Biblioteche (USA) che ‘censurano’ il fumetto: infografica

Uno degli aspetti che evidenziano le (non poche) differenze tra la cultura fumettistica statunitense e quella del nostro paese, è la relazione con il sistema delle biblioteche pubbliche. Un settore sempre più redditizio per l’editoria dei comics, come ha raccontato qualche mese fa Publishers Weekly.

In questo canale, la presenza del fumetto vive uno sviluppo che si sta accompagnando anche a crescenti problemi. L’associazione Comic Book Legal Defense Fund ha infatti stilato un elenco dei numerosi casi di controversie – spesso con implicazioni legali – sorte tra lettori (o organizzazioni) e biblioteche, oggetto di una variegata serie accuse: in alcuni casi sono state ritenute responsabili di aver fatto finire certi fumetti nelle mani sbagliate, per una scorretta collocazione dei comics rispetto alle fasce di età; in altri sono state additate come colpevoli di veicolare contenuti scandalosi, violenti o pornografici. Per queste ragioni, talvolta alcuni fumetti sono stati espulsi o banditi da talune biblioteche.

Più di recente, per tornare a fare il punto, il CBLDF ha presentato un’infografica che offre una sintesi interessante sulle motivazioni di queste controversie. Il cui esito è tanto ovvio quanto (e proprio per questo) sorprendente: il principale nodo del contendere è il sesso. Oggi come ai tempi di Fredric Wertham, mutatis mutandis, il sesso disegnato – e il sesso negli occhi di guarda – è ancora un grande asset, per le più stantìe fra le polemiche fumettistiche.

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Webcomics: in contrazione?

Le cifre sull’andamento del traffico di alcuni noti webcomics statunitensi raccolte da Webcomic Overlook – usando Compete.com – sono dati molto interessante, per quanto poco affidabili.

In sé, quei numeri parlano di una contrazione del traffico per molti tra i più longevi e noti fumetto online, come:

  • Xkcd, passato da 1 milione di unique visitors al mese a 300mila
  • Ctrl+Alt+Del, da cifre intorno ai 90mila all’inizio del 2012, si aggira ora tra i 20 e 30mila
  • PVP è passato da 30mila a 12mila
  • The Oatmeal si attesta sui 475mila, ma in anni precedenti oscillava tra 2 e 3 milioni al mese.
  • Saturday Morning Breakfast Cereal è passato in un anno da 200mila a 60mila
  • Hark A Vagrant! è sceso da 50mila a poco sopra i 10mila (attenuante: l’autore ha ridotto la produzione)
  • Gunnerkrigg scende dai 30mila di inizio 2012 a 12mila
  • Questionable Content da oltre 150mila a meno di 10mila

Come è noto, la parzialità della base dati su cui si basa il campione di Compete non rende giustizia dei numeri reali. E i commenti di altri comicsblogger a quel post lo testimoniano: alcuni vi riconoscono dati fedeli, molti altri no.

Ma il punto, come sempre in questi casi, più che nelle cifre è nella tendenza: tranne poche eccezioni, molti webcomics statunitensi vivono una fase di rallentamento.

Le ragioni, inevitabilmente, sono molteplici:

  • lo spostamento in corso dei lettori online, sempre più spesso consumatori via device mobili, non è uno spostamento necessariamente incrementale. E per molti webcomics il nodo potrebbe essere proprio nella forma/design delle tavole, poco leggibili (e/o poco navigabili) via smartphone o mini-tablet.
  • molte letture avvengono ormai attraverso piattaforme social, e non sui siti stessi: via Tumblr,  Facebook, ecc.
  • conseguenza: gli stessi strumenti di misurazione del traffico perdono colpi, non potendo, spesso, misurare il traffico al di fuori dei propri panel.
  • come sottolineano alcuni commentatori, il “fenomeno webcomics”, che aveva attirato grande attenzione da parte dei media mainstream fino a pochi anni fa, oggi non è più altrettanto cool. E l’attenzione dei media conta (anche se il fenomeno cinecomics, oggi più rilevante nell’agenda dei media, si riflette solo in parte sulle vendite dei prodotti editoriali).
  • per i webcomics più longevi, forse, è arrivata una fase di stanchezza creativa. O, più semplicemente, la loro formula (linguaggio, estetica, e user experience) non appare più corrispondere ai gusti odierni. Per molti, nient’altro che la dimostrazione di un fatto: essere fenomeni generazionali. Niente di meno, ma anche niente di più.

Detto questo, sarebbe interessante qualche osservazione comparativa su quanto accade anche in Italia, nella nostrana scena dei webfumetti. Se solo ne esistesse una.

Il fandom di Dan Clowes

Tra i tumblr fumettistici del 2012, una menzione andrà a eightball-tumbl-o-rama. Ovvero, una raccolta di materiali e foto (di altri materiali) ispirati ai lavori di Daniel Clowes. Disegni e stampe, certo. Ma anche sculture, tessuti ricamati a mano, tatuaggi, magliette, macchine per scrivere decorate, dispenser per caramelle Pez, collage, toppe per abiti, decorazioni per unghie, dipinti, costumi. Tutti realizzati da singoli amatori. Tutto made by the fans, ma ben oltre il cosplaying, insomma.

Il che, oltre a rendere quel tumblr un buon motivo per perdere due minuti navigando, ci ricorda ‘lateralmente’ quanto Clowes sia oggi un autore centrale, in grado di motivare la passione dei lettori a concentrarsi nelle forme più diverse (e strampalate) di produzione ed espressione.

Intendiamoci: come Clowes ce ne sono certamente altri. Ma ho qualche dubbio che autori come Charles Burns, Art Spiegelman o Chris Ware stimolino una simile reazione tra i loro lettori. Per dirlo con la distinzione sociologica di Abercrombie e Longhurst (le audience si dividono in: consumer, fan, cultist, enthusiast, petty producer), dubito che siano in molti, tra i protagonisti della scena del graphic novel contemporaneo, ad avere numerosi petty producers tra i propri lettori.

Tutto da dimostrare, naturalmente (e se amate creare oggetti ChrisWare-like o McCay-like fatevi sentire: vi offro una cena). Ma prendendo per buona questa generalizzazione, e provando a rifletterci su, faccio tre (una) ipotesi:

  • bravi come Clowes ce ne sono pochi
  • è solo un uomo e un artista fortunato
  • con il suo lavoro, Clowes è tra i pochi che riescono a raccogliere tra i lettori diversi profili sociologici del fandom. Il lato più ludico e quello più speculativo, quello più immersivo e quello più manipolativo. I lettori più “letterari”, insomma, insieme a quelli più “fumettistici” e a quelli provenienti da altre passioni limitrofe come il design (grafico, o di moda, o di prodotto). Un fandom che prende forma in un singolare cortociruito fra tradizionalismo, fenomeni modaioli e impulso creativo. Fans per i quali leggere Clowes è certamente ‘distintivo’ rispetto ad altri consumi (fumettistici e non) ma, insieme, non confinano le opere alla sacralità della *sola* lettura, e le manipolano come strumento per – semplicemente – having fun.

Potrà sembrare un aspetto poco pertinente o eccentrico, eppure proprio in queste pratiche del fandom trovo uno specchio di quel che scrivevo sul Clowes ‘maturo’: l’ambigua convivenza tra realtà finzione e ‘falso’, maturità euforia e infantilismo, tra analisi e gioco, tra distanza e adesione.

Lode della patologia (Spiegelman sul collezionismo)

Nella grande mostra curata da Art Spiegelman per l’ultima edizione del festival di Angouleme, il “Museo Privato di A.S.”, compariva un suo testo dedicato al collezionismo. Si trattava di un sentito ringraziamento al principale collezionista con cui aveva collaborato per la realizzazione della mostra, Glenn Bray, ma anche una breve e divertita disamina delle forme del collezionismo fumettistico.

Il testo si intitola “In praise of pathology”, e ve lo traduco qui.

Esistono generi molto differenti di collezionista. Freud attribuiva l’origine di questo tipo di passione ad un fenomeno di ritenzione anale, ma in fondo era spesso un guastafeste.

Da un lato ci sono gli Accumulatori, ovvero coloro che arrivano a trasformare le proprie case in pericolosi percorsi a ostacoli, con tesori e spazzatura mescolati insieme. Chiunque abbia camminato nella grande casa vittoriana di Bill Blackbeard, l'”Accademia del Fumetto di San Francisco”, un’abitazione su tre piani con solo stretti sentieri tra le altissime pile di raccolte rilegate di quotidiani presenti ovunque tranne in bagno (per paura di danni per l’acqua), potrebbe avergli diagonisticato questa patologia. Per quanto dotato di discernimento e capacità di preveggenza (Bill conosceva la differenza tra la spazzatura e i tesori meglio di chiunque altro) egli provò a collezionare Tutto… e il suo servizio alla mia forma d’arte è stato eccellente.

Io stesso presento alcuni pericolosi tratti da accumulatore (dovreste venire a vedere, prima o poi, la mia collezione di batterie semi-esauste e di evidenziatori scarichi) ma sono più un Accumulatore Casuale, ovvero di quel genere che permette a ogni genere di libri usati e di opere originali di accatastarsi accanto ai gioielli che talvolta ho impiegato anni a rintracciare. E inoltre non sono uno che si prende cura come si deve dei pezzi di valore che mi sono affidati – nessuno dei miei libri rimane in condizione ‘mint’ a lungo.

Quelli come noi non perdono tempo con i Mercenari, quella stirpe malata che colleziona principalmente per farci qualche soldo. Passiamo quindi a occuparci della specie più rara: gli Intenditori, che dedicano risolutamente le proprie vite a raccogliere intorno a sé gli oggetti che amano.

Glenn Bray, ritratto (by Gary Panter, Bob Zoell, Mick Haggerty, Lou Beach; 1985)

Glenn Bray è una bestia rara, un Intenditore Generoso, disposto a condividere e prestare le proprie preziose scoperte per mostre e libri. Con l’occhio di un artista, ha salvato e si è preso cura di un genere di lavoro di cui la maggior parte del mondo non ha mai saputo bene cosa farsene. Basil Wolverton, Harvey Kurtzman e svariati altri artisti della EC Comics, per esempio, sono in mani sicure per i posteri grazie a lui. E la sua più che sensata collezione di fumetti underground e alternativi, con una speciale predilezione per gli ‘outsiders’ come Rory Hayes, è unica nel suo genere. (Sebbene sia solo un membro di quella specie americana in via di estinzione, la vera Classe Media, Glenn ha dedicato un bel tot dei propri soldi per dventare il santo patrono per alcuni di quegli outsiders marginali, commissionando e incoraggiando il loro lavoro quando pochi altri se ne preoccupavano). Lo ringrazio per la sua passione compulsiva di tutta una vita, e per il suo generoso condividere così tanti dei propri risultati qui, per questa mostra – che senza di lui non sarebbe esistita!

Il testo, in versione tradotta in francese, è online qui. E l’originale inglese, in una (pessima) foto scattata durante la mostra, è qui:

La lettura di fumetto: una survey nazionale (Francia)

Un piccolo passo per l’umanità, ma un grande passo per la fumettologia: finalmente abbiamo a disposizione una survey decente sul fumetto.

Durante il Salone del Libro di Parigi, infatti, sono stati presentati i risultati della prima indagine sulla diffusione della lettura di fumetto in un grande Paese – la Francia – fondata su un campione rappresentivo (statisticamente) dell’intera popolazione nazionale. Si tratta di una di quelle ricerche “di sfondo” che offrono alcuni dati fondamentali – grazie alla combinazione di tecniche quantitative e inferenze statistiche – per misurare la penetrazione sociale della lettura, declinata qui su ciò che è possibile rilevare (informazioni, comportamenti, preferenze) intorno al fumetto.

In giro per il mondo, quantomeno tra Europa e Stati Uniti, non esistevano prima d’ora indagini simili. In Francia i soli dati disponbili fino ad oggi erano quelli della maxi-ricerca complessiva sulle “pratiche culturali” (dal teatro al cinema alla letteratura), che comprendeva solo alcuni dati sul fumetto (un’analisi di questi è nel capitolo di Gilles Ciment – tra gli animatori più appassionati di questa survey – per il mio/nostro La bande dessinée: une médiaculture). In Italia solo le rilevazioni multiscopo Istat e i rapporti dell’Istituto IARD includono il fumetto, ma in chiave parziale e mai focalizzata.

Per la prima volta, dunque, il Ministero della Cultura francese ha promosso, insieme alla Bpi – che l’ha coordinata – una ricerca sulla diffusione e la percezione del fumetto in una vasta popolazione nazionale. Un lavoro ampio e rigoroso. Che offre così un’occasione importante per descrivere questo tipo di consumo culturale, e comprendere alcune caratteristiche della sua condizione attuale. Con tutti gli ovvi limiti del caso: non solo quelli strutturali del dato (non è un censimento, ma una rilevazione statistica, per quanto estesa e credibile), ma anche le distorsioni inevitabili della metodologia (i metodi quantitativi, che prendono “per buone” delle mere dichiarazioni, sollecitano risposte solo sui temi “non spontanei” loro offerti, e non possono offrire “spiegazioni” dei dati stessi).

Tra i risultati principali, dunque, ne sintetizzo qui alcuni. A partire dalla premessa di metodo: il campione è composto da 4580 soggetti di età > 11 anni (dunque esclusi i bimbi in età prescolare e nella scuola primaria), intervistati a metà del 2011.

Per cominciare, i macro-risultati:

Tre francesi su quattro si dichiarano lettori di fumetto. Ovvero: il 76% dei francesi (sulla base del campione) dice di avere letto almeno 1 fumetto: alcuni negli ultimi 12 mesi (29%: li chiamerò “lettori attivi”) altri negli anni precedenti (47%: “lettori passati”).

I lettori ‘attivi’ sarebbero quindi circa 16 milioni.

Metà dei francesi dice di possedere fumetti. Ovvero: il 49% degli intervistati dichiara di avere a casa almeno un fumetto, libro, albo o giornale che sia. Ovviamente i ‘possessori’ sono più numerosi tra i “lettori attivi” (87%) e meno tra i “lettori passati” (44%).

Detto altrimenti: il “bacino d’utenza” del fumetto, in Francia, è piuttosto consistente. Ragguardevole, se paragonato ad altri paesi: nonostante, come ho detto, sia impossibile fare comparazioni in assenza di analoghe indagini altrove, è ragionevole supporre che una penetrazione intorno ai 3/4 della popolazione non sia eguagliata in altri grandi mercati, da quello statunitense a quello italiano.

Entrando più in dettaglio, partiamo dalla “brand awareness”, ovvero: quali sono i fumetti più noti? I più citati, includendo anche i non-lettori, sono risultati i seguenti:

  • Les pieds nickelés  74%
  • Blake et Mortimer  72 %
  • Rahan  51%
  • Corto Maltese  51%
  • Naruto  41%
  • Blueberry  33%
  • Agrippine  30%
  • Lanfeust  14%
  • L’Incal  6%

Non sto qui a dettagliare le ragioni di questa classifica. Mi limito a ricordare come i Pieds nickelés siano i più ricordati perché ormai parte della lingua comune, anche tra i non-lettori, come una sorta di sinonimo dei nostri “fannulloni”, particolarmente indolenti sul lavoro. E mi limito a sollevare una questione secondaria: l’assenza di Tintin e Astérix è forse comprensibile, ma non del tutto chiara. [UPDATE: nei commenti, un chiarimento su questo punto da parte dello stesso G.Ciment]

Passando quindi ad altri e più importanti aspetti: chi sono questi lettori? Nel profilo del pubblico emergono innanzitutto le differenze generazionali:

  • tra i > 60 anni, 1 persona su 2 (49%) dichiara di non avere mai letto fumetti
  • tra gli < 60, solo 1 su 4 (24%) – o anche meno, tra i giovanissimi – dice di non averne mai letti

Si tratta di un punto importante perché, alla luce delle principali correlazioni intergenerazionali, mostra come i fattori di socializzazione primaria (famiglia) giochino un ruolo cruciale. Dice il rapporto:

L’indagine mostra che la sensibilizzazione precoce al fumetto ne favorisce la pratica in età adulta, e in particolare il fatto di avere avuto tra i genitori dei lettori di fumetti: la probabilità di essere lettori è del 45% in questo caso, il 18% in caso contrario. Per converso, solo il 6% delle persone di età superiore ai 60 anni ha avuto un genitore lettore di fumetti, contro il 29% dei soggetti di età tra i 18-24 anni.

Ma non mancano anche differenze di gender molto marcate. In generale si dichiarano lettori di fumetto:

  • il 38 % degli uomini
  • il 21 % delle donne

Infine, la scolarizzazione e le condizioni sociali sono un ulteriore fattore molto rilevante. Anche se in modo opposto a quanto si sarebbe potuto intendere decenni fa: i lettori di fumetto non vengono dalle classi sociali più sfavorite, ma al contrario dai soggetti più scolarizzati e professionalmente meglio collocati:

  • tra i lettori attivi, solo il 6% dei semplici diplomati alle scuole primarie legge fumetti, mentre tra i titolari di diploma di scuole superiori o università si tratta di ben il 38%
  • sempre tra i lettori attivi, legge fumetti il 20% degli operai, ma ben il 48% tra i membri della categoria (consolidata nell’analisi sociodemografica francese) dei “quadri e professioni intellettuali superiori”

Rispetto alle opinioni sul fumetto, ovvero alla percezione sociale della sua identità come consumo culturale, i risultati dicono che:

  • 92 % legge fumetti per divertirsi o per distrarsi
  • 78 % considera il fumetto una forma d’arte “a tutti gli effetti”
  • 70% i fumetti possono stimolare il gusto per la lettura (di altro)
  • 70% con il fumetto si può imparare molto e farsi una cultura
  • 65% i fumetti incitano l’interesse verso altre forme artistiche
  • 41% per leggere fumetti bisogna avere parecchio tempo libero
  • 40% i fumetti sono fatti soprattutto per i bambini e i giovani

L’indagine mette a fuoco anche qualche indicazione sulle diete di lettura. Innanzitutto rispetto all’intensità e ai tempi sociali della pratica:

  • la metà (52%) dei lettori attivi legge fumetti solo durante le vacanze o in occasioni episodiche
  • un terzo (32%) dei lettori attivi dichiara di leggerne lungo tutto l’anno
  • il 15% dichiara di leggerne in casi eccezionali

Dal punto di vista della quantità di letture, e considerando anche qua i soli “lettori attivi” nei 12 mesi:

  • < 10 fumetti/anno : 43%
  • tra 10 e 19 fumetti/anno: 25%
  • tra 20 e 49 fumetti/anno: 19%
  • > 50 fumetti/anno (“lettori forti”): 14% (ovvero: il 3% dell’intera popolazione francese >11 anni)

Tra i generi, o meglio tra le ‘famiglie produttive’ del fumetto, i più consumati dai lettori attivi sono risultati i seguenti:

  • album franco-belgi e europei: 83% (27% tra i lettori in genere, inclusi i “lettori passati”)
  • comics: 48% (16%)
  • fumetti umoristici: 52% (15%)
  • mangas e asiatici: 38% (12%)
  • graphic novel o alternativi: 21% (6%)

Naturalmente questo dato non va confuso con una vera e propria segmentazione del pubblico: alcuni generi sono per esempio fortemente correlati all’età, ma altri sono decisamente trasversali (gli album ‘alla francese’ in primis).

Infine, un’altra variabile interessante mappata dalla ricerca è quella delle motivazioni relative alle scelte di consumo, o meglio quelli che la sociologia dei consumi e il marketing chiamerebbero più propriamente “driver di acquisto“, trasversali ai generi:

  • storia: 66%
  • disegno: 59%
  • personaggio: 35%
  • fedeltà ad una serie: 15%
  • firma dell’autore: 12%

Per una prima presentazione, mi fermo qua. Una sintesi della ricerca, in francese – più dettagliata di quanto abbia potuto fare in questo post – è disponibile a partire da qui, firmata dai ricercatori Christophe Evans e Françoise Gaudet. Nei prossimi mesi il sito della Cité proseguirà peraltro ad offrire ulteriori elementi, ovvero nuovi dati e letture incrociate degli stessi. Per proseguire un lavoro interpretativo che, ne sono certo, proseguirà nel tempo.

Una survey di queste dimensioni segna un piccolo punto di svolta nella ricerca sul fumetto, perché servirà da base per interrogazioni sociologiche – e più ampie riflessioni – a lungo. E chissà mai che possa aiutare, prima o poi, a mettere in opera un lavoro paragonabile anche in Italia.

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