Di identità italiana del fumetto italiano

Come si diceva, a Lucca presenteremo il libro Fumetto! 150 anni di storie italiane.

Al di là del piacere di vederlo finalmente in giro e di raccogliere i primi commenti, tengo molto alla sua prima “uscita pubblica”. Credo, infatti, sia una buona occasione per avviare una discussione cui sono particolarmente interessato. Gianni Bono ed io abbiamo infatti chiesto a due autori importanti – Alfredo Castelli e Igort, rappresentativi di tradizioni e modelli (a ragione o a torto) distanti – di porsi con noi una domanda: esiste una italianità nel fumetto? Detto in modo un po’ meno grossolano: in che misura il fumetto italiano porta con sé i segni dell’identità culturale nazionale?

un’immagine dai risguardi del libro: il Paperino di Federico Pedrocchi scruta l’Italia

L’obiettivo di questa chiacchierata sarà anche andare un po’ oltre l’ottica strettamente produttivo-editoriale, che si limita a riconoscere il dato pur cruciale della coppia distribuzione (centralità dell’edicola) + formato (albo ‘bonelliano’). Per provare a interrogarsi su un’identità fatta di idee, immaginari, pratiche, narrazioni, estetiche, linguaggi che hanno alimentato – e continuano ad alimentare – la *unicità* e riconoscibilità del fumetto italiano.

Credo che riflettere su un tema del genere abbia un significato non solo generale o speculativo, ma strategico: può essere di grande aiuto sia per capire meglio il suo percorso (“come il fumetto italiano è arrivato ad essere quello che è”), sia per mettere a fuoco alcuni aspetti utili al suo presentarsi in altri contesti e mercati (“cosa fa del fumetto italiano una fumettografia diversa dalle altre”).

Personalmente, non avendo che poche e parziali risposte, per il momento mi limito a porre la domanda, e a raccogliere le prime risposte. Con una curiosità tra le curiosità: e voi, cosa ne pensate?

L’appuntamento è per sabato 3 novembre, presso Camera di Commercio – Sala Dell’Oro

14:00 – 15:00 – L’identità italiana del fumetto italiano
In occasione della pubblicazione del volume Fumetto! 150 anni di storie italiane (a cura di Gianni Bono e Matteo Stefanelli, Rizzoli), un confronto sulla tradizione, la cultura e l’identità del fumetto nazionale. Partecipano Alfredo Castelli, Igort, i curatori e Renato Genovese (Direttore Lucca Comics & Games).

Annunci

Fumettismi della domenica

Da ieri, il panorama italiano del fumetto si è arricchito di una nuova occasione per così dire di “concorrenza”: quella tra le pagine domenicali di Corriere e Repubblica.

Su Repubblica è partita la rubrica Il mio mondo in 50 libri di Alessandro Baricco, che ogni settimana sarà accompagnata da un’illustrazione di Manuele Fior:

Al Corriere ha invece debuttato un nuovo inserto, La Lettura, composto da 48 pagine articolate in quattro sezioni: Caratteri (libri e narrativa), Orizzonti (media e nuovi linguaggi), Sguardi (arte), Percorsi (reportage, storie e graphic novel). E la doppia pagina dedicata al fumetto si è aperta con un lavoro di Igort:

Che questa presenza di fumettisti, particolarmente centrale ed esplicita nel caso del Corriere, sia un ennesimo caso di “ritorno di attenzione al fumetto” (come ho provato a scrivere qui) mi pare evidente. Altrettanto evidente, ma forse ancora poco riconosciuto, mi pare il dato sul “palinsesto” (e/o abitudini di consumo) che si sta consolidando intorno alla relazione tra fumetto e stampa generalista. Ovvero una collocazione che ha origini antiche: la centralità della domenica, come giorno privilegiato per la lettura in genere, e di fumetto in particolare. Se ci pensate, nulla di cui stupirsi: è un po’ come ai tempi – un secolo fa – dei Sunday Comics Special che popolavano, in chiave di intrattenimento spettacolare – e con una creatività tutta visiva – le pagine dei quotidiani USA.

Insomma, come capita spesso di dire: l’innovazione (anche) nel fumetto contemporaneo si innesta su tradizioni profonde, che – finalmente, a differenza di 10/20 anni fa – riescono a trovare occasioni di reinterpretazione e rinnovamento. Un bel segnale, a mio avviso, del recupero di una memoria e di un senso del ruolo ‘comune’ – persino banale – del fumetto, come ingrediente legittimo tra le diverse pietanze di un’offerta di informazione, narrazione, cultura.

Una breve coda polemica, tuttavia.

Da osservatore ho seguito un po’ la copertura di queste “buone notizie” da parte dell’informazione, inclusa quella specializzata in fumetto. O almeno ci ho provato. Già, perché l’informazione sul fumetto – almeno quella online – pare avere decisamente snobbato queste uscite, prima, durante (ieri) e dopo.

E allora mi rivolgo, francamente stupefatto, a testate come Spaziobianco, Mangaforever, afnews, houseofmystery, Comicus, fumettodautore, cfapaz…: cari amici/colleghi/quelcheè: dove eravate, in questi ultimi giorni? Non eravate al corrente dell’uscita dell’inserto domenicale del Corriere (incluse le indiscrezioni ormai diffuse sulla presenza di due pagine di fumetto)? E una volta annunciato e poi uscito: non lo avete letto? Se sì (come credo): come è possibile che lo riteniate meno rilevante delle pur numerose news che, come sempre, avete rilanciato negli ultimi giorni?

Mi vengono in mente solo parole un po’ noiose, e persino antipatiche: mi pare un episodio tra lo sconfortante e lo scandaloso. Va bene tutto, ma non ‘bucare’ notizie che riguardano i due principali quotidiani del paese. E in particolare, mi pare inaccettabile bucare la notizia sulle due pagine di fumetti – inediti, e creati dai nostri maggiori talenti – offerte dal primo quotidiano nazionale.

Non vorrei fare il finto ingenuo: sono rimasto davvero stupito. Anche perché, ai tempi di Internet, sarebbero bastate una foto e due righe, quantomeno tra ieri e oggi.

Un anno fa, discutendo di alcuni limiti dell’informazione sul fumetto in Italia, scrivevo “meno news, più giornalismo”. Oggi viene persino da chiedersi: possibile che pure le notizie, quando sono chiare ed evidenti, si faccia fatica a riconoscerle?

Black e il fumetto dai Balcani

Il nuovo numero della rivista Black, pubblicata da Coconino Press – e diretta da Igort – arriva in libreria dopo quasi 3 anni di assenza. E per una (di quelle insulse) associazione di idee, mi viene da pensare al dottor McCoy di Star Trek. Perché è un numero che fa indubbiamente alzare – a lui, come a me – un sopracciglio.

La ragione è semplice: si tratta di un numero dedicato ad autori sconosciuti. Con l’eccezione – peraltro relativa – di Alexandar Zograf. Per la rivista ammiraglia di un editore-faro del settore, una scelta quanto mai bizzarra. Niente Burns o Gipi, DavidB. o Guibert, Baru o Giacon, Nanni o Fior: la line-up è composta da Bunjevac, Ciric, Hofbauer, Jankovic, Klemencic, Lomova, Lust, Moderndorfer, Pipovic, Stupica, Zizek, Zograf.

Insomma: questa uscita di Black ci presenta una piccola esplorazione del fumetto di area balcanica. Una zona oscura, di cui offre uno squarcio raro per il panorama italiano ed europeo. Lo fa abbandonando del tutto i valori sicuri della casa editrice, assecondando un bisogno più urgente e prezioso: abbozzare cartografie culturali. Magari discutibili, magari provvisorie – come ogni cartografia. Ma di cui abbiamo bisogno. Perché come lettori siamo anche questo: viaggiatori in territori – composti da storie, simboli, esperienze – di cui ci illudiamo di conoscere i confini. E che invece nascondono grandi o piccoli ‘altrove’. Come i Balcani. Un ‘altrove’ peraltro molto vicino, sebbene ci sembri ancora così lontano.

La sorpresa per questa scelta, e la ricchezza del (micro-)ritratto culturale che ne emerge, mi hanno convinto non solo a parlarne, ma a pubblicarne un estratto: il testo di introduzione, eccellente quadro firmato dalla brava Paola Bristot. Che sottolinea saggiamente, fra le altre cose, le affinità di linguaggio e di pratica tra fumetto, teatro di marionette e animazione. Buona lettura.

Rastko Ciric

La ricerca finalizzata a tracciare un itinerario che fotografasse la situazione dello storytelling nei paesi dell’Est Europa è iniziata per me quasi dieci anni fa. La collaborazione con “Stripburger” in questa direzione è stata fondamentale.

“Stripburger”, oltre ad essere una rivista di fumetti, è un centro di convergenza di molti autori di fumetti e operatori culturali: la sede è a Metelkova, il quartiere di Ljubljana occupato da movimenti di controcultura. Se vi affacciate dalla finestra della redazione vi sembrerà di essere in una tavola di un fumetto underground: di fronte a voi, l’hostel Celica, un ex-carcere, con le camere ancora delle dimensioni delle celle e con le inferriate alle finestre e intorno, sui muri dei palazzi circostanti, i graffiti in continuo cambiamento dei writer di passaggio; sulla destra, la Music Hall dove la sera si alternano concerti, conferenze, performance.

Katerina Mirovic è la figura di riferimento di “Stripburger”, è lei che realizza la grafica e coordina i progetti editoriali ed espositivi, con lei abbiamo costruito una collaborazione su più fronti di qua e di là del confine. Grazie a “Stripburger” molte delle novità del mondo del fumetto del Nord e dell’Est Europa si sono affacciate all’Occidente. In questo senso la Slovenia ha avuto veramente una funzione ponte, un po’ per la lingua, che si avvicina più del Serbo o del Croato al Russo, un po’ per la predisposizione mitteleuropea di questa parte dell’area balcanica, coinvolta per soli 10 giorni nella guerra che ha lacerato la ex-Jugoslavia.

Goran Pipovic

Così attorno a “Stripburger” e alla sua vocazione europeista, fin dall’inizio della sua pubblicazione, 18 anni fa, si è aggregato un orizzonte aperto agli autori di fumetto internazionale. Dei giovani autori sloveni – Koco, Matej Lavrenčič, Andrej Stular, Gašper Rus, Marko Kociper – abbiamo scelto di presentare su Black Jakob Klemenčič e il giovanissimo Metej Stupica, che si cimenta con una storia di uno dei più interessanti drammaturghi della scena slovena, Vinko Möderndorfer. Ancora, attraverso “Stripburger”, recuperiamo una rete di autori dell’area balcanica, come Igor Hofbauer, illustratore e copertinista e, naturalmente, Aleksandar Zograf, una figura di riferimento nel panorama del fumetto autoriale.

Ora, se dovessimo trovare un comune denominatore tra la maggioranza di questi artisti, esso potrebbe essere una attenzione soprattutto al fumetto americano, quello di “Mad”, di “Raw”, più che alla narrazione in forma di romanzo. Anche un transfuga dalla Serbia come Milorad Krstić, approdato in Ungheria, dove vive tuttora, scrive un Anatomische Theater in cui traccia una storia universale del ‘900, con l’aspirazione all’arte totale come mito finale, o un altro serbo, Rastko ćirić, anche lui coltissimo, seppure di una generazione precedente, ricostruisce il suo universo grafico in un catalogo, opera omnia che titola per l’appunto: Miscellanea.

Jakob Klemenčič

Proprio mentre con Igort scrivevamo l’indice di “Black” 10, è uscito un corposo volume Zenski strip na balkanu (ed. Fibra), curato da Irena Jukic Praniijć e Marko Sunijć, oltre ad un altro libro che fa il punto sul fumetto, Stripovi, di Johanna Marcadé (ed. Turbo Comix e Le Courrier des Balkans). Entrambi testimoniano la volontà di una verifica dell’arcipelago fumetto in un’area geografica estesa dalla Serbia alla Dalmazia.

La presenza femminile sembra essere dominante e forse non casuale, visto che, tra le figure emergenti dell’area mitteleuropea, sono le autrici a manifestare un linguaggio e una scrittura originali. Di qui la scelta di Dunja Jancović, Nina Bunjevac e dell’austriaca Ulli Lust, oltre alla ceca Lucia Lomova. Quest’ultima non è certo una promessa, ma un’autrice affermata i cui libri circolano non a caso anche in Francia. Le tavole di Lucia Lomova testimoniano una potente verve narrativa, una formula linguistica che si lega certo a una cultura più affine al racconto.

Ulli Lust

Vorrei in questo senso segnalare la familiarità tra l’opera degli autori dell’Est e del Nord-Est europeo con la tradizione del teatro di figura, che, come il fumetto, specialmente oggi, non è più un linguaggio destinato solo a una fascia di pubblico infantile, ma adulto invece. Nel passato, attraverso il teatro, le marionette o i burattini trasmettevano messaggi politici e sociali che potevano costare la vita al marionettista o al burattinaio. Questa cultura visiva veramente popolare, che affiora sia nei fumetti sia nelle animazioni, ha attraversato con una vitalità ancora fortissima tutte le aree del nord est europeo e può essere utile a capire il modo di esprimersi, il tipo di influenza narrativa, i temi affrontati, così come il peculiare senso dell’umorismo, duro, spesso noir, degli autori di quest’area geografica.

Per allargare la riflessione sui fenomeni artistici dell’Est, non potevamo non parlare di Laibach. Essi sono fondatori di uno stato, NSK, uno stato nello stato con tanto di passaporto, uno stato stilizzato come forma di espressione, che forse ci permette di comprendere il desiderio di autonomia e di identificazione politica, certo, ma anche culturale, dei tanti Stati in cui si è smembrata la ex-Jugoslavia e l’ex-URSS.

NSK è in questo senso la pura essenza dell’utopia concretizzata nel ricorso a stilemi attinti dal sistema di comunicazione e propaganda assolutista degli anni ’30 e ’40 in Germania, nell’ex-URSS e naturalmente nella confederazione di quella che era l’ex-Jugoslavia. Queste simbologie, virate ai fini della comunicazione di un gruppo musicale, i Laibach, appunto, o di un gruppo artistico, IRWIN, funzionano perfettamente oggi più che mai. Laibach è il nome tedesco di Ljubljana, la capitale della Slovenia. “Laibach” ricorda l’occupazione della Slovenia da parte della Germania nazista, dell’Italia fascista e dell’Ungheria. Il settore italiano di occupazione comprendeva la capitale, Laibach, e la zona a sud ovest del piccolo stato sloveno. Per questo molte cartoline inviate dai deportati nei campi di concentramento nazisti e fascisti recavano il nome nelle due dizioni, italiana o tedesca.

Nina Bunjevac

Da questo triste capitolo di storia arrivano le testimonianze di molti artisti, poeti, letterati, ma soprattutto pittori e illustratori, che documentano i rastrellamenti, le uccisioni e gli internamenti di migliaia di civili sospettati di appoggiare i partigiani del Fronte di Liberazione. Una vicenda storica colpevolmente rimossa dallo stato italiano, i cui protagonisti – criminali di guerra fascisti – non sono stati processati, come è accaduto invece ai nazisti. Le cartoline con le invocazioni d’aiuto ai parenti e familiari in cui spicca stampata la scritta VINCEREMO e, nel bollo, l’effige del re Vittorio Emanuele III, ci ricordano una pagina della nostra storia di cui dovremmo prendere atto.

Il Comune di Gonars, uno dei comuni italiani in provincia di Udine che ospitò un campo di prigionia in cui furono rinchiusi civili sloveni e croati – il campo n.89 – sta da qualche anno cercando di recuperare questa memoria, attraverso convegni e pubblicazioni. Passato e presente si incrociano inevitabilmente nelle zone di confine. In una rassegna geo-grafica che si estende a Est fino al Nord dell’Europa, le storie si tessono su traiettorie oblique, in cui troviamo però radici comuni, tradizioni, modi di pensare, tendenze e sguardi affini, soprattutto della vecchia Mitteleuropa.

Di Ucraina, con Igort

Comunicazione di servizio. Questo sabato sarò a discutere con Igort alla Fnac di Milano, intorno al suo Quaderni Ucraini, pubblicato in Italia da Mondadori.

Tanto per farsi una vaga (vaghissima) idea, ecco il booktrailer francese:

Post-Komikazen blog post

Finalmente quest’anno sono riuscito a fare tappa a Ravenna, per il festival Komikazen organizzato da Mirada. Si tratta di uno dei più piccoli festival dedicati al fumetto in Italia. Ma anche di uno dei più interessanti.

Dimenticate eventi come Lucca Comics o il FIBD di Angouleme. Il suo interesse non è nei numeri, ma nell’identità culturale. Niente etichette-ombrello come “fumetto popolare” o “fumetto d’autore”: Komikazen si occupa solo di fumetto di realtà.

Mancano 10 giorni all’apertura di Lucca Comics, e sono trascorsi 10 giorni dalla chiusura di questo piccolo festival altro: un buon momento per meditare sull’utilità e i significati di eventi come i festival. E il punto, nel caso di Komikazen, non è nemmeno – non è solo – nel “piccolo è bello”: un Davide (diverso da Golia) che rispetto a una Lucca Comics ha il vantaggio di permettere scambi più lunghi, densi, riposati. Di piccoli festival ne esistono numerosi, in Italia e nel mondo, ma il maggior valore di Komikazen non risiede nel suo essere un mero elogio della lentezza o di una supposta autenticità dal sapore artigianale. Quel che mi pare davvero importante è altro: la sua strategia, e la sua visione.

Nel mondo sempre più connesso dei festival europei, Komikazen è ormai riconosciuto come un caso esemplare: un modello di grande rigore curatoriale, e di deciso posizionamento culturale. Non un contenitore, ma un progetto; non un assemblaggio – magari anche di grande qualità – di esperienze/autori/opere differenti, ma una scelta di campo. Un festival che non si pensa come prodotto, ma come azione con cui testimoniare la società contemporanea (scegliendo la via politica di rappresentarne squilibri e conflitti, oltre che esperienze e memorie) filtrata dagli occhi e dalle mani di artisti che usano il fumetto per esprimersi.

Komikazen mi pare un modello importante per due ragioni.

Da un lato perché fa una scelta di contenuto che non è “uno fra i tanti” possibili, ma è il campo della necessità sociale come condizione dell’esperienza artistica, vista dal punto di vista del fumetto: il “fumetto di realtà” è sì solo una piccola porzione del tutto, ma una cruciale, perché ci ricorda come attraverso questa forma espressiva si possa leggere in presa diretta il mondo che ci circonda e prendere posizione rispetto alle scelte individuali e collettive.

Dall’altro, perché a differenza di una visione ingenua del fumetto e dell’arte, il “contenuto” non è tutto, e si accompagna alla grande cura nella selezione di autori e nella forma degli allestimenti.

Lo scouting artistico è di grande livello, perché si sforza di cercare lontano (anche in culture e Paesi ‘invisibili’ o scomodi, dal Libano alla Bulgaria, da Gaza alla Slovenia), cercare a fondo (anche in opere e temi controversi, dall’eutanasia in Petro Scarnera alle sofferenti identità di Kamel Khélif o Phoebe Gloeckner) e cercare là dove il talento si sta ancora formando (il giovanissimo Leroy o Pablo Auladell, e tanti altri in passato, da Marjane Satrapi a Matthias Lehmann, da Joe Sacco a Tommi Musturi). E la qualità degli allestimenti è preziosa, perché riflette su soluzioni che risuonino in sintonia con il lavoro – la poetica, si sarebbe detto una volta – degli autori: il rispetto per la materialità intima dei diari di Igort, l’allusione didattica per Logicomix, la dolcezza dei dettagli tipografici per la collettiva Le mappe della tenerezza.

Insomma, per farla breve: Komikazen è un evento che è anche un intervento – con il fumetto – sul contesto in cui ci troviamo a consumare (come lettori) e agire (come cittadini).

Passiamo quindi a ciò che, sebbene in breve tempo, ho potuto vedere.

La mostra più attesa era certamente quella dedicata alla prima ‘uscita pubblica’ in Italia dei Quaderni Ucraini, il più recente lavoro di Igort. Un libro di grande intensità, e un momento di svolta per l’autore: un Igort che ho trovato non solo molto concentrato, ma anche profondamente scosso e rinfrescato da un’esperienza non tanto giornalistica (come raccontato frettolosamente da certa stampa) quanto pienamente antropologica. Un’esperienza che ritengo abbia giovato molto nel ridefinire il suo rapporto tra distanza e intimità con l’oggetto del raccontare, e la cui digestione artistica ha trovato nel libro una sintesi davvero poderosa ed emozionante.

Esporre questo lavoro ha richiesto alcuni accorgimenti del tutto specifici. Il fumetto è infatti quasi interamente realizzato su veri e propri quaderni, impossibili da concepire come ‘tele’ staccabili da appendere alle pareti. Gianluca Costantini ha pensato quindi di esporre i quaderni aperti, e di riprodurre “ingrandita” solo una sequenza (una basata sulla ricostruzione di documenti di archivio) che meglio si prestava ad una visione da affiche dell’immagine:

Il migliore allestimento, però, riguarda un’altra mostra, la collettiva Mappe della tenerezza. All’estro di Costantini sono dovute due trovate particolarmente seducenti. La prima è nell’uso dei fili tesi tra chiodi, usati per costruire un effetto tipografico preciso e insieme dolce, per evidenziare i nomi degli autori esposti:

Inoltre, nella sala dedicata a Logicomix – l’eccellente graphic novel sulla storia culturale della matematica (narrata da Bertrand Russell) dei greci Apostolos Doxiadis e Alecos Papadatos – campeggia una splendida lavagna scolastica d’altri tempi. Su di essa è scritto col gesso un frammento di un teorema di Russell, e vi sono proiettati alcuni video del tardo Russell pacifista:

Nel frattempo, passeggiando in città, qualcosa mi ricorda che sono i giorni di un piccolo evento per il fumetto popolare italiano: Tex Willer ha toccato quota 600:

Di giovani talenti ce n’erano diversi, a Ravenna. Alcuni legati al progetto Comixculture II, realizzato insieme a Next Page,  Fondazione bulgara che promuove l’empowerment di comunità svantaggiate attraverso scambi e progetti culturali – tra cui il fumetto. Altri provenienti dal concorso Komikazen 2010, dal quale dopo Marina Girardi (2008), l’anno scorso è emerso il 30enne Pietro Scarnera, che con un intimo e intenso racconto dei 5 anni vissuti con un genitore in stato vegetativo, mi ha decisamente stupito non solo per equilibrio narrativo, ma anche per maturità grafica. Pur da semi-esordiente e autodidatta, ha realizzato una delle più intelligenti e belle copertine di graphic novel italiani dell’anno:

Dovrei anche parlarvi della forza, insieme estetica e politica, dei lavori di Pablo Auladell e del giovanissimo Maximilien Le Roy. Ma rimando a due recenti interviste apparse sul sito LoSpazioBianco, qui e qui. Seguite Auladell, che è ormai un artista solido, assolutamente da tradurre. Ma tenete d’occhio anche Le Roy, che ho la sensazione ritroveremo presto in qualche rilevante palmarès. La qualità narrativa e politica del suo lavoro, e il suo sguardo da viaggiatore irrequieto mi hanno davvero colpito. Leggete qua in cosa consistono i suoi prossimi 5 o 6 lavori, e fatevi un’idea. Ai miei occhi, è il più fulgido talento messo in evidenza da questa edizione di Komikazen. Ah: mi è piaciuta anche una sua piccola battuta:

Cosa signi­fica per te oggi “l’impegno poli­tico”? Tal­volta mi viene chie­sto per­ché non mi cimento con altri regi­stri, cose “più trendy”, o “meno noiose”! Ho notato che non si chiede mai ad un autore che si occupa di que­ste cose “più trendy” quando pas­serà al fumetto “poli­tico”.

E poi vi devo parlare di una persona.

Del lavoro di Elettra Stamboulis ho da tempo una grande stima. Che riguarda i contenuti di cui si occupa, ma anche del metodo e dello stile. Una prima ragione è di ordine culturale: la sua preparazione la rende, ai miei occhi, uno dei migliori interlocutori che il fumetto italiano può avere quando si parla di qualità curatoriale, politiche culturali, critica d’arte. Un’altra ragione è politica: la sua scelta di campo riguarda l’accento sui bisogni sociali – mi ripeto – come condizione per l’esperienza artistica, anche nel fumetto. E un’altra ragione è, diciamo, ‘civica’: Elettra è anche un’amministratrice pubblica, impegnata in politica in un modo che ai miei occhi testimonia dell’autentico spirito di servizio che continua a esistere, in questo campo di esperienze (e non di ‘mestiere’, come alcuni le intendono). Nulla di particolarmente ammirevole, dunque, nel sapere – io l’ho scoperto solo un anno fa – che Elettra è Assessore all’Istruzione del Comune di Ravenna (Comune che – per fare esempi noti ai lettori di questo blog – vale il doppio di Lucca: quasi 160.000 abitanti e un bilancio più oneroso). Ma di questo incarico Elettra non fa un gagliardetto o un trampolino, bensì un’esperienza specifica all’interno di un percorso chiaro e coerente: educatrice e organizzatrice culturale.

Da quest’anno in poi, a Komikazen non mancherò più. Lo consiglio anche a voi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: