Disegni di mani che disegnano (parole)

Guardando autoritratti di disegnatori, un dettaglio fra tutti mi è sempre parso particolarmente interessante: le mani all’opera.

Disegnarsi mentre si disegna è piuttosto ovvio e naturale, per un disegnatore. Ma proprio per questo le differenze contano. E l’abilità – la capacità autoriflessiva – di alcuni mi è sempre apparsa nei tentativi di esprimere non solo il semplice gesto, ma la processualità dell’atto stesso di disegnare; e disegnare quel segno, quelle forme. Di più: suggerire insieme un gesto, un processo, e persino un atteggiamento.

Spulciando tra i disegni raccolti su Comicartfans, ho trovato un paio di splendidi esempi, declinati su un ulteriore sotto-aspetto: mani che disegnano parole.

E le parole che emergono dall’atteggiamento cpmulsivo e scomposto di un corpo che disegna ‘sempre’, anche quando dorme; o quelle manipolate come un filo da dipanare, un gomitolo che è un costrutto grafico – ci dicono davvero tanto di quei grandi disegnatori che erano (sono) Harvey Kurtzman e Joost Swarte:

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Autoritratti disegnati: Ronald Searle

Della forza comunicativa degli autoritratti realizzati da disegnatori abbiamo già parlato un po’. Soprattutto per sottolinearne la valenza di complessa auto-riflessione su di sé, sul segno, e sul proprio mestiere.

Tra i tanti esempi con cui potremmo continuare (e prima o sarebbe bello parlare del più bravo di tutti: Saul Steinberg), di recente ne ho scoperti alcuni che non conoscevo, opera del recentemente scomparso Ronal Searle:

Da un indiscusso maestro della linea, non mi ha stupito ritrovare un altro autoritratto tipicamente, diciamo, steinberghiano:

Ma l’autoritratto che ho trovato più affascinante e completo, perché in grado di lavorare su tutti e tre gli aspetti che dicevo (mestiere/pratica del disegnare; il significato del segno; e l’identità individuale dell’autore) è quello che segue: un “teatro di marionette” di linee e di forme, che gioca con la Storia (in costume) e con la relazione tra linea e macchie ‘informali’:

via ronaldsearle blog

Cos’è un autoritratto (secondo Chris Ware)

Che cos’è un autoritratto – o almeno, che cosa significa per un fumettista come Chris Ware? Osservando il suo più recente lavoro del genere, direi (almeno) tre cose:

> Sintesi

Per un disegnatore come Ware, vuol dire innanzitutto massima asciuttezza del segno. Che non significa naturalmente solo bianco e nero, e ‘linea chiara’ (anzi chiarissima), ma qualcosa di più (anzi di meno): significa una sua riduzione alla geometricità delle forme, e a una sorta di rappresentazione visiva essenziale, diagrammatica, quasi info-grafica.

> Identità

Inevitabilmente l’autoritratto si offre anche come autoriflessione sulla propria condizione e sulle proprie caratteristiche. Da un lato quindi il descriversi di Ware come parte di un insieme di elementi: una famiglia (per un quasi-sociopatico, un bel traguardo individuale), il cui maggiore risultato – un figlio – è sottolineato dalla presenza della sola, minuscola macchia di colore rosso. Dall’altro, il sottolineare di sé la centralità del cervello, come a riconoscersi un individuo tipicamente ‘mentale’, cerebrale.

> Genealogia

Per un autore per certi versi ossessionato dal passato come Ware, autoritrarsi significa descriversi come co-costruito – formato – da un insieme composito di influenze culturali, estesosi e modificatosi nel tempo, entro cui collocarsi per riconoscersi: fumettisti, artisti, architetti, musicisti, registi, scrittori, grafici, attori, illustratori, e un gruppuscolo di varia umanità.

via Mono – Kultur blog

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