (Indiana Editore) apparsi qua e là, e dedicati a vari oggetti narrativi: romanzi, racconti, mappe. E fumetti, naturalmente.

Mappe-e-leggende-Chabon

Il talento da autentico affabulatore moderno di Chabon è arcinoto. Per quanto suoni peregrino – e in fondo lo è – da qualche tempo mi trovo a pensare a Neil Gaiman e Chabon come a due facce della stessa medaglia: più dolcemente materialista Chabon, più cinicamente sognatore Gaiman. Ma se la fumettofilìa di Chabon è pure anch’essa cosa nota, quel che mi sorprende sempre di più è osservare come essa, a differenza di altri grandi scrittori fumettòfili della sua generazione – Rick Moody e Jonathan Lethem in primis – si alimenti, letterariamente parlando, di ben altro dall’identità generazionale su cui hanno pur splendidamente lavorato tanti blasonati colleghi. Per certi versi (rigorosamente fumettologici), Chabon mi pare più vicino a Geoff Dyer o Dave Eggers che non ai (forse più ammirevoli) Moody e Lethem: un affabulatore ma anche un appassionato analista e designer della narrazione che guarda al fumetto, al contempo, come campo di strategie di storytelling e territorio di immaginari densi ed emblematici.

Anche per questo, forse, Chabon mi pare vicino a Gaiman, da sempre abile agitatore e analista (sebbene spesso ridotto a professionista dell’endorsement da 4a di copertina) del fumetto sia storico che contemporaneo. E proprio per questo Mappe e leggende è una eccellente lettura per chi cerca, al di là della firma, uno sguardo sul fumetto fondato sulla competenza e, insieme, sul voler condurre per mano in una passeggiata tra le forme e i simboli dell’immaginazione narrativa.

In questa raccolta, quattro testi sono dedicati interamente al fumetto: uno su Eisner (pubblicato peraltro anche qua), uno più in generale, e due dedicati a opere specifiche, Julius Knipl di Ben Katchor e American Flagg! di Howard Chaykin.

Quest’ultimo, in particolare, mi è parso sia molto piacevole – come ogni buona affabulazione sa e deve essere – che lievemente sorprendente. Perché dimostra la triplice lucidità dello sguardo fumettologico di Chabon: la conoscenza storica che gli consente di collocare brillantemente un’opera nella genealogia del fumetto americano; la sensibilità con cui mette a fuoco gli elementi chiave del ricco bagaglio simbolico della bizzarra immaginazione distopica di Chaykin; la precisione con cui individua i tratti essenziali dello storytelling grafico – o, se volete, dello stile di disegno – del fumettista.

Chaykin non è un autore di secondo piano, anzi. Per quanto si ostini sugli stereotipi pulp, talvolta persino con cinismo, talatra con disprezzo, a Chaykin va riconosciuto di essere sì un fumettista come tanti, ma tra coloro che – in qualche caso – sono riusciti a raggiungere un equilibrio raro. L’equilibrio di colui che, nel suo testo, Chabon descrive come esemplare “artigiano del pop”, in un elogio di Howard Chaykin sentito, denso e convincente, di cui un piccolo estratto credo proprio valga la pena mettere qui:

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Il ritornello assassino. American Flagg! di Howard Chaykin

di Michael Chabon

In un mezzo espressivo popolare che ha bisogno di etichettare chiunque come un mediocre scribacchino o uno sfavillante genio – come il mondo dell’arte fumettistica – Howard Chaykin è qualcosa di diverso: un mastro, un artigiano del pop.

Con questo non intendo dire che Chaykin si impegni di più o che sia più meticoloso nel disegno, anche se le tavole e i layout sono testimoni di questa meticolosità (come molti artigiani, lavora in effetti piuttosto rapidamente). Né intendo soltanto che egli porti sulla pagina a fumetti una maggiore bravura tecnica (anche se in fatto di progettazione della pagina, disposizione delle tavole, controllo del tratto e resa di corpi, volti, vestiti, strade, mobili e interni, la sua bravura non ha pari). Alcuni sfavillanti geni della pagina a fumetti, dopotutto, sono stati anche disegnatori tecnici (*); e una delle cose migliori dei media popolari è che, entro i confini delimitati dal capitale e dal calendario, a volte uno scribacchino può, quasi per sbaglio, produrre qualcosa di indimenticabile, sognante o splendido. Ciò di cui parlo è una sorta di numero di equilibrismo, dei più difficili. In modo meticoloso, con impegno, senza ostentare le proprie abilità ma facendovi piuttosto affidamento, l’artigiano del pop si tiene in bilico su un fulcro sottile, fra l`etica austera e mercantile dello sgobbone e l’impulso dell’artista a scoprire un motivo nel guazzabuglio dei fatti del mondo o a trarne un significato. Come quei ragazzi ebrei del dopoguerra sull’East Coast – Barry Levinson e Paul Simon – Chaykin, uomo dotato tanto di un’intelligenza mercuriale quanto di un incontenibile senso per i giochi di parole – e a quanto pare di furore e umorismo in egual misura – ha trascorso quasi tutta la sua carriera alla ricerca di quel difficile equilibrio, e a volte lo ha trovato.

L’artigiano del pop opera entro formule consolidate – film di gangster, singoli radiofonici di successo, opere spaziali – e poi incorpora nello stile, nella maniera e nel tono dell’opera piccoli frammenti tratti da tutti i momenti estetici dei quali si è innamorato in altri film o canzoni o romanzi, che si tratti di robaccia o di prodotti geniali (senza curarsi, e a volte senza consapevolezza, di una qualsiasi differenza fra le due): il bridge di una canzone dei Moonglows, l’angolazione di una ripresa di James Wong Howe, una cannonata di Sabatini, un assolo di Stan Getz, la scena clou di L’uomo disintegrato, una locomotiva progettata da Raymond Loewy, uno sketch di Shecky Green. Quando funziona, si ottiene non una collezione di riferimenti, citazioni, allusioni e scopiazzature, ma qualcosa di intero e uniforme, nuovo e insieme familiare: un documento della coscienza intenta a innamorarsi proprio di quei momenti. È quella coscienza filtrante, unita alla capacità fisica (o qualunque cosa sia) di suonare e basta – o cantare, scrivere, disegnare – che trasforma i frammenti, i relitti e i pezzi familiari in qualcosa di originale e inaudito. Se tutto questo suona come una descrizione di quel che dovrebbero combinare gli sfavillanti geni, ecco una distinzione: l’artigiano del pop spera sempre che, alla fine, gli esca fuori un cazzo di capolavoro. È ossessionato da una visione di perfezione pop: una bellezza struggente che muove le truppe. La cosa più simile alla realizzazione di questa visione mai prodotta da Howard Chaykin – anche se vi si è awicinato molte volte – probabilmente è ancora American Flagg!.  […]

Temo di aver dato l”impressione che leggere American Flagg! Sia un’impresa scoraggiante, se non addirittura tremenda. In realtà, fin dalla prima tavola la striscia, a distanza di quasi venticinque anni, rimane del tutto entusiasmante. La ragione di ciò è in parte il virtuosismo dimostrato da Chaykin, con una certa allegria da teppistello di Brooklyn, nello stravolgere completamente il mazzo di layout classici della pagina che gli artisti del fumetto mescolavano e rimescolavano da anni. Chaykin giocava, in modo abbagliante, con l’effetto che si potrebbe ottenere da una manciata soltanto di tavole quadrate più piccole disposte sopra una grande tavola a tutta pagina, in cui accada qualcosa di esagerato e violento. Tutti quei magnifici tratti in stile Caniff che infiorettano una manica di pizzo, danno un luccichio alla visiera di un berretto di cuoio, gettano in aria un fiotto di sangue, tutta quella sontuosa, disinvolta bellezza tappezzata di gag ebraiche, insegne al neon, chiacchiere fra teste parlanti, osservazioni da duri, annotazioni scientifiche! Se l’opera di Chaykin viene dritta dalla tradizione del fumetto che si compiace del proprio fascino – una tradizione che comprende grandi come Alex Raymond, Mac Raboy, ]im Steranko, Barry Windsor-Smith e Neal Adams – essa è forse unica in quanto deriva, in modo meno evidente, anche da un’altra veneranda tradizione che va da E.C. Segar ad Al Capp, a Kurtzman, a quelli di «Mad» e a Kyle Baker: la tradizione del gioco di parole beffardo, del commento sarcastico, della caricatura e del bisogno irrefrenabile, compulsivo e a volte rischioso di sminuire più o meno qualunque cosa, ma soprattutto il fumetto che si compiace del proprio fascino.

L’espressione caratteristica dei volti di Chaykin è il sopracciglio alzato: ironia, scetticismo, burloneria, una furia da satiro. Nella sua opera, sui volti dei suoi personaggi, il sopracciglio alzato assume una forza iconica. È una combinazione di punteggiatura, il tratto che indica il flettersi di un muscolo, e del genere di onda o increspatura che i vignettisti usano per suggerire il movimento, l’esplosione, la velocità o lo shock. Non ho mai visto una foto pubblicata di Chaykin in cui lui stesso non lo esibisca. […]

 * Il genio può cavarsela, e addirittura prosperare, anche con un’attrezzatura artistica limitata.

 

[1001 Fumetti] Doug Wright’s Family

Questa settimana, l’estratto da 1001 Fumetti, viene dal Canada. E se in quel paese c’è stato un autore più influente di altri, non si può evitare di parlare di Doug Wright, alla cui memoria è dedicato il principale premio fumettistico canadese. Un autore senza il quale, molto probabilmente, Chester Brown o Seth non sarebbero diventati quello che sono oggi.

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Doug Wright’s Family, 1949 (Doug Wright, Canada)

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Seppur non famosissimo fuori dai confini del Canada, Doug Wright è amatissimo nel paese in cui ha trascorso tutta la sua vita adulta, al punto che in suo onore gli è stato dedicato un premio. La sua striscia apparsa sui quotidiani Nipper (poi rinominata Doug Wright’s Family) debuttò sul Montreal Standard nel 1949 e proseguì per oltre tre decenni. Durante quel periodo Wright illustrò la vita nei sobborghi canadesi attraverso le avventure di una ristretta cerchia familiare.

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Dal punto di vista grafico Wright aveva delle peculiarità notevoli. Le sue linee erano asciutte, chiare e ricche di vita. I colori sporadici che usava attiravano con efficacia l’occhio del lettore, permettendogli di evitare ombreggiature e tratteggi che avrebbero reso il suo approccio meno diretto. Cosa ancor più importante, la striscia era interamente muta, con storie tenute insieme magistralmente dal solo uso delle immagini. L’assenza di testo donava maggior respiro alla striscia e permetteva a Wright di riservare spazio prezioso a quei dettagli che rendono l’opera più viva e mossa.

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La prima decade della striscia si concentrava sulle avventure di Nipper, il giovane figlio di una coppia di periferia. Nell’estate del 1960 nella famiglia nacque un secondo figlio, e tutti i pezzi del puzzle furono composti. Il picco di successo della striscia fu negli anni Sessanta, quando i rapporti tra genitori e figli, e tra i fratelli, acquistano un ruolo centrale. La striscia di Wright, per quanto ritraesse un certo numero di aspetti poco eccitanti della vita quotidiana, descrisse un mondo idilliaco di felicità familiare, tutto senza il bisogno di dire una parola.

Bart Beaty

1sF: vivere a Parigi

Ultimo post della serie “una settimana in Francia”. Avrei potuto proseguire ancora, segnalandovi periodici ancora più bizzarri fra quelli che ho acquistato – come Usbek & Rica o Politis – ma preferisco chiudere (le valigie, e ripartire) con un pensiero per Parigi. In particolare, pensando a una recente rivista mensile interamente dedicata alla capitale, Vivre Paris.

Nel numero estivo, fumettologicamente parlando, mi sono imbattuto in contenuti come l’intervista al proprietario di una fumetteria dedicata alla BD indépendente nel 10° arrondissement (non la conoscevo: segnata). Ma soprattutto, ho ritrovato in una bella posizione – penultima rubrica di chiusura – una delle più brave fumettiste italiane: Federica del Proposto.

L’ennesimo talento del fumetto italiano trasferitosi lì per lavorare; l’ennesimo frammento di buon fumetto che emerge dalla più tipica stampa periodica francese. In una settimana (di vacanza) qualsiasi.

PS: buon fine vacanze a tutti. Ci ritroviamo lunedì prossimo. Anche perché sarà un autunno di grandi novità. Incluse quelle che comprenderanno questo blog.

paris

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