A Roma, tra fumettologi

Ispirata dal parigino SOB festival – che insiste, e si prepara a una terza edizione con un panel tutto italòfono – Laura Scarpa (Associazione ComicOut) ha ideato una piccola ma interessante occasione di incontro e confronto tra fumettologi e critici. Si chiama Critical Comics: una tre giorni romana in cui discuteremo, rifletteremo, ci accapiglieremo, intorno allo stato di salute e alle tendenze dei discorsi fumettologici.

Per chi sarà a Roma, ci vediamo sabato.pixartprintingcompleto pieghevoli

Quando su Crepax si scontrava la critica (2 di 2)

A breve distanza dalla stroncatura di Briganti di cui vi dicevo ieri, Panorama (4 maggio, 1976) pubblicò un articolo che ricostruiva la polemica, contribuendo a rilanciarla e, insieme, chiarirla. Non senza parteggiare per Crepax.

Il pezzo si intitolava “Crepax? Non mi va”, ed era firmato da Marco Giovannini. L’inizio ricordava la familiarità di Crepax con alcune polemiche:

Alle polemiche c’è abituato. Undici anni fa su Linus rivoluzionò la tecnica del fumetto frazionando l’unità della pagina e suscitando prima lo sbigottimento e poi le ire dei puristi. Da allora a oggi è stato via via accusato di intellettualismo, ermetismo, antifemminismo, pornografia. Ma è la prima volta che qualcuno gli dice che non sa disegnare.

Eppure l’architetto Guido Crepas, Crepax per i fumettisti, è, secondo Giuliano Briganti, professore di storia dell’arte a Siena, uno dei massimi esperti del Seicento, “un banalissimo disegnatore dotato di un’abilità lugubre che confondendo erotismo con onanismo offre ai giovani inesperti liceali in fregola un cocktail di Playboy, Crazy Horse, donnine art déco e suppellettili falso floreali, che crede di toccare le punte più alte del sadomasochismo disegnando lividi e staffilate sui culi longilinei delle sue Valentine. Arte? Neanche per idea. Se ne stia nelle edicole di via Veneto e lasci perdere le gallerie”.

Giovannini prosegue con la descrizione puntando, dopo aver già esplicitato il primo argomento di Briganti – l’abilità nel disegno – con il secondo: l’accostamento Crepax/Tadini, giudicato ‘indiscriminato’ dal critico:

L’attacco che ha fatto sobbalzare i fumettologi riportandoli “agli anni bui” in cui le strips erano considerate degne al massimo di stare nella cartella dei bambini, pubblicato sulla Repubblica (Briganti è il critico d’arte) si riferiva alla mostra che Crepax ha organizzato a Roma alla galleria Rondanini: 85 tavole a fumetti tratte dai libri delle sue eroine (da Valentina all’Histoire d’O). C’è differenza fra un quadro e una litografia e un disegno a fumetti d’autore? Secondo gli organizzatori della mostra, che hanno affiancato Crepax al pittore Emilio Tadini, assolutamente no. Secondo Briganti assolutamente sì. Almeno riguardo a Crepax: “un autore alla moda (pettinature di Vergottini, giarrettiere, scarpe col cinturino) con pretese intellettualistiche e con un segno morto, molto accademico, un segno che non è neanche un segno. Mischiare disegnatori come lui e artisti seri, è follia”.

Il giornalista offre qualcosa di più della mera descrizione della polemica. E prova a ricostruirne un po’ il retroterra, interrogando lo stesso Briganti. Del quale, con perfida ironia, ne illustra la competenza cogliendo un dettaglio domestico: “un intero piano della libreria”. Non molto, già. Ma quanto basta per fare esprimere il critico in merito. Esponendolo al rischio di mostrare falle nella propria preparazione. Cosa che puntualmente avviene, come nelle considerazioni su Disney o Pericoli&Pirella:

Briganti dice di intendersi di fumetti: a casa ha un intero piano della libreria dedicato ai comics. Per questo può permettersi giudizi molto personali, anche taglienti. « I personaggi di Walt Disney sono quasi metafìsici per quanto sono brutti. Topolino, poi, è addirittura repellente »; « Jules Feiffer è scocciante », « Pericoli e Pirella copiano a piene mani da una vecchia striscia che pubblicava Il Giorno anni fa: il prof. Pi dell’olandese Bob van der Born”.

due vignette di “Professor Pi”

Approfondita – e garbatamente ridicolizzata – la figura di Briganti, Giovannini passa la parola allo stesso autore oggetto dell’attacco. Che risponde per le rime proprio sul primo argomento, il disegno:

Crepax, dieci libri alle spalle pubblicati perfino in Finlandia e Giappone, e dieci mostre (la prima nel 1968, sei negli ultimi due anni) giudica l’attacco “villano e abietto”. E spiega: “Sarò un presuntuoso ma sono convinto di saper disegnare molto bene. Quello che dà fastidio a Briganti sono forse le parole. Se le levassi mi trasformerei automaticamente da fumettista in incisore? ».

Crepax prosegue riportando la polemica a quello che è: una questione non tanto di merito, ma di legittimazione del mezzo. E fa un esempio a lui caro, ovvero quello del jazz:

Quanto al discorso generale dei fumetti in galleria dice: « E’ come quando Louis Armstrong suonò per la prima volta alla Carnegie Hall. Un jazzista nel tempio della musica, che scandalo. Non voglio certo fare paragoni fra e, mettiamo, Strawinski, ma mi sembrarono due persone che potevano convivere, così come fumetto e arte”.

Il giornalista torna quindi alle parole di Fagiolo, che afferma con chiarezza la pertinenza del fumetto tra le arti visive:

Secondo Maurizio Fagiolo dell’Arco, professore di storia dell’arte e critico del Messaggero « dire che Crepax fa storie a fumetti è come dire che Lichtenstein copia le strips o che anche Warhol ruba fotografie ». Nei suoi fumetti Fagiolo ha colto citazioni continue: Godard e Ronchamp, Mendelsohn, le poltrone di Thonet, la scrivania di Van de Velde, Yves Klein e Max Ernst. Per quanto riguarda l’equazione fumetto-arte, non ha dubbi: « In galleria o meglio al museo dovrebbe avere diritto d’ingresso tutto quello che è immagine. C’è entrata la fotografia, l’architettura, la danza, il cinema, l’happening, il teatro, il videotape. Anni fa c’è entrato un cartoonist come Steinberg poi Siné e Folon. Perché oggi abbiamo paura del Crepax cattivo?”.

Giovannini chiude quindi facendo ricorso a un altro testimone – Oreste del Buono – e al ‘dato’ della salute artistica del fumetto, testimoniata dall’opera di un gruppo di altri grandi autori nazionali:

Malgrado la presa di posizione di Briganti (che secondo Oreste Del Buono, direttore di Linus, ci riporta indietro di mezzo secolo, “quando l’arte era arte e i critici ne erano i custodi sacri: se Crepax non è arte, è forse arte Briganti?”) la scalata del fumetto verso una maggiore considerazione artistico-culturale sembra inarrestabile. Oltre all’ incriminato Crepax, fra gli italiani hanno già fatto mostre Alfredo Chiappori, Pericoli e Pirella, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Guido Buzzelli. […]

E’ il maggio del 1976, e in un mese una mostra dedicata a un fumettista, allestita in una galleria ‘di tendenza’, ha scatenato una polemica lanciata da un quotidiano e smontata da un settimanale. Una fiammata polemica che ha coinvolto figure non secondarie della cultura artistica italiana, e che si chiude rapidamente – almeno nei media mainstream (e qui si apre lo spazio per ulteriori ricerche: se ne ebbe qualche eco sulla pubblicistica dedicata all’arte?).

Forse era inevitabile che si trattasse di una breve fiammata: è il 1976, e un simile scontro arriva per certi versi fuori tempo massimo. Anche in Italia gli spazi per le polemiche sulla ‘legittimità’ del fumetto si sono ormai ridotti. E per un’analoga intemerata – un secco rifiuto della legittimità del fumetto nel campo dell’arte – non si ripresenteranno più canali della stessa portata.

A distanza di circa 25 anni, Maurizio Fagiolo dell’Arco tornò su quell’episodio – il suo ‘gesto critico’ e la reazione di Briganti – in un testo apparso nel catalogo della mostra “Crepax e le Arti” (Fondazione Bandera per l’Arte, Busto Arsizio, 2002), curata da Alberto Fiz, al quale si rivolse direttamente, così:

Ti confesso che potrei sottoscrivere quella analisi […] E’ proprio vero, Crepax fa un discorso sul discorso, una analisi sull’analisi, si pone davanti alla comunicazione chiedendosi prima di tutto perché si comunica e, in un secondo tempo, come si comunica. Ecco perché lo paragonavo a artisti concettuali o analitici […]

ricordo l’incontro (o gli incontri) con Guido a Milano […]. Ricordo che quel colloquio (o quei colloqui) mi hanno insegnato molto di più dei saggi dei cosiddetti critici d’arte di allora. I quali, spesso, soprattutto quelli che ai tempi miei si definivano “militanti”, si rivelano insopportabili generali alla guida di eserciti inesistenti, cinici lanciatori di coltelli (pardon, di artisti) destinati a durare l’espace d’un matin, idolatri del proprio cervello, bambini vogliosi di adattare le proprie idee nane al lavoro di malcapitati passanti.

Ma torniamo al nostro tema. Penso che Guido Crepax sembri oggi quasi un teorico della ricerca sul linguaggio, un professore dell’avanguardia. Sempre di più. Mi fece un po’ rabbia (e poi molta tenerezza) lo scritto di un amico che apparve in quei tempi su un lettissimo giornale del mattino: amabilmente mi tirava le orecchie spiegando l’inopportunità di una esposizione di opere di Guido Crepax accanto a quadri di Emilio Tadini (lavoravo allora per la Galleria Rondanini che ha lasciato qualche segno alla metà degli anni Settanta): “confusione dei valori” era l’epilogo accorato. […]

Caro Giuliano, quanto faticavi a scrivere i tuoi articoli sull’arte moderna (io stesso sono testimone di giornate di sudori volonterosi). E quante paure ti assalivano: proprio tu che avevi saputo annettere al campo dell’arte territori mai frequentati o ritenuti off limits come il manierismo e il vedutismo…

Il bello di quell’articolo è che si conclude con una censura sulla moda (così parlò Giuliano) della fotografia e delle mostre fotografiche. […] Anche allora, caro Giuliano, non resistevi (tu che eri un maestro vero) alla puntatina da maestrino della penna rossa: “La moda delle mostre fotografiche contribuisce alla confusione dei valori”.

Mi riportavano ad altri tempi quelle censure preventive. A quando un pittore osava cimentarsi col manifesto e non veniva considerato pittore (Henry de Toulouse Lautrec). A quando Picasso o Braque scomponevano l’immagine e venivano per disprezzo chiamati “cubisti”. A quando i Surrealisti includevano nel quadro materiali estranei au dela de la peinture e venivano bollati di avventure extra artistiche. Proprio come i loro colleghi rei di collaborare con i Ballets Russes di Serge de Diaghilev (ma via, siamo seri, la scenografia non è confusione dei valori?).

Che dire, oggi che le avventure oltre la pittura sono ben altre, e molto più banali e tanto più presuntuose di allora? Si può concludere che tutto è relativo, che quella inclusione del fumetto o della fotografia nel campo dei Valori dell’Arte appariva ben poco trasgressiva (vista almeno col senno di poi). Una innocente deviazione che poteva permettere di conoscere meglio la strada del linguaggio (pardon, dei linguaggi) dell’arte. […]

Le parole di Fagiolo suonano oggi tanto corrette quanto ovvie. Parole banali non sempre, non per tutti, ma sufficienti a ricordare come il livello del dibattito critico – sulla rilevanza di Crepax, e sulla pertinenza del fumetto tra le arti – da allora abbia fatto parecchi passi avanti.

Tuttavia, la critica d’arte italiana ha ancora parecchie difficoltà a confrontarsi con il fumetto. Lo dimostrano casi come quello che ho raccontato su questo blog qualche tempo fa. E paradossalmente, forse, è l’assenza di vere e proprie polemiche – sebbene meno magniloquenti o ‘legittimiste’, e più focalizzate – che oggi dovrebbe continuare a farci riflettere.

Il solito problema: recensire fumetti (mytici)

Qualche giorno fa ha debuttato, in allegato al Corriere, una delle novità fumettistiche più attese degli ultimi mesi: Mytico!

L’attesa era naturalmente per la novità del contesto produttivo: che il primo quotidiano italiano, editore (c’era una volta…) del settimanale più importante nella storia fumettistica nazionale, si decidesse fare il passo dal puro licensing alla produzione, è già in sé una notizia. Una di quelle che, prima ancora di entrare nel merito del prodotto, meritano certamente attenzione.

Registro che la prima reazione da parte di chi abitualmente segue e commenta questo genere di prodotti (la “stampa specializzata”, diciamo) non è stata troppo positiva: mixed feelings, direi. A voi la misurazione in Rotten Tomatoes:

  • Un “buon fumetto popolare senza pretese” (Mangaforever)
  • una “scommessa vinta” con qualche distinguo sulla lingua (Comicus)
  • un “buon punto di partenza” (House of mystery)
  • un’inappellabile e stroncante “fallisce il suo obiettivo fin dall’ideazione” (Conversazionisulfumetto)
  • e un “senza dubbio coraggiosa – malgrado i miei dubbi” (Mangaforever).

Nel complesso, per quanto può valere un’approssimazione del genere – e ad oggi – sembra di vedere una canonica ‘sufficienza risicata’ (nei voti di Mangaforever: 6 e 6,5).

E comunque, vorrei parlare d’altro. O meglio vorrei per un momento lasciare da parte il giudizio di merito sul prodotto (pessimo? so-and-so? buono?). E occuparmi delle reazioni stesse. Perché quel che mi ha più sorpreso nel ‘caso’ Mytico, finora, è stata la scarsa qualità non tanto del prodotto, ma delle sue recensioni.

La più banale delle premesse: non ne faccio una questione né personale (gli estensori delle recensioni) né di testata. Ma il contenuto di molte fra quelle recensioni mi è parso così sorprendentemente privo di argomenti, da renderlo un caso su cui spendere qualche parola. Perché Mytico! sembra essere stato, almeno finora, un catalizzatore – ‘epico’? – della sciatteria dilagante nella critica fumettistica (online) italiana.

Per privo di argomenti mi riferisco ad alcuni passaggi, per esempio, di questa recensione:

ha una forte carica sperimentale che lo rende interessante, tuttavia il risultato finale non appaga completamente il lettore.

“Carica sperimentale”. Da lettore, di fronte a questa affermazione, drizzo le antenne, e mi dispongo ad ascoltare. Per capire. Perché sapere che Mytico – non l’ho ancora letto: dovrei? – abbia una forte carica sperimentale può darmi una ragione per acquistarlo o, semplicemente, può essere la premessa a un discorso da seguire, un ragionamento con cui confrontare le mie aspettative, le mie idee. Mi dispongo ad ascoltare, eppure – eppure il testo non mi segue. Non mi vuole aiutare. Quali informazioni, quali frasi, quali parole dedica la recensione per indicarmi – farmi ‘capire’ – che siamo di fronte a un caso sperimentale? Nessuna. L'”idea di sovrapporre mitologia e comics”, frase seguente della recensione, che mette così sul piatto un altro tema degno di ascolto, “è una scelta che rende il prodotto appetibile per un pubblico giovanile”. Certamente: questi ‘eroi mitologici’ sono rivolti a bambini/ragazzi. Bene, è un fatto. Non del tutto nuovo, a voler dire bene, ma un fatto. La domanda iniziale, nel frattempo, rimane aperta: la “sperimentazione”, invece, in cosa consisterebbe? Forse lo sapremo un’altra volta. O da altri testi. Forse. Chissà.

dinamica sceneggiatura di Ascari che, da un lato, ha il merito di non annoiare

Posto che siamo di fronte a un fumetto d’azione (è il suo contenuto principe), parlare di sceneggiatura è passare dai contenuti alla tecnica/stile di scrittura. Per chi legge una recensione su una testata specializzata, un ottimo tema, in grado di soddisfare le aspettative di chi dalla ‘specializzazione’ si attende come è ovvio una discussione più ‘tecnica’, approfondita, con dettagli o ‘retroscena’ inappropriati sulla stampa generalista – per ‘specialisti’ che vogliono, appunto “qualcosa di più”. E qui, posto che sia legittimo distinguere fra stili statici e stili dinamici, piacerebbe sapere a cosa si riferisce questo giudizio sul ‘dinamismo’: ritmo? cambi di scena? inquadrature? La domanda rimane aperta: in cosa consiste una sceneggiatura “dinamica”? Forse lo sapremo un’altra volta.

Buona la prova grafica di Riccadonna che dimostra, tra l’altro, una certa originalità nella composizione delle pagine.

Innanzitutto un mistero: quel “tra l’altro”. Se oltre al layout c’è dell’altro, di cosa si tratta? E perché lasciarlo nel non detto? Il punto cruciale della valutazione sulla componente visiva, poi, è un’altra non-argomentazione: “composizione originale”. Perché da lettore mi aspetterei che le parole seguenti fossero destinate a questo, ovvero a fare capire anche a me le ragioni per cui qualcuno (il recensore, o io) potrebbe parlare di ‘originalità’. Ma anche qui il testo si ferma, non offre alcun elemento, e a chi legge non è dato capire se si tratti di un’originalità generale e assoluta (su cui parrebbe ovvio dubitare, col risultato di squalificare la recensione: enfasi fuori dalla realtà), o piuttosto di un’originalità rispetto a qualche termine di paragone. Peraltro inespresso. Altra domanda senza risposta: in cosa consiste questa “originalità compositiva”?

In un’altra recensione, un brano recita:

è evidente che l’autore intende essere il più popolare possibile (e non è un male) ma i testi mi paiono troppo semplici e la trama esile e avrei preferito maggiore profondità ma dopotutto questa iniziativa è rivolta ad un pubblico pre-adolescenziale.

Questa “evidente volontà di essere popolare” è un argomento che, di evidente, ha la tautologia. Come Tex Diabolik Topolino, questo è un fumetto popolare. Non è un’opera di avanguardia, o di ricerca. Lo sappiamo: è il Corriere. Dunque cosa vorrebbe dirci quell’ “essere più popolari possibili”? ‘Più possibile’ di cosa? E l’argomentazione si risolve in un avvitamento logico: essendo il target preadolescenziale… un autore non può che essere ‘troppo semplice’ e produrre ‘trama esile’; essendo il target preadolescenziale … un autore può voler essere più popolare (che è un bene), ma alla fine mica basta. Tradotto – con fatica – potrebbe suonare così: un fumetto popolare per ragazzini, “dopotutto”, non permette quel che qui si contesta. Una sciocchezza risibile, naturalmente, ma che si fonda su un’equazione tanto stereotipata quanto preoccupante, se praticata da chi “scrive di fumetto”: volenti o nolenti, fumetto popolare per bimbi = scarsa qualità. Un “dopotutto” che posso aspettarmi da sir Harold Bloom o da un professore di greco del liceo, ma che qui – la stampa specializzata, ovvero il bacino potenziale del migliore know-how – fa francamente impressione.

Il disegnatore fa un buon lavoro, riuscendo a caratterizzare visivamente ogni personaggio

Un disegnatore che riesce a caratterizzare visivamente i personaggi. Chi l’avrebbe mai detto. Una rarità, considerato quanti disegnatori non lo facciano, usando abitualmente stampini per riprodurre le medesime fattezze in più vignette possibile. O forse si voleva alludere ad altro: tutti i disegnatori sanno caratterizzare personaggi, ma questi sono stati particolarmente bravi. Queste caratterizzazioni hanno elementi di particolare valore, voleva dire: sono particolarmente ‘riuscite’. E questo potrebbe anche essere. E da lettore, mi dispongo ad ascoltare. Senza ottenere risposta, tuttavia: costoro sì che sanno caratterizzare… ma non si fa (sa) dire il perché. Altra domanda senza risposta: quali sarebbero gli aspetti di particolare cura o efficacia?

Insomma, mi fermo qui.

Peraltro scusandomi, per la pedanteria inevitabile di una simile discussione. Rimane però la sensazione, sconfortante, che queste recensioni dicano poco, o niente, del fumetto in questione. E che questo caso meriti almeno un poco di indignazione, come il mio post cerca di rappresentare. In modo un po’ piagnino, lo ammetto: mi perdonerete, ma così accade quando lo sconforto scocca intorno a casi che coinvolgono professionisti che stimo, e su tutti i fronti (il prodotto; le testate di queste recensioni; e la schiera di chi, giornalisti autori editori, va lamentandosi – chi in pubblico chi in privato – dell’uno come delle altre).

Vorrei allora ribadire una banalità.

Non c’è un modo di scrivere rencensioni, anzi. Anche in 500 battute. Ma ciò a cui servono è offrire informazioni (per presentare l’opera) e argomenti (per capirla/spiegarla/commentarla) – e qui ci sono informazioni, ma non argomenti.

Gli stessi autori e editori di fumetto popolare, sono tra le vittime di questa sciatteria. Perché se è vero che il “purché se ne parli” è un principio importante, la pochezza degli argomenti è una magra consolazione. Se una misura del riconoscimento e della crescita professionale, da sempre e in ogni campo, sono i discorsi che ne fanno i pubblici – indifferenziati (i lettori) o qualificati (la critica e i ‘pari’) – gli autori più motivati e consapevoli sono i primi a sentirsi sviliti dalla pochezza degli argomenti portati a loro favore (ma anche a disfavore): capire cosa si è fatto dalle opinioni altrui è normale, utile, proficuo. Ma se quel che si riceve è poco o nulla, coperto da una coltre di banalità e interesse fermo alla superficie (o, peggio, venato di adulazione), sono autori ed editori stessi a uscirne demotivati. Depauperati del valore – percepito o reale che sia – del proprio contributo.

A meno che… queste non siano altro. Non recensioni. E forse è proprio così: non sono recensioni, perché i loro testi promettono ma non mantengono l’obiettivo di discutere nel merito il prodotto. Sono altro. Segnalazioni, ‘brevisioni’ come le etichetta con accortezza uno di questi siti. Ma allora la domanda è duplice: 1) perché ostinarsi a chiamarle recensioni? e 2) cosa aggiungono, queste forme giornalistiche, ai lanci stampa?

Una sommaria risposta alla domanda 1) è che, nella prassi di chi progetta questi testi, c’è una “retorica della recensione” senza la recensione medesima. Una sorta di apirazione alla recensione. Ma senza il metodo, il mestiere, le “regolette”. E’ quello che in modo un po’ pomposo potremmo chiamare il “lato oscuro del fandom”. Ovvero quei casi in cui, per svolgere la propria (sana, e preziosa) missione di evangelizzazione culturale, invece di sfruttare la libertà di un contesto de-strutturato, lontano dai bisogni della produzione di comunicazione sottoposta alle regole del commercio (si pensi alla straordinaria energia dei collezionisti e dei loro database, dei loro raduni, di certa fanfiction, di tanto cosplay…), il fandom si confina nelle forme più ‘scolastiche’ del giornalismo e della critica, senza però darsi regole e buone prassi da usare come modello. Col risultato di praticare una critica che è più formulaica che sostanziale, più nelle intenzioni che nei risultati.

Una risposta alla 2) è che l’efficacia di questi testi ha a che vedere con la tendenza alla promozione del consumo tipica del giornalismo fandom-oriented (ne parlai tempo fa, qui). Ma in realtà con una visione parziale di questa stessa promozione: un fan-giornalismo acritico che abdica alla propria funzione, ovvero – rispetto alle proprie aspirazioni: promuovere il ‘buon’ fumetto popolare e non – rinuncia a un’interazione con prodotti/produttori fatta di richieste e pretese, stimolo e suggerimento, confronto e sane litigate. Portando argomenti, dettagli, temi, idee, ambizioni trasformative più o meno sensate. Come qualcuno ancora fa, per fortuna: penso all’eccellente blog Docmanhattan, forse il più compiuto esempio di fan-journalism di qualità nel 2011; o al sito verticale dei fans di Dylan Dog, DDComics. Una visione che invece fatica a trovare rappresentanza nei pur tanti webmagazine generalisti ‘dal basso’ che si limitano a piccole segnalazioni, comunicati e notiziole, recensioni stringate quasi solo descrittive e, non a caso, quasi sempre morbide come una carezza (nei rari casi in cui invece ‘mordono’, peraltro, rischiando di diventare vittime di una sciatteria opposta e contraria: le reazioni piccate o persino minacciose di alcuni editori/autori). Una critica amatoriale – come si diceva negli anni 70/80 – o un fan-journalism che, rispetto a campi come tv e videogiochi, insomma, pare vivere una fase di profondo sfarinamento, se non una vera e propria crisi motivazionale e aspirazionale.

E allora quel che dispiace è anche che ciò avvenga, in questa occasione, in un campo – la stampa specializzata italiana – che dopo decenni (esagero: dai ’60 ai ’90) spesso all’avanguardia in termini di qualità argomentativa e critica (da Linus a Sgt. Kirk a ilFumetto a Fumo di China a L’Urlo a Schizzo), pare vivere una fase poco felice. In cui la rete ha portato nuove opportunità (quantità, libertà di temi, formule e registri) ma anche nuove schiavitù (quantità, rapidità, sciatteria).

Non solo: dispiace tanto più quanto il caso di Mytico!, prodotto popolare che potrebbe avere ragionevolmente già superato le 50.000 copie, avrebbe meritato da chi presiede il territorio dell’informazione sul fumetto con impegno costante, quotidiano, energie critiche quantomeno proporzionate all’occasione. In un’Italia che, pur ricca oggi di spazi online dedicati alla discussione sul fumetto indipendente, d’autore, di nicchia, sorprende per la sempre cronica assenza di discussioni altrettanto attente sul fronte del fumetto popolare, Bonelli, Disney – o Mytico! – in primis. A favore o contro che sia.

Il dibattito sulla salute della critica sul fumetto – anche popolare – in Italia, che periodicamente torna a scatenare confronti, piccoli buriana, difese d’ufficio e una discreta produzione di alibi, è uno di quei (relativi) bisogni che casi come questo ci ricordano: c’è ancora bisogno di lavorare un sacco, per elevare la qualità dei discorsi sul fumetto dalla superficialità. Inclusa quella di certe sue recensioni.

La critica fumettistica secondo i Peanuts

Così ironizzò Schulz (click per ingrandire):

LoSpazioBianco restyling: Squaz logo

Il sito web LoSpazioBianco torna online giovedì 1 Luglio in veste rinnovata, sia nei contenuti che nella grafica. Tra gli elementi di questo restyling, una nuova immagine – logo e header della testata – realizzata da un grande illustratore italiano: Squaz, al secolo Pasquale Todisco.

L’idea di dotarsi di un’immagine fortemente caratterizzata – non un logo tipografico, ma un vero e proprio disegno realizzato da un autore di talento, di cui il logo è parte integrante – è una soluzione che distingue fortemente LoSpazio Bianco da altri webmagazine fumettistici come AfNews, Comicus, HouseofMystery, MangaForever, Fumettodautore ecc. Il messaggio che comunica una simile scelta non è solo un generico “mettiamo al centro l’immagine disegnata”, ma l’idea che essa sia fortemente dipendente dalla personalità artistica di chi la realizza.

Al centro dell’impegno di LSB non ci sono infatti le news, ma gli autori e le loro opere (con recensioni, interviste, commenti), di cui questo sito – nato dalla passione di un gruppo di (spesso giovani) “lettori competenti” – cerca da anni di presentare la ricchezza, il fascino e la complessità. Tutto ciò nel quadro di un discorso critico sul fumetto che sì, avrà pure qualche limite di stile e di prospettiva, ma che a differenza di tanti altri spazi della rete – e non solo – riesce a tenersi ragionevolmente lontano dall’indulgenza, malattia infantile – e virus mai debellato – dei discorsi fumettologici del fandom più tradizionale.

Per tutto questo, inclusa la stima per le persone impegnate in questo prezioso progetto culturale (complimenti ad Alberto, con Ettore, Guglielmo, Marta, Valerio…), ho pensato di chiacchierare brevemente con Squaz e presentarvi in anticipo – si fa per dire – il nuovo header disegnato, che vedete qui (cliccate per ingrandire):

Squaz, quel che più mi piace del tuo disegno è il lavoro sul bianco. Un contrasto che esalta le parole e il loro senso del tutto visivo.

L’idea era proprio questa: il bianco doveva risaltare il più possibile e il balloon diventare così lo spazio bianco, la parentesi, la zona di riflessione, il vuoto che allude al pieno e lo rende percepibile. Insomma, una metafora.

Anche il lettering è tuo?

No, è un font di archivio. Inizialmente mi era stato suggerito di realizzarlo a mano (la prima versione -poi scartata- ne conteneva uno piuttosto imponente). Ma alla fine mi pare un buon compromesso tra la classica freddezza del carattere tipografico e il calore ruspante della manualità. Il fatto stesso che tu me lo chieda, forse, lo dimostra.

Perché uno sfondo urbano e un lettore-bambino?

Un'idea di logo alternativa, poi abbandonata

La città è un elemento immediatamente riconoscibile: sono le nostre case, il posto in cui viviamo. Al di sopra delle case c’è il bambino che legge, sdraiato su una nuvola che, oltre a essere un’evidente allusione alle nuvolette dei fumetti, è un elemento di sospensione. Allude al prendersi tempo per fare qualcosa che ci piace all’interno delle nostre giornate, oltre a dare dinamismo all’immagine (se si suppone che non resti ferma nel cielo, ma voli via altrove…).

Il bambino poi, rappresenta la nostra parte entusiasta, e anche quella con meno preconcetti. Non è un caso che i fumetti si comincino ad amare proprio da bambini, quando si hanno meno preconcetti. E a chi di noi non piacerebbe riprovare, per un momento, la stessa gioia ed eccitazione che abbiamo provato leggendo i nostri primi giornalini? In definitiva direi che l’idea è quella di rappresentare la riflessione e la critica insieme alla gioia, all’entusiasmo. Non una roba fredda e asettica da analisti, insomma, ma “il cuore” del fumetto.

Affiche del festival Fumettando (2008)

Non tutti i disegnatori sono altrettanto abili con loghi, grafiche o banner. Nel tuo lavoro di illustratore e  fumettista, però, c’è sempre stata una forte componente grafica. Penso anche alla cura del tuo design per Minus Habens.

Un'altra prova scartata

La grafica mi interessa molto. Anche se non sono uno specialista. E’ più che altro una questione di attitudine: con la grafica si lavora molto sui concetti, sull’astrazione. E’ una disciplina molto rigorosa, tipicamente razionale, in cui ogni singola scelta va giustificata e motivata. Ho visto gente impazzire per un puntino messo nel posto sbagliato… A me, dopo un po’, viene voglia di tornare a una dimensione più libera e narrativa e in Minus Habens ho cercato di unire le due cose. ……

Qualche anno fa ho anche realizzato il logo di una casa discografica (la  NUN Entertainment), su un’idea di Franco Battiato, ma questa rimane la mia unica esperienza nel campo di loghi e affini. Diciamo che ripeterei l’esperienza solo dietro congruo compenso e/o in un momento di temporaneo disamore per il fumetto 😉

Sarà, ma in questo caso mi pare non si vedano né disamore per il fumetto, né congrui compensi… Quindi dimmi: cosa pensi de LoSpazioBianco.it? E più in generale, raccontaci: quali sono le tue abitudini fumettistiche online?

Navigo abbastanza spesso nelle acque de LoSpazioBianco. Non conosco tutto lo staff, ma sono in buoni rapporti con alcuni di loro e c’è stima reciproca. Mi piacciono le loro interviste e gli approfondimenti. Magari dovrebbero aggiornarlo più spesso, soprattutto le recensioni: sono un po’ troppo sporadiche! Ho accettato perché è gente piena di passione e competenza, e ci stiamo simpatici: perché altro, se no?

In generale, però, non navigo su molti siti. Sono uno che ha bisogno di tempo per ‘digerire’ gli stimoli, e quindi tendo a seguire un numero limitato di siti e blog. Visito spesso quelli dei colleghi che più mi piacciono, come Stéphane Blanquet o Henning Wagenbreth. Ultimamente guardo spesso il blog dello spagnolo Paco Alcazàr, che mi piace molto anche perché mi pare una specie di Blanquet più pop… Per informarmi sulle discussioni intorno al fumetto, invece, vado a sentire un po’ di campane diverse: mi divido ecumenicamente tra la trimurti Ginevra-Interdonato-Stefanelli (ehm) più “bonus-track” Boris Battaglia quando-ne-ha voglia, Harrydice e (ta-tààààn) Roberto Recchioni… In tal modo mi illudo di avere il polso della situazione. E, a volte, ci riesco.

Lo sapevo che sarebbe finita a tarallucci e vino. Dannati artisti. Grazie, Pasquale.

Bentornato a LoSpazioBianco, dunque. In bocca al lupo.

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