A Roma, tra fumettologi

Ispirata dal parigino SOB festival – che insiste, e si prepara a una terza edizione con un panel tutto italòfono – Laura Scarpa (Associazione ComicOut) ha ideato una piccola ma interessante occasione di incontro e confronto tra fumettologi e critici. Si chiama Critical Comics: una tre giorni romana in cui discuteremo, rifletteremo, ci accapiglieremo, intorno allo stato di salute e alle tendenze dei discorsi fumettologici.

Per chi sarà a Roma, ci vediamo sabato.pixartprintingcompleto pieghevoli

Il Superman di McLuhan

Due anni fa si sono celebrati i 100 anni dalla nascita di Marshall McLuhan; quest’anno, i 75 dall’esordio di Superman. Nonostante sia un aspetto sorprendentemente dimenticato, McLuhan è stato anche uno dei più influenti critici e teorici del fumetto (come ho scritto qui; ci ritornerò con più calma in un prossimo libro). Per certi versi un pioniere. E uno dei suoi primi interventi provocatori, tra quelli che contribuirono a costruirne la nomea di paradossale, controverso, surfista fra cultura ‘alta’ e ‘bassa’, fu proprio un testo su Superman.

Quando scrisse su Superman, erano appena iniziati gli anni Cinquanta. Il libro era La sposa meccanica (The mechanical bride, 1951). Ovvero, il primo dei concept book di McLuhan: una raccolta asistematicata (un libro leggibile “a mosaico”, scrisse) di brevi testi, composti da alcuni aforismi iniziali, un’immagine – emblema di un fenomeno o prodotto della cultura pop – e un commento sulle sue implicazioni simboliche e sociali. Un Miti d’oggi à la McLuhan, se mi passate il paragone.

Nel suo studio su McLuhan, Elena Lamberti ha riportato anche una porzione di una lettera di McLuhan alla madre, in cui l’autore descriveva il suo libro così:

è una nuova forma di narrativa fantascientifica, con annunci pubblicitari e fumetti nelle vesti di personaggi.

Devo ammetterlo: conoscevo questo testo, ma a differenza degli altri lavori di McLuhan, non l’avevo mai letto. D’altro canto, non è certo la sua opera principale. La sua visione dei media, qui, pare più ambigua, con qualche ombra di scetticismo e moralismo rispetto agli slanci nei libri successivi. Peraltro, la sola edizione italiana arrivò tardi, nel 1984 (Sugarco), e – aggiungo io – tradotta in modo qua e là sbrigativo. Come commentò tempo dopo Umberto Eco (L’Espresso, 25 marzo 1984):

Paradossalmente, questo libro fa pensare ad un Adorno che si esprima a fumetti. L’apparato filosofico e argomentativo sono diversi, ma l’indignazione è la stessa. Salvo che McLuhan suggerisce di “leggere” e “capire” dal di dentro questi fenomeni, per poterli dominare.

Qualche mese fa sono stato spinto a leggerlo dal mcluhaniano Henry Jenkins che, parlandomi del suo prossimo libro, dedicato al fumetto, mi sottolineò l’ampia presenza di pagine su fumetti e strips in quel lavoro. E in effetti, oltre a Superman, ho scoperto brani su Li’l Abner, Arcibaldo e Petronilla di McManus, Blondie, Tarzan, oltre a frequenti menzioni ‘esemplari’ di altri fumetti e fumettisti (incluso un passaggio da un memorabile articolo di Stan Lee per Esquire).

Quando McLuhan scrisse su Superman, erano gli anni in cui Wertham e Legman avevano iniziato a occuparsi in chiave critica (e un po’ paranoica) di vari fumetti. Una prospettiva che ne La sposa meccanica McLuhan supera non esplicitamente ma de facto, occupandosi non tanto dei supposti effetti psicosociali, quanto dei loro più ampi significati ideologici e simbolici.

Per riflettere su questi significati McLuhan si concentra, nel suo testo, sui metodi e sull’idea di giustizia di Superman. Arrivando a coglierne non solo la dimensione escapista, quanto la natura sottile di inquietante dispositivo simbolico per rappresentare la mutazione sociale dell’uomo tecnologico. Un aspetto scontato per noi, oggi, ma certo non nel 1951.

Con un po’ di tempo a disposizione, ho finalmente trascritto quel testo qui sotto (NB: i neretti sono miei). Come è giusto che sia, per un frammento di fumettologia (e mediologia) da non dimenticare.

******************************************************

Scansione

Il personaggio di Superman fu inventato da due liceali negli anni attorno al 1935. Questo dato in sé è indicativo della mentalità da “fantascienza” a cui si richiama il fumetto. Ma questo fumetto in particolare opera a due livelli. Procura fantasie del solito genere “Super Science Stories”, in cui il lettore gioca alla campana e alla cavallina con i secoli e con i sistemi solari ad un tempo, in racconti quali ad esempio Il viaggio che durò 600 anni. Superman, tuttavia, non costituisce esclusivamente una narrazione delle conquiste, vere o immaginarie, di un’era tecnologica; è anche il dramma della sconfitta psicologica dell’uomo tecnologico.

Nella vita comune Superman è Clark Kent, una nullità. Come cronista di quart’ordine, la cui incompetenza gli procura la pietà e il disprezzo della virile Lois Lane, il suo super-io nascosto costituisce un sogno adolescenziale di trionfi immaginari. Mentre Clark Kent non può ottenere nemmeno l’ammirazione di Lois Lane, Superman è assediato da aggressive virago. Superman accetta un celibato autoimposto con una ferrea rassegnazione, mentre Kent è semplicemente rassegnato.

Fu questo personaggio e questa situazione che Danny Kaye ritrasse nella sua versione cinematografica di The Secret Life of Walter Mitty. Gli ammiratori di Thurber protestarono sostenendo che il film era un travisamento dell’originale Walter Mitty di Thurber. Ed è vero che questi nega ogni trionfo della fantasia al suo personaggio. Thurber preferisce tenere Mitty in uno stato di amara umiliazione, concedendogli un occasionale scatto di vendetta.

L’atteggiamento di Superman rispetto ai problemi sociali riflette similmente i metodi totalitaristici da mano di ferro propri di una mente immatura e barbarica. Come Daddy Warbucks in Little Orphan Annie, Superman è di un’efficienza spietata nel condurre la crociata di un solo uomo contro i truffatori e le forze antisociali. In entrambi i casi non si fa appello al processo della legge. La giustizia è rappresentata come una questione esclusivamente di potere personale.

Ogni valutazione delle tendenze politiche di Superman (e di altri suoi parenti nel mondo dei fumetti dell’avventura violenta, noto come settore “squinky” dell’intrattenimento) dovrebbe includere il riconoscimento che oggi i sogni dei giovani e degli adulti sembrano esprimere in egual misura una crescente impazienza nei confronti dei laboriosi processi della vita civilizzata e il desiderio irrequieto di adottare soluzioni violente. Infatti il pubblico di lettori di questo tipo di svago trascende ogni confine di età ed esperienza allo stesso modo in cui le pressioni del mondo tecnologico vengono sentite dal bambino e dall’adulto, dallo stolto e dal saggio, in egual misura. Bisogna ritenere che, inconsciamente, l’oppressione anonima esercitata dai nostri modi impersonali e meccanizzati abbia accumulato un’amarezza che cerca sfoghi della fantasia in un diluvio di violenza romanzata che viene oggi trangugiata in una straordinaria varietà di forme.

Alcuni lettori possono essere interessati al modo in cui Superman corrisponde alle speculazioni medievali sulla natura degli angeli. L’economista Werner Sombart sosteneva che la moderna finanza astratta e la scienza matematica fossero una realizzazione a livello materiale delle elaborate speculazioni della filosofia medievale. Allo stesso modo si può affermare che Superman è il fratello a fumetti degli angeli medievali. Infatti gli angeli, come è stato spiegato da Tommaso d’Aquino, sono assolutamente superiori al tempo e allo spazio, e tuttavia possono esercitare un’energia spaziale e materiale di natura sovrumana. Allo stesso modo di Superman, essi non necessitano né di educazione né di esperienza, ma possiedono, senza sforzo alcuno, un’intelligenza impeccabile in tutte le cose. Gli uomini hanno sognato a lungo di diventare come questi esseri. Tuttavia gli angeli caduti sono conosciuti come demoni. E gli uomini imperfetti, in possesso di un potere materiale sovrumano, non costituiscono una prospettiva rassicurante.

Il fumettologo che studiava l’America

La notizia l’ha data qualche giorno fa Afnews: è morto Roberto Giammanco. Un nome che alla stragrande maggioranza di voi forse non dirà nulla; magari qualcuno lo ricorderà, quantomeno, tra i riferimenti in tante bibliografie di studi sul fumetto.

Eppure Giammanco ha contato parecchio. Per gli studiosi, certo (penso, fra le altre cose, alle sue splendide analisi sul contesto del fondamentalismo religioso e politico in cui presero forma fumetti come quelli di Jack Chick, o i suoi documentati ed eccellenti passaggi su Pogo, Lil Abner, Krazy Kat). Ma non solo: per il fumetto in genere, direi. Perché il suo Dialogo sulla società americana uscì (per Einaudi – dettaglio non da poco) sostanzialmente nello stesso periodo in cui uscì Apocalittici e Integrati di Umberto Eco, il 1964, e la “scoperta” del fumetto da parte del mondo culturale italiano, all’epoca – prima ancora dell’avvento di Linus – la dobbiamo (anche) all’effetto cumulativo generato dall’uscita simultanea di quei due testi. Due testi di cui, peraltro, quello più “serio” – e quindi per certi versi ancor più sorprendente – era proprio quello di Giammanco (l’anima polemista e ironica di Eco è ancora oggi evidente nei toni della sua celebre raccolta).

Ho quindi ripreso in mano il suo successivo Gulp! Sortilegio a fumetti (1965), la cui introduzione si intitolava “Perché proprio i comics”?. E ho ritrovato questo splendido passaggio:

Perché proprio i comics? Perché in questo mondo modesto, ora rozzo, ora turgido di violenta e caotica immaginazione e quasi sempre ambiguo, irrazionale, cristallizzato nelle sue forme astratte, sottilmente corruttore e pur divertente nella sua monotonia e ingenuo in tante delle sue trovate, non c’è soltanto un tipo sociologico di uomo con i suoi falsi sogni e la sua insuperabile dipendenza, ma il volto di tutta la società di massa.

Proprio i comics perché la perfezione tecnica che hanno raggiunto esprime una nuova dinamica logica ed esistenziale. In questa massa di immagini “di consumo”, in questo loro inconfondibile segno che fa di tutto un “dato”, c’è un atteggiamento di fronte alla realtà che riproduce le dimensioni tecnologiche ormai acquisite nella vita quotidiana.

Via via che essi divengono più perfetti, di maggiore efficacia cibernetica e scaltrezza psicologica, dal disegno scompare qualsiasi concessione decorativa e tutto assume l’incisività scabra e unilaterale del diagramma. E’ proprio in questo senso che i comics portano avanti un necessario e organico processo di chiarificazione: dissipano qualsiasi “malinteso” di tipo romantico-borghese o astrattamente popolaresco, impongono ai relitti della “tradizione” la ferrea legge del consumo che, senza tanti riguardi, fa sua solo l’immagine che rende. Anche quando idealizzano i contenuti del passato e presentano fatti e figure sotto una luce iperbolica, la “democraticità” del disegno s’incarica di ridurli nei limiti delle esigenze del dominio.

a9622336b28611e2ade722000a1faea4_7

SOB (SPQP): solo in Francia

Inutile girarci intorno: certe cose capitano solo in Francia. Per esempio, il fatto che un fumettologo venga invitato non tanto da un generico festival di fumetto, ma da un festival di fumettologia.

Vista dall’Italia, sembra un’idea degna di René Goscinny (Sono Pazzi Questi Parigini?), ma tant’è: da domani sarò ospite del “Salone delle Opere sul Fumetto”, il SOB, seconda edizione. Ovvero una piccola ma intensa manifestazione che offre una vasta mappatura della produzione di saggistica sul fumetto (dai testi di storia a quelli critico-teorici, dagli artbook alle monografie critiche ai reference books) in lingua francese: oltre 300 le opere presenti, e 30 novità selezionate.

Fra gli incontri in programmaquattro analisi di singole tavole; un omaggio a Moebius con alcuni “Métallari” (Jean-Pierre Dionnet e Jean-Claude Mézières); e la Conferenza in cui – partendo da questo – parlerò di “Discours sur la BD, état de l’art” con Harry Morgan, Thierry Smolderen, Thierry Lemaire.

Finito il raduno tra compagnons – tutti francesi, tranne Paul e il sottoscritto – che immagino tra l’intéllo e la rubrique-à-brac, si partirà per Angoulême. Dove mi attendono tre-quattro giorni di lavoro serio, ovvero l’avvio di un nuovo corso per gli studenti dell’EESI: insegnerò “Storia delle teorie sul fumetto”. Cose che solo in Francia, già.

 

Materiali di lavoro (e il ritorno del fumetto invisibile)

Nel banale logorio della vita post-post-moderna, vedere un blog poco aggiornato significa … che il blogger è sopraffatto dalla vita offline. Quantomeno questo è quel che mi dicono gli amici “che ci sono già passati”; di certo è quel che mi accade al momento.

Ma se la spinta della vita offline è (anche) la pressione di tanti materiali fumettistici, come quelli che si sono affastellati sui miei tavoli/desktop in queste settimane, vale la pena spendere qualche parola. E ribadire sensazioni non nuove, ma sempre piuttosto violente. In soldoni: per raccontare la vicenda storica e culturale del fumetto, mi sembrano ancora incredibilmente numerosi (troppi?) i materiali dimenticati – forse nascosti, certamente invisibili – senza i quali la sfida della sua comprensione storica rimane un orizzonte ancora lontano.

Questi materiali sono, a volte, documenti “antichi”. Tuttavia, quel che mi sorprende sempre, è il dover riconoscere spesso che la loro dimenticanza non è solo il prodotto della distanza storica, ma il risultato di altri e ampi fattori culturali: sono ancora moltissimi i documenti mai riletti alla luce di una matura consapevolezza fumettologica.

Per non fare che un piccolo esempio su un piccolo paese (l’Italia), continuo a ritenere stupefacente l’ombra che avvolge il contributo al fumetto di un Camillo Teja, forse il più grande caricaturista dell’Italia ottocentesca, ma anche autore di splendidi fumetti e graphic album (pressoché dei graphic novel…) negli anni 70 del XIX secolo. Ma i casi sono numerosi (troppi?), e mentre altrove c’è chi si dedica a riconnettere alla genealogia del fumetto le imagerie d’Epinal o testate come l'”Illustrated London News” e il “The Graphic”, da noi le vicende de “Il Pupazzetto” o “Il Fischietto” rimangono confinate e piegate al campo ristretto della satira e della caricatura, assai lontane dal descrivere esperienze come quelle di un Gandolin o di “gregari” come Dalsani, autore di fumetti dagli splendidi layout, per testate locali come “La Luna”, nella Torino del secondo Ottocento.

Troppi materiali, per non fare che un altro esempio, quelli che permetterebbero di riconnettere la vicenda del fumetto a quella della cartellonistica tra 800 e 900. E troppi gioielli editoriali abbandonati alla periferia della memoria, come il fiammante “Mondo Bambino” diretto da Antonio Rubino, o “La Tradotta” – fino a testate che continuano a prendere polvere in archivi e collezioni poco considerate (o guidate da futili feticismi), dal “Cartoccino” ai pur noti, un tempo, “Pioniere” e “Balilla”.

Troppi frammenti della vicenda storica del fumetto nazionale sembrano ancora riposare inermi, sconfitti nell’incessante battaglia tra gli avvenimenti e la memoria selettiva. Una memoria guidata dalla spinta del mainstreaming industrial-culturale, ma anche dalla nostalgia di “blocchi generazionali” che – come ben vediamo altrove, nella società italiana – hanno prima accelerato, ma poi lungamente frenato, nel costruire una prospettiva storica aperta e non troppo indulgente.

Eppure, proprio in alcuni di questi ‘sconfitti’ risiedono alcune delle eredità culturali più profonde e ‘pesanti’ del fumetto. Come quelle – altro esempio piccino – del pornofumetto anni ’70, e di tante storie del Max Bunker ’70/80. Ed è sorprendente che, per comprendere il ventennio italiano che ci siamo lasciati alle spalle, ancora si faccia fatica a includere i simboli prodotti da quei potenti dispositivi dell’immaginario popolare, tanto decisivi nel plasmare la “cultura sottile” respirata da certo leghismo o berlusconismo, da molte idee dei Vanzina o del Ricci di Striscia la Notizia – e da tutti noi, naturalmente.

Troppi frammenti ancora complicati da mettere insieme, che potrebbero spiegare la distanza eccessiva che ha separato Buzzati dall’arte contemporanea italiana, o la capacità di fare impresa culturale (come nel caso di Cesare Civita) dai destini del Corriere dei piccoli del secondo dopoguerra – o tanti altri dettagli persino più importanti. Materiali che oggi mi sovrastano, tra carte e files maneggiati per comporre piccoli contributi – come un volume e un ciclo di lezioni – e che spero prima o poi di vedere ricuciti in nuove forme, nuovi disegni interpretativi di una fumettologia che verrà.

Quella fumettologia di cui si scherniva Sergio Bonelli, con i suoi “è vero, ma a chi vuoi che interessi oltre a noi pochi fumettari?”. Quella fumettologia che, a ben guardare la fatica – entusiasmante quanto piena di empasse – del gruppo di persone con cui sto componendo il libro che mi assorbe in queste settimane (trascurando un po’ questo blog), potrà davvero crescere solo ad alcune condizioni: confronto, fatica, e lavoro collettivo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: