Futurismi (by Grant Snider)

Il solito Grant Snider, questa volta – per la nuova serie di onepagers pubblicata su Medium, Who needs art? – parla un po’ di Italia:

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Charles Burns, ritrattista

Con i suoi lavori per le copertine di The Believer, Charles Burns si è guadagnato una meritata stima come ritrattista. E finalmente arriva una mostra che ripercorre questa – ormai decennale – attività: a New York, presso la Adam Baumgold Gallery.

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Che un approccio come il suo, fatto di un’evidente e ribadita predilezione per il mostruoso, il deforme e il freak, lo abbia reso uno dei più titolati ritrattisti editoriali – da Rolling Stone al New York Times – non era certo qualcosa di ovvio. Il naturalismo del ritratto editoriale, d’altra parte, poco si sposa con gli stilemi della rappresentazione deforme e grottesca. Eppure, negli iperrealistici ritratti di Burns, regna spesso una sottile inquietudine.

Sotto la pelle – letteralmente – di quei volti, la pennellata decisa e i contorni ‘assoluti’ lasciano trasparire non solo ombre, rughe, pieghe cutanee, ma la struttura ossea del cranio (zigomi, tempie, ossa frontali, mento, mandibola…). La stessa durezza della linea, per quanto modulata con cura realista, rende quei volti irrigiditi, turgidi, quasi vitrei. Gli effetti di luce sono…falsamente luministici. La presenza di tratteggi per le ombreggiature e i volumi è netta, quasi chirurgica, da anatomopatologo: si concentra su alcuni punti, e lascia il resto “sotto luce”. Ma questa luce è puro bianco (vuoto) uniforme: irreale quanto il contrasto fra carta e inchiostro. Perché in Burns, ossessionato visionario di buchi neri, il nero fa paura soprattutto se/quando emerge dalla più radicale opposizione con il bianco.

E allora i suoi ritratti sono sì fedeli, credibili, ma al contempo artificiali. Come dimostrano, fra i tanti dettagli, le sue “lingue di inchiostro”, frastagliate e insieme regolarissime, quasi fossero pattern stampati (ben visibili nei capelli) – tanto amate e praticate anche dal Baldazzini più anni 90. Un pattern che genera un effetto di superficie che ci fa quasi “dimenticare” l’inchiostro di cui sono fatti, richiamandoci forse a un disturbante – tanto più per un volto – linoleum (vinile? gommalacca?).

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Il che non impedisce a Burns, talvolta, di spingere il tasto di un contrasto più cartoonistico fra pieno e vuoto, stilizzazione e spessore del segno. Lo si vede bene nel suo feticcio ritrattistico preferito – il volto di Tintin – e nei ritratti di altri personaggi del fumetto o persino di altri cartoonist (Scott McCloud, of course).

E a pensarci bene, la stessa convivenza fra questi due opposti registri del ritratto, che ha qualcosa di schizofrenico, contribuisce a rendere il suo linguaggio grafico – già a partire dai volti – quel disturbante-e-sublime stile per il quale tanto lo ammiriamo.

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Valvoritmi del ricordo

Valvoline, l’inserto di Linus – e il gruppo di autori che lo curava – ha compiuto 30 anni, e li sta festeggiando. Con una serie di riedizioni pubblicate da Coconino Press, una recente mostra a Napoli Comicon, ed anche una pagina Facebook ottimamente curata. Merito di Igort stesso – più social del solito – che da qualche settimana sta offrendo una eccellente serie di ricostruzioni, ricordi, aneddoti e, naturalmente, immagini.

Da leggere e spulciare con piacere. Anche per chi continua a non essere presente su Facebook (come il sottoscritto – finché dura). Perché quello che è stato il più deciso e organizzato ‘collettivo’ (con la parziale eccezione di Cannibale) di ricerca nella storia del fumetto italiano, merita una storicizzazione compiuta, fatta anche di documenti rispolverati dagli archivi dei suoi protagonisti. E perché il tono di questa ricostruzione, fra la storia e l’aneddotica, è insieme documentazione e narrazione: il racconto di una stagione in cui un gruppo di autori, immersi nel dialogo fra le arti all’ombra del rinnovato credo nello storytelling più letterario (vedi la visione di Orient Express), cercava spunti per un nuovo equilibrio tra la via narrativa e quella plastica e poetica al fumetto. Una strada maturata poi altrove, con maggiore consapevolezza, da soggetti editoriali dei primi anni Novanta come Amok e Fréon (confluiti infine in Frémok). E che in Italia, da allora, non si è più riaffacciata in progetti collettivi.

Dirò di più: questa pagina Facebook andrebbe conservata. E i suoi materiali – incluse le ricche e gustose introduzioni di Giorgio Carpinteri e Jerry Kramsky ai due volumi recentemente ristampati (Polsi Sottili e Doctor Nefasto) – andrebbero raccolti e sistemati. In un valvolibro, naturalmente.

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Festival di fumetto indipendente: un boom (problematico)

Negli ultimi anni l’offerta di festival di fumetto è continuamente cresciuta (e quasi sempre, ne sono cresciuti tutti gli indicatori: visitatori, espositori, visibilità sui media). Una parte di questa crescita, meno raccontata rispetto a quella dei grandi incumbent (Angouleme, San Diego, Lucca…), la dobbiamo al contributo offerto da un segmento che, solo 20 anni fa, contava ben pochi casi: i festival di fumetto indipendente.

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Se 20 anni fa nascevano modelli pionieristici quali Lucerna e Betheseda, oggi il concetto di “festival di fumetto indipendente” è talmente diffuso da essersi radicato in tutti i paesi/mercati avanzati. E nei mercati più ampi, si può ormai parlare di concorrenza: in Francia, Stati Uniti, Italia, ne esistono ben più di uno. Al punto che è possibile assistere alla definizione di concept e posizionamenti decisamente specifici, se non curiosi (come quello di cui scrissi qua).

In Francia, per esempio, lo scorso weekend si è tenuta a Parigi/Saint-Ouen la seconda edizione di Formula Bula. Un festival che vale la pena tenere d’occhio. Tra le proposte più originali del programma, la prima mostra retrospettiva dedicata in Francia (in Europa?) a Kim Deitch, autore di culto tra i lettori più cinefili, pop e retromaniaci.

Negli Stati Uniti la fioritura di questi festival, negli ultimi tempi, è diventata particolarmente evidente. Tra i festival indie più giovani: a NY il Brooklyn Comics and Graphics Festival, a Minneapolis Autoptic, a Portland The Projects, a Chicago il CAKE.

Ma questa fioritura, per quanto positiva, porta con sé – paradossalmente – anche dei problemi.

Già, perché anche la crescita va gestita. Questione di dimensioni e servizi degli spazi per i visitatori, per esempio. O questione di spazi per gli espositori: non poter offrire un tavolo/banchetto ad una piccola etichetta, o a un’autoproduzione, per un festival indie è un problema non solo commerciale, ma anche etico, che tocca la dimensione partecipativa di questo genere di “prodotto festivaliero”.

Per tutto ciò, la notizia della chiusura del newyorkese Brooklyn Comics and Graphics Festival – vero e proprio alfiere di questo boom americano negli ultimi 2/3 anni – raccontata da The Beat e TCJ, suona particolarmente paradossale. Perché la sua fine non nasce da un calo di visitatori (anzi) né dalla sua redditività (anzi). Ma dalla difficoltà di governare e indirizzare una simile crescita. Ovvero, la difficoltà di mettere a fuoco una visione sulle vie per affrontare, accompagnare, e sviluppare questa maturità. Una dinamica che può produrre lacerazioni fra gli attivisti che animano queste micro-strutture, finendo per farle – brutalmente, improvvisamente – sparire.

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Sul film (sul fumetto) che ha vinto a Cannes 2013

La nuova Palma d’Oro è stata assegnata al “La vie d’Adéle”, storia dell’amore e della passione fra due ragazze. Per quanto poco noto, e certamente non sottolineato in sede di premiazione, questo film è l’adattamento di un fumetto: Le Bleu est une couleur chaude. Un lavoro di Julie Maroh che si era già distinto in passato, finendo in nomination all’edizione 2011 del festival di Angouleme (e vincendo il premio del pubblico / Fnac). Un ‘opera che con questo traguardo segna una tappa importante: è la prima volta che una Palma d’Oro viene assegnata a un film adattato da un fumetto.

A seguire il festival, come sempre, c’era anche Gilles Ciment, produttore cinematografico e direttore della Cité de la BD et de l’Image di Angouleme, il cui breve resoconto mi sembra utile postare qui:

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Per il suo nuovo film, Abdellatif Kechiche (L’Esquive, La Graine et le Mulet, La Vénus noire), ha scelto di adattare il fumetto Le bleu est une couleur chaude di Julie Maroh, autrice attualmente in residenza d’artista presso la Maison des auteurs di Angoulême. Questo ampio adattamento è stato presentato Giovedi 23 maggio, in concorso al 66° Festival di Cannes, dove l’ho scoperto e assistito al  trionfo suo e a quello delle sue due straordinarie interpreti principali (la Palma d’Oro è stata assegnata – ed è una prima volta – sia al regista che alle due attrici).

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Pochi festivalieri sapevano che il film è un adattamento di un fumetto, e d’altro canto, sebbene sia stato tradotto in tutto il mondo [non proprio: in Italia è inedito] con il titolo Il blu è il colore più caldo, il film uscirà in Francia il 9 ottobre, con il titolo La vie d’Adèle (presso il suo editore Glénat, si sta probabilmente già lavorando su una nuova copertina, alette o fascetta che colleghi il libro al film). Eppure, l’adattamento di Kechiche è di una fedeltà persino spiazzante, nonostante il suo film di oltre tre ore (sottotitolato “Capitolo 1 e 2”) non copre l’intero album di 152 pagine (ci aspettiamo quindi un “Capitolo 3 e 4” per chiudere il racconto). Molte scene sono trasposte come se il fumetto avesse svolto la funzione di storyboard, alcuni dialoghi sono riproposti alla lettera, e il colore blu punteggia discretamente le immagini (anche una luce verde può diventare blu) …

Kechiche ha tratto dal graphic novel tutti quegli aspetti della scrittura fumettistica che avevano contribuito a rendere struggente la storia di Julie Maroh, guadagnandole il premio del pubblico al Festival d’Angoulême, nel 2011. Ha invece scartato tutto ciò che era meno adatto alla sceneggiatura, perché troppo schematico o ingenuo: certe scene meno convincenti o ridondanto, o il blu dei capelli di Emma (interpretata da Léa Seydoux), che scompare prima, rispetto al fumetto.

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D’altra parte – e da qui deriva la lunghezza del film – il regista ha apportato molti elementi supplementari, proveniente dai propri stilemi, ricamando e sviluppando la storia originale. In questo modo, le attività di Clementine (diventata Adele nel film, con il personaggio che prende in prestito il suo nome dall’attrice Adele Exarchopoulos), prima studentessa e poi insegnante, aspetti appena accennati da Julie Maroh, sono invece particolarmente sviluppate. Il film si apre peraltro con la scena di una lezione di letteratura francese durante la quale i liceali leggono ad alta voce La Vie de Marianne di Marivaux (lavoro a cui fa riferimento il titolo del film), e per tutto il film Kechiche ritorna spesso in classe, offrendo un nuovo tributo alla didattica, già al centro del suo film L’Esquive (sempre con Marivaux, già).

Posso immaginare le difficoltà che ha dovuto provare Julie Maroh scoprendo il film e vedendo il suo lavoro rispettato E tradito, e i suoi personaggi potentemente (e crudamente) incarnati… tutto ciò sfuggendole di mano per prosperare in un film meraviglioso, potente, energico, sconvolgente e, in ultima analisi, tanto fedele allo spirito del libro, se non alla sua lettera (e al suo tratto).

Gilles Ciment

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