1sF: BAM e il falso Corto

Il periodico di arte contemporanea Beaux Arts magazine è un altro di quelli che, in Francia, non solo scrive spesso di fumetto, ma anche ne pubblica. Inoltre, si può permettere spesso di giocarci in chiave grafica, sfruttandone il linguaggio e l’estetica.

In questo numero estivo, BAM non solo pubblica una tavola in cui il fumettista e vignettista Willem deride il solito Damien Hirst, ma ha commissionato una storia in 4 tavole al buon Etienne Lécroart (firma storica de l’Association). Un “noir concettuale” incentrato su un fumetto a noi italiani – come a loro francesi, in fondo – particolarmente caro: Corto Maltese…

bam350.jpg_630_820_1Scansione3

Storie disegnate (dette anche ‘quadri’)

Negli ultimi tempi Oscar Mondadori ha ripubblicato numerosi volumi di/su Dino Buzzati. Alcuni sono riedizioni di materiali già pubblicati in forma analoga, come la semidimenticata serie di ex voto I miracoli di Val Morel. Ma Le storie dipinte (a cura di Lorenzo Viganò) è qualcosa di più.

Questa raccolta presenta, per la prima volta insieme, 53 dipinti di Buzzati. Quelli che lui stesso chiamava “storie dipinte”: rappresentazioni accompagnate da brevi didascalie, la cui interazione testo/immagine produce piccole storie, apologhi pittorici, figurazioni narrative. Come ha scritto Viganò:

Storie di basiliche trasformate in rocce, di lune che portano la fine del mondo, di personaggi deformi che sfidano a duello giovanotti di buona famiglia, di alberi abitati da fantasmi, di fanciulle possedute… ognuna affiancata da un breve testo; le definiranno “storie disegnate”, “apologhi figurati”, ma restano prima di tutto storie buzzatiane, che mostrano non un altro, ma lo stesso uomo, soltanto ritratto con i colori al posto dell’inchiostro.

La loro pertinenza per questo blog è inevitabile, visto che molti fra questi quadri non solo sono una sorta di premessa al memorabile Poema a fumetti buzzatiano, ma si presentano in una forma di difficile collocazione, a cavallo tra fumetto, illustrazione e pittura.

All’epoca, fra i tardi anni Cinquanta e i tardi anni Sessanta, la loro progressiva e ‘misteriosa’ apparizione sulla scena culturale e artistica li connotò di una certa carica scandalosa. La loro problematicità, d’altro canto, toccava due ordini di questioni delicate e importanti. Da un lato queste storie dipinte ponevano problema sul piano simbolico e iconografico: l’immaginario fantasioso, mostruoso, sensuale, perverso, cupo che mettevano in scena. Dall’altro, ponevano una questione formale: si può dare una pittura siffatta, narrazione e che *somiglia* al fumetto?

Un punto cruciale, a mio avviso, è che il paradosso formale si salda al paradosso personale, quando Buzzati riflette sulla stessa legittimità sociale del sé stesso pittore, come scrisse nel celebre “Un equivoco”:

Il fatto é questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture quindi non le <<può>> prendere sul serio.

Quanto la pittura nonpittura, ovvero il fumetto nonfumetto, hanno influito nel modellare il paradosso buzzatiano dello scrittore (non)pittore? Di certo, non poco.

dino-buzzati-003Il delitto di Via Calumi , 1962

E’ una vecchia storia. Del 1985. La ricordate? Giornali e popoli ne parlarono. Anche TV, qualche prudente accenno. Comunque, basta leggere.

Scansione1Il visitatore del mattino, 1963

Daniela stava accudendo alle pulizie domestiche quando arrivò uno strano tipo. La ghermì, le usò violenza, entrò letteralmente in lei, al punto di deformarla.

dino-buzzati-004I misteri dei condomini, 1965

Nei grandi palazzi condominiali delle metropoli succedono tante cose, nella terzultima stanza a destra per esempio in questo momento è entrato un vampiro. In quanto alla donna in primo piano, che nasconde purtroppo alcune abitazioni interessanti, è Consuelo Fabian, che abita nella casa e fa la donna bersaglio nei baracconi.

dino-buzzati-006La vampira, 1964

Non è che il sangue le piacesse poi tanto. Però era snob. Mandava sua sorellina in giro per la notte a suggere le vene. Il fatto è che la sorellina aveva un certo temperamento per conto suo.

I fumetti di Salvador Dalì

Ebbene, della fumettofilìa di Salvador Dalì si era già detto. Ma dei suoi lavori propriamente fumettistici, beh, in passato se ne è parlato francamente poco. Eppure il fatto è conosciuto da tempo: anche Dalì realizzò fumetti. Eh, già.

La scarsa conoscenza di questo aspetto è legata, certamente, alla scarsa attenzione rivolta alla sua produzione essenzialmente giovanile, riemersa dall’oblìo solo una ventina d’anni fa, in occasione di una retrospettiva londinese dedicata proprio a Salvador Dalí : the early years. A prendersi la briga di fare qualche scansione, Antoine Sausverd, che ha finalmente messo in rete qualche tavola datata 1916, quando il dodicenne Dalì realizzò brevi fumetti monopagina per intrattenere la sorella, all’epoca malata:

Niente di eccezionale, certo. Ma pur sempre un dato interessante. Che diventa ancor più gustoso se si osservano comparativamente – come fa Antoine – insieme ad altre pagine disegnate dall’artista anni dopo, nel 1935, come “storyboard” per il film Les Mystères surréalistes de New York:

via Topfferiana

Pedagogia artistica mattioliana

La scarsa capacità del Giornalino di comunicare i propri contenuti, anche quando ne offre di interessanti, fa sì che solo pochi giorni fa, su indicazione di un’amica, abbia saputo di questo splendido divertissement pedagogico del sempreverde Pinky di Massimo Mattioli, pubblicato lo scorso settembre:

Per qualche bizzarro caso del destino, poche settimane fa era apparso un nuovo episodio one-shot de “La storia dell’arte di Topolino” (della saga scrissi qua), dedicato anch’esso all’arte contemporanea, con protagonista una Paperina in versione Peggy Guggenheim.

Tanto là erano chiari i riferimenti concettuali e precisi gli scimmiottamenti estetici (fino a una vignetta colorata con una tecnica disneyanamente ‘trasgressiva’: l’aerografo), tanto qui sono impliciti e, al contempo, sottolineati con enfasi. Un’enfasi che riesce però a conservare grande chiarezza comunicativa, e straordinaria semplicità di lettura.

La solita lezione di Mattioli: idee astratte, articolate in una limpidezza unica.

via corrierino-giornalino

Il fumettista milionario (con azioni Facebook)

David Choe è sostanzialmente uno sconosciuto, tra i fumettòfili. Solo ai tempi della quotazione in Borsa di Facebook (?) se ne parlò un po’. Tanto da finire in cronaca, e in una gallery di Repubblica, per capirci. Ma se l’informazione (soprattutto) nostrana, allora, non ne descrisse che parzialmente le radici artistiche nei comics, è vero che persino l’informazione specializzata in fumetto si fece del tutto scappare la notizia. La notizia di come un fumettista, da semisconosciuto talento della scena indie sia diventato uno degli artisti più ricchi dei nostri tempi.

Peraltro, a questa vicenda di mesi fa ho trovato un seguito recente. O, meglio, un sorprendente ‘codino’: un aneddoto strampalato – e grottesco – che coinvolge Daniel Clowes. All’ultimo paragrafo, sia chiaro.

Quotazione di Facebook, dicevo. Perché la notizia era -ed è- la seguente: David Choe possiede un pacchetto di azioni Facebook. Il loro valore, stimato nei giorni dell’IPO, era intorno ai 200 milioni di $.

Quelle azioni vengono da una vicenda di qualche anno prima. Choe era stato chiamato nel 2005 da Sean Park, allora presidente dell’azienda, per decorare le pareti di alcune stanze della prima sede di Facebook, a Palo Alto. Il compenso pattuito era di 60.000$. In alternativa, Parker gli offrì, come era abitudine fare, alcune azioni dell’azienda. Choe scelse di scommettere sulle azioni della società. E con la quotazione lo scorso Maggio, la scommessa si è trasformata in un patrimonio. Tale da convincere il New York Times a menzionare Choe, “il graffittaro diventato milionario”, come caso esemplare tra i nuovi “arricchiti da Facebook”.

Qualche foto degli interventi di Choe, con presenza in scena dello stesso Zuckerberg (altre sono qui):

Lungo tutto l’anno, fin dall’approssimarsi della quotazione, Choe è diventato una quasi-celebrità, attirando curiosità, stupore e morbosità da perfetta “barzelletta mediatica”. Choe il decoratore/graffittaro/disegnatore milionario (ingredienti già buoni per dozzine di titoli), è riuscito a incarnare la vecchia fiaba dell’uomo (quasi) comune divenuto improvvisamente ricco. Qui in salsa hip: l’artista scapestrato – il beautiful loser – diventato ricchissimo. Secondo qualche tentativo nel far di conto, David sarebbe quindi il quarto artista più ricco vivente:

  1. Damien Hirst – 1 Billion USD
  2. Jeff Koons – 500 Million USD
  3. Jasper Johns – 300 Million USD
  4. David Choe – 200 Million USD

E di media in media, Choe è arrivato ad essere intervistato in radio da Howard Stern. Per il quale ha realizzato questo:

E dopo Stern, Choe è stato intervistato anche da Barbara Walters per la ABC, con tanto di gustosa performance ‘collaborativa’:

Prima dell’ondata di visibilità mediatica che mi ha permesso di scoprire la bizzarra notizia su Facebook, di Choe sapevo solo alcune cose.

Dal mio punto di vista, la scoperta di questo artista koreanoamericano è stata una delle tante fatte leggendo Giant Robot magazine, una delle riviste più stimolanti degli anni zero (chiusa nel 2011). Se non la conoscete, vi siete persi qualcosa. Grosso modo, il periodico più eclettico nel raccontare l’evoluzione della creatività dei “figli della asian invasion”: l’influenza della pop culture asiatica in Occidente, osservata nel suo penetrare i rivoli più diversi dell’industria culturale, e raccontata dal punto di vista soggettivo di una nuova generazione di asianamericans e dei loro contatti worldwide. Un melting pot vero e intenso, insomma; un melting pop incasinato, casinista, vitale e interessantissimo.

Di Choe quello che mi colpì non era niente di troppo originale, anche se interessante, e in perfetta sintonia con lo spirito di Giant Robot (lato ludico a parte). Mi intrigava il segno – nei disegni in bianco e nero più che nei murales ipercromatici – per il suo agitato, quasi rabbioso nervosismo, affidato a una linea a metà tra sketch libero e controllo, in parte confusa e in parte elegante, strillata ma talvolta introversa. Fogli stracolmi e illeggibili accanto a fogli chiari e suggestivi; scenari desolanti e violenti accanto a strambi tecnocorpi, incursioni porno, e faccine idiote. Un segno dotato di un vitalismo evidente e debordante: un “disegno antipatico” (quante smorfie, facce arrabbiate, deformità), immaginifico ma crudo, con svolazzi da tag e stilosità grafiche, certo, mai dominanti. Forse il lavoro di un tizio un po’ brusco, il caratteraccio di un dropout rissoso; magari un tizio suscettibile, con alle spalle qualche brutta esperienza di strada mal digerita (vero, peraltro).

Insomma, uno stile ai miei occhi meno forte di Blu o Ericailcane o Barry McGee (street artist che apprezzo o conosco meglio), ma certamente più istintuale. Il lavoro di qualcuno di cui si percepisce un’urgenza caotica, piuttosto fisica, e che – a differenza anche della fotografia di un Ed Templeton – pare sempre in fuga dall’estetizzazione: sempre energico, ma male ‘arrangiato’. Uno che in carcere ha disegnato con la propria urina; oppure che ha usato il proprio sangue, dopo essersi preso a cazzotti. Un violento romantico. Un artista che ha talento ma idee confuse nella ricerca formale; o con qualche problema di autostima; o che gigioneggia in una direzione consapevolmente cruda.

Forse solo un casinaro; forse uno molto bravo. Un insieme delle due cose, probabilmente.

Al di là delle considerazioni sullo stile, la sua storia mi/ci interessa per una ragione semplice: Choe è un praticante di fumetto e arti grafiche.

Un disegnatore di talento che, adolescente, si muove pubblicando illustrazioni, facendo graffitti qua e là, sognando una carriera da disegnatore e fumettista (per cui studia al CCA, appassionato allievo di Barron Storey) e autoproducendo varie fanzines, fino a mettere insieme un fumettino di 34 tavole, Slow Jams. Nato da una storia abbozzata (narra la leggenda) in una notte, nel 1996, quell’albo viene completato nel 1998 e portato da Choe a San Diego Comic-Con nel ’98, per regalarlo o venducchiarlo per qualche spicciolo.

Passato tutt’altro che inosservato, l’albo vive presto una seconda vita. Choe lo presenta alla Xeric Foundation di Peter Laird (quello delle Tartarughe Ninja), e vince un finanziamento – 5000$ – per farne un’autoproduzione ‘vera’, curata, espansa, rifinita. Slow Jams, versione Xeric, lo fa notare come uno dei talenti dell’anno 1999, nel fumetto e nell’illustrazione, aprendogli diverse porte. Nello stesso 1999 espone per la prima volta i suoi lavori; in una mera gelateria, sì, ma posta nella zona di Melrose Avenue a L.A., quartiere creativo in ascesa. Le richieste iniziano ad arrivare: pubblicità, grafica, gallerie – e fumetti, ancora (la rivista NON curata da Jordan Crane, per dire).

Slow Jams, insomma, graphic novella da 4$ il cui valore pare ormai schizzato (su Amazon, oggi gira in 5 copie con prezzi incoerenti, da 100$ a 1.500.000$), incarna più di ogni altra opera la maturazione e la svolta nella carriera artistica di David Choe. Choe il fumettista, affermatosi poi come graffitti artist e disegnatore per gallerie e agenzie creative. Choe il ‘decoratore’ di Facebook, nel 2012 diventato milionario grazie al valore acquisito dalle azioni ricevute 7 anni prima.

cover di Slow Jams, finanziata da Xeric

un frammento dagli interni – foto (c) garann I Flickr

Oltre a riportare alla luce la vicenda del fumettista – che lo si voglia considerare “ex” o meno – arricchitosi con Facebook, come vi dicevo, volevo aggiungere un elemento: un dettaglio curioso sul rapporto tra Choe e il fumetto. Leggendo il numero settembrino del newsmagazine d’arte Juxtapoz, e soffermandomi sulla cover story dedicata a Dan Clowes, ho trovato un passaggio interessante.

Scorrevo le parole di Clowes che, intervistato, rispondeva a una domanda sulla storia dei rapporti intrattenuti con i suoi lettori. Una domanda assai geek, fatta per satireggiare sui retroscena, provando a sondare eventuali “storiacce” di scambi epistolari con strambi soggetti: si sa, la storia del fumetto è fatta anche di memorabili letter-hackers.

Ed è proprio a quel punto che ho ritrovato David Choe. Così:

JXT: Do you have any crazy fan mail stories?

CLOWES: Back in the old days, when I actually used to get mail, I got all kinds of crazy stuff. People would get pissed off at my comics. One time a guy ripped up all my comics and sent them to me. People would write and draw twenty-page stories about coming to my house and killing me.

JXT: What?!

CLOWES: Yeah, in fact that guy David Choe did a story about coming to my house and beating me up. After he got all his Facebook money, I was trying to figure out if I could sue him for like, eight million dollars, retroactively [laughs]

JXTP: Was it a joke about envying your skills or something?

CLOWES: I don’t know. At the time I’d never heard of him. He was just some art student.

Serve aggiungere altro? Una gran bella crazy fan mail story. In puro stile Clowes. E in puro stile Choe, naturalmente.

Bonus track. In una tavola, Keith Knight, fumettista afroamericano, si prende gioco di Choe, al contempo come asianamerican, artista, e fumettista indie.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: