Lucca Comics 2012: fotodettagli

Dopo tante parole su Lucca Comics, solo un po’ immagini. Dettagli, soprattutto.

A partire dalla prima foto che ho scattato quest’anno. Una scritta colta da Giuseppe Palumbo sul retro di un pannello segnaletico, all’ingresso della mostra dedicata a Diabolik (la ‘h’ sarà stata strascicata?):

Coda – con suore:

La mostra più interessante, dedicata a Tatsumi:

E tra gli originali, non solo Una vita tra i margini, ma anche Teppen Maruji, del 1979:

La campagna per le primarie, così come è passata da LC&G (foto F.Aiazzi):

Un messaggio per il governo tecnico: qualcuno faccia desistere la Guardia di Finanza dal comunicare con il fumetto (Finzy?!?):

Enrique Breccia, in mostra anche con alcune tele (NB: meglio lui, come pittore, che Hergé):

La più bella farmacia del centro, in ghingheri con merchandising da Belle Epoque:

Un particolare dalle mostre, indicativo della cura per i dettagli: didascalie decorate graficamente, e “in stile”:

Occhio, però a farsi prendere la mano, o i testi su sfondi non neutri diventano illeggibili:

Coda – con arbre magique:

Zerocalcare, il singolo autore con le code per autografi più lunghe dell’anno, e la sua editor(a) che, per smaltire le copie, premedita di aiutarlo nottetempo a riempire qualche nero (foto A.Antoni):

Coi miei ospiti in un Comics Talk (da dx: interprete, Jim Lee, Kevin O’Neill, BTuono Pettinato, David B., interprete, Barbara Canepa, memedesimo; foto D.Melato):

Per la serie “cose che uno scopre solo sfogliando le fotogallery”, quest’anno qualcuno ha messo in scena pure la battaglia di Bunker Hill (foto D.Melato):

Da un balcone di una casa qualunque, nuora e suocera (su seggiola), in piedi di buon mattino per assistere all’afflusso di migliaia di strani figuri dalla stazione:

Figure che sono peraltro pronte a perdersi in un bicchier d’acqua (la segnaletica):

Tempo di salutarlo ed è già troppo tardi: in piena modalità agonistica “animale da dédicace” [(c) mio], Makkox mi strappa di mano il libro e mi impone un disegno – con messaggio a distanza per Zerocalcare:

Uno stand su tutti mi ha fatto sgranare gli occhi: quello del Forum Prevenzione Dipendenze della Prefettura di Lucca. Che pareva uscito da un centro sociale, o forse presentava il menu di un pusher mattacchione:

La foto della cosplayer dell’anno, invece, l’ho trovata qui:

Il Sindaco di Lucca, alla mostra di Diabolik, ruba (il mio libro):

Altro dettaglio inatteso, dalla mostra del Portugal di C.Pedrosa: lenti d’ingrandimento:

E al terzo giorno (di fiera), la tiratura di END non resuscitò (e la Canepa stupita: “nemmeno ad Angouleme”):

Qui invece è quando ho scoperto di aver fatto filotto io – almeno su uno scaffale:

Vi presento il mio amico Paolo, e la sua sofisticata tecnica di comunicazione a distanza col sottoscritto:

Silvina, prattiana (s)perduta (foto A.Antoni):

Il buon T.Obata, un tipo sereno e alla mano: non ha accettato un mio invito perché preferiva evitare conferenze con altri autori (ma come! dal creatore di una serie proprio sull’essere autori?), e non voleva gli fossero scattate foto (ma io ne ho trovata una su tumblr):

Il tipico cosplayer che ci crede un casino (foto A.Antoni):

Uno dei tanti tessuti su cui disegna quella splendida grafomane di Rebecca Dautremer:

I fumetti fiamminghi sono interessanti, ma non esattamente celebri. Sarà per questo che gli autori hanno messo in mostra direttamente sé stessi?

La sala della mostra di Tatsumi preferita dai milanesi (ché LCG è un piacere, ma l’ultimo giorno non si vede l’ora di rientrare a casa):

 

L’incredibile normalità di Lucca Comics

Sono ormai passate tre settimane, e la maggiore sorpresa dall’ultima edizione di Lucca Comics&Games è ancora lì: poche polemiche.

Fino solo a un paio di anni fa, il principale sport del sistema-fumetto al rientro da Lucca C&G [DISCLAIMER: la mia prospettiva guarda alla componente Comics più che a quella Games] sembrava essere l’analisi critica della manifestazione, rivolta a questo o quell’aspetto: le code infinite alle biglietterie, il caos di trasporti e parcheggi, la proliferazione di cosplayer, le carenze dei contenuti culturali, i sistematici ritardi negli orari degli incontri, la scarsa segnaletica e l’illeggibile program book, la dislocazione dei padiglioni, l’inadeguata infrastruttura di telecomunicazioni (con le linee telefoniche che sistematicamente saltano per eccesso di traffico).

Di tutti questi punti critici – come, per la verità, si era intuito già nel 2011 – uno solo pare rimasto immutato: le telecomunicazioni. Tutti gli altri sembrano invece, se non assenti, fortemente ridotti nel dibattito online (e non) sull’esito del maggiore evento sul fumetto d’Italia, e uno dei tre maggiori d’Europa.

Come è stato possibile?

La spiegazione più immediata e superficiale: di fronte a 180.000 ingressi – record storico – e business buoni per (quasi) tutti, il settore si tace. E ci sta.

Ma la mia spiegazione è un po’ diversa: LCG è una manifestazione molto diversa, oggi, da ciò che era anche solo 3 (o 7, se penso [ri-DISCLAIMER] a quando ho iniziato a collaborarvi con il progetto Comics Talks) anni fa.

Lucca Comics&Games 2012, by Makkox

Polemiche lucchesi: vintage version

Si pensi agli aspetti logistici. Biglietterie e viabilità non sono problemi pienamente risolti, ma sono stati fatti passi avanti importanti, con code ridotte e parcheggi più numerosi. La dislocazione dei padiglioni e degli spazi espositivi si è arricchita, e articolata in nuove aree/piazze un tempo ritenute indisponibili dalla città. La segnaletica è ancora debole, ma migliorata. Il program book è diventato meno caotico e più funzionale (in compenso è andato presto esaurito). Insomma, l’efficienza non è ancora quella dei grandi eventi fieristici nazionali, ma l’inadeguatezza gestionale di alcuni anni fa è ormai solo un cattivo ricordo.

Alcuni dettagli organizzativi sono riusciti persino a stupirmi: per il primo anno da quando frequento l’evento lucchese (20 anni??!), gli incontri sono iniziati e terminati in perfetta puntualità. Sarà che me ne sono spesso lamentato (aneddoto: ricordo quando Jean Van Hamme, scocciato da un ritardo di 45 minuti, decise di andarsene dando buca al panel in cui era previsto), ma non mi pareva vero di entrare in sala e sentire tutti i relatori, a 5 minuti dalla fine, prepararsi a saluti e congedi. Inoltre – dettaglio quasi commovente – sui tavoli erano previsti persino i ‘cavalieri’ di tutti i relatori. A chi frequenti solo fiere del libro tra Francoforte e Tokyo potrà suonare naif, ma così non è: trovare a LCG uno staff finalmente formato, preparato e intercambiabile (con storici collaboratori che lasciano – penso al bravo Matteo Benedetti – e altri che riescono ad assumerne seriamente le funzioni) è non solo una buona cosa in sé, ma il segnale di una concreta evoluzione nelle capacità organizzative.

E proprio gli aspetti propriamente culturali, il cuore – almeno simbolicamente (e/o in termini di posizionamento sul mercato) – di un simile evento, sono quelli in cui è inevitabile notare quanto la manifestazione sia cambiata. E in meglio. Anche perché è proprio lì che si sono sempre scatenate (giustamente) le critiche più dure. Quelle che mettevano in discussione più a fondo l’identità della manifestazione: la selezione e allestimento delle mostre, lo spazio destinato alle produzioni indipendenti, la qualità degli incontri, i premi, la programmazione in genere.

  1. Un esempio sono gli incontri che, come già notavo, si sono arricchiti di una variegata offerta di panel tematici nel solco dei “Comics Talks” (e a costo di fare l’anziano, sono ben felice di avere seminato in questa direzione). Dibatti che se un tempo erano poco ragionati o mal gestiti da oratori improvvisati, oggi vedono impegnati relatori preparati e concentrati. Un complimento specifico, quest’anno, lo faccio quindi ad Andrea Plazzi e Giovanni Russo per i panel “Comics & Science”: il dibattito su Alan Turing è stato davvero riuscito, interessante e pimpante.
  2. Un altro esempio sono le mostre. Poche, in passato, dedicate a opere o autori poco significativi, e composte da materiali o allestimenti mediocri. Ma se già l’anno scorso si era visto un salto in una direzione propriamente curatoriale, con l’azzeccata mostra incrociata su memoria e distanza in Manuele Fior & Davide Reviati, quest’anno il fiore all’occhiello delle esposizioni era una vera e propria ‘prima’ europea: le tavole originali di Yoshihiro Tatsumi, autore di uno dei capolavori nella storia del manga, e uno dei protagonisti della tradizione gekiga. Una mostra che non si era vista nemmeno ad Angoulême (né a Lucerna né altrove).

Insomma, la faccio breve, perché la mia tesi è chiara: dalla sua rifondazione nel 1994 (dopo la rottura con l’Ente Garnier e Immagine, la precedente struttura organizzativa “delle origini”) ha faticato tanto e commesso numerosi errori, ma ormai Lucca C&G è riuscito a diventare un Salone normale. Con i suoi pregi e i suoi limiti, LCG è ormai un grande evento maturo non solo nei numeri, ma in una macchina e in una progettazione assai lontana dalle approssimazioni degli anni Novanta e Duemila. Un grande evento ormai in grado di attirare consumatori, federare operatori e produrre contenuti.

Ed è inutile negarlo o sminuirlo con troppi distinguo: una Lucca C&G normale è un grande risultato. Perché offre all’Italia la presenza di uno strumento, una ‘macchina’ in grado di svolgere davvero una funzione di sistema preziosa: come leva per i media; come valvola di sfogo per le nicchie di mercato; come momento che scandisce l’agenda di produttori e di consumatori; come occasione auto-riflessiva e auto-celebrativa di un settore. Un risultato di cui va dato atto a tutti – e per tutti intendo: gli operatori, senza la cui energia propositiva e spirito critico LCG non avrebbe avuto benzina ideale e commerciale sufficiente; gli organizzatori, senza il cui costante impegno a consolidarsi non si sarebbero messe a frutto molte ambizioni di uno (e più) settori industrial-culturali; la città e i suoi amministratori pubblici, senza la cui – pigra ma mai assente – reattività un simile evento sarebbe potuto restare soffocato e, forse, persino spronato a una lenta migrazione (e come fallì l’attacco di Parigi ad Angouleme, così è toccato a quello di Roma a Lucca).

La *normalità* di Lucca, quindi, ha tolto terreno alle più antiche polemiche sul versante culturale e organizzativo.

Il che non significa che tutto fili perfettamente liscio. Ma la qualità dei problemi e delle polemiche mi pare definitivamente salita di livello, ovvero: più specifiche e meno ‘filosofiche’, più tecniche e meno di principio, più operative e meno identitarie. Polemiche *normali* di un grande evento normale.

Polemiche lucchesi: the next generation

Nel futuro di LCG avranno spazio due ordini di problemi, locali e nazionali: economico-gestionale e sistemico-culturali. Provo a spiegarmi.

Come dimostra quanto riportato dalla testata locale Lo Schermo, la più virulenta della “nuova generazione” di polemiche riguarda il rapporto fra amministrazione locale e la società – una srl partecipata al 100% dal Comune – che gestisce la manifestazione. Perché il nodo è ormai evidente: a fronte di un evento riuscito e profittevole (stimato in un indotto per Lucca tra i 40 e i 50 milioni di euro), la città fatica a fare squadra, scaricando sulla manifestazione diverse responsabilità di cui sarebbe ragionevole che si facesse carico. “La città non collabora” su diversi punti:

  • occupazione suolo pubblico (pagata dalla srl)
  • bonifica di aree verdi messe (il campo Balilla) sotto stress dai padiglioni (pagata dalla srl)
  • pulizie (pagate dalla srl)
  • parcheggi (quelli dedicati agli standisti sono pagati dalla srl)
  • 40mila versati ogni anno dalla srl al Comune – per 10 anni dalla costituzione della società – per l’avvio d’impresa
  • e la ritrosia del Comune sulla disponibilità di spazi, con assunzione dei relativi costi (spese supplementari richieste alla srl per l’uso di piazza S.Michele; rifiuto del Comune a concedere la ex casermetta S.Paolino, in disuso, perché non se ne conoscerebbero i titolari cui fare richiesta; la possibilità di destinare a LCG l’ex manifattura tabacchi, da anni ‘ferma’ in attesa di decisioni politiche)

A corollario di queste polemiche, e alla frontiera tra gli aspetti politico-amministrativi e quelli di vision culturale, c’è il nodo delle relazioni tra la manifestazione e il Museo del Fumetto lucchese. Due entità che, come nella migliore tradizione europea (vedi la decennale contrapposizione ad Angouleme tra la Cité/Museo e il Festival), collaborano poco, male, e talvolta arrivano a farsi evidenti sgambetti. Un problema che, con il recente cambio alla guida del Comune, potrebbe essere vicino a una soluzione. Quantomeno ce lo auguriamo.

L’altro fronte delle polemiche presenti e future riguarda il versante culturale. Che si trova nella condizione di dovere alzare l’asticella della riflessione su alcuni aspetti strategici. Ne cito tre: la disposizione degli stand, la selezione delle mostre, la progettazione dei premi.

1) Il problema dell’affollamento di operatori ha già prodotto, negli ultimi anni, un effetto non troppo noto: la storica centralità dei librai (usato, vintage) è andata declinando. Il pubblico dell’evento si è infatti spostato, ancor più che in passato, dal collezionismo (che ormai ha in Reggio Emilia la sua manifestazione di riferimento) alle novità. Il che, di per sé, è un buon segnale soprattutto per il mercato. Ma è anche vero che tale mutamento ha posto e continua a porre una grande sfida all’organizzazione: valorizzare il posizionamento dei diversi segmenti del mercato, tramite una ‘regia’ nell’assegnazione e disposizione degli spazi sempre più organica, che eviti accostamenti inopportuni per gli uni o per gli altri. E proprio su questo aspetto, l’edizione 2012 ha mostrato segnali problematici: editori popolari che si ritenevano penalizzati dalla collocazione troppo distante dal pubblico nazional-pop o ‘casuale’; editori indipendenti o di ricerca talvolta penalizzati da spazi poco visibili (piazza S.Giusto), talaltra schiacciati dalla prossimità con editori popolari troppo diversi dal proprio pubblico di riferimento. Inoltre, un’addenda: il sistema degli accrediti per gli operatori, giustamente rigido ma macchinoso, ha generato difficoltà sottolineate da alcuni autori (Recchioni o Dell’Edera); facilmente risolvibili, direi.

2) Le mostre, tornate ad essere un fattore decisivo per l’identità del festival, si trovano di fronte alla più importante delle sfide: dimostrare non solo una buona fattura (ribadisco: missione compiuta), ma una vera e propria rappresentatività e/o rilevanza culturale. E qui gli aspetti su cui lavorare in futuro mi sembrano soprattutto due.

  1. Il primo è che l’organizzazione dovrà sempre più dimostrare di offrire un proprio pensiero, una propria lettura delle tendenze culturali in grado di offrire una rappresentazione credibile dello stato dell’industria e della creatività fumettistica. In questa direzione sono andate certamente, negli anni scorsi, le mostre dedicate ad Ausonia, o alla coppia Fior/Reviati; meno, quest’anno, la scelta della coppia Pichelli/Zuccheri. Ottime professioniste, ma la cui enfatizzazione è parsa a molti discutibile o arbitraria.
  2. Il secondo è che, per alimentare con autorevolezza tale credibilità, LCG dovrà sempre più sottolineare una selezione affidata al proprio team, proponendo mostre non solo sostenute dall’energia promozionale degli editori più attivi (come la bella mostra di Enrique Breccia sostenuta da 001 Edizioni; o come la già citata ed eccellente monografica dedicata a Tatsumi; Bao Publishing, editore di Tatsumi, era peraltro ‘rappresentata’ anche da una seconda mostra dedicata a Portugal di Pedrosa) ma dalla propria carica culturale e propria prospettiva curatoriale. Insomma: l’equilibrio fra iniziative promosse dagli operatori e quelle promosse in proprio sarà strategico, e contribuirà a definire la maturità di questo evento nel sistema-fumetto, in Italia e in Europa.

3) Infine, i premi. Da anni affidati a un sistema di submission delegato in toto – e pressoché senza filtri – agli operatori, i Gran Guinigi restano l’elemento su cui LCG ha lavorato con minore insistenza in questi anni. Non ripeterò qui i discorsi che ho fatto spesso su questo aspetto (inclusa la complicata ma bella esperienza di riprogettazione dei premi Micheluzzi a Napoli Comicon, nel 2006), e mi limito a una constatazione: la debolezza dei Gran Guinigi è dimostrata dalla scarsa partecipazione degli operatori, spesso presenti in sala solo se premiati, e che sovente abbandonano a cerimonia ancora in corso, una volta ritirata la propria targa. Un comportamento certamente discutibile, ma spiegabile con la limitata rappresentatività e credibilità di un meccanismo ancora carente sia sul fronte dei criteri che su quello della autorevolezza. E come sempre ripeto ai colleghi e amici più disillusi, se il premio perfetto non esiste, progettare un premio credibile è una necessità primaria, soprattutto per il suo ruolo di rafforzamento di un’identità – tanto più se “di sistema” qual è quella lucchese.

Insomma: arrivata a quota 180.000 visitatori, LCG può probabilmente ancora crescere. E chissà che l’accorciarsi della distanza con il principale competitor europeo, Angouleme, non sia solo questione di numeri, ma di efficienza, energia e idee.

E per ora mi fermo qua, con queste note sparse fra le tante possibili. Nei prossimi giorni, per compensare cotanta logorrea, qualche semplice dettaglio fotografico.

Di identità italiana del fumetto italiano

Come si diceva, a Lucca presenteremo il libro Fumetto! 150 anni di storie italiane.

Al di là del piacere di vederlo finalmente in giro e di raccogliere i primi commenti, tengo molto alla sua prima “uscita pubblica”. Credo, infatti, sia una buona occasione per avviare una discussione cui sono particolarmente interessato. Gianni Bono ed io abbiamo infatti chiesto a due autori importanti – Alfredo Castelli e Igort, rappresentativi di tradizioni e modelli (a ragione o a torto) distanti – di porsi con noi una domanda: esiste una italianità nel fumetto? Detto in modo un po’ meno grossolano: in che misura il fumetto italiano porta con sé i segni dell’identità culturale nazionale?

un’immagine dai risguardi del libro: il Paperino di Federico Pedrocchi scruta l’Italia

L’obiettivo di questa chiacchierata sarà anche andare un po’ oltre l’ottica strettamente produttivo-editoriale, che si limita a riconoscere il dato pur cruciale della coppia distribuzione (centralità dell’edicola) + formato (albo ‘bonelliano’). Per provare a interrogarsi su un’identità fatta di idee, immaginari, pratiche, narrazioni, estetiche, linguaggi che hanno alimentato – e continuano ad alimentare – la *unicità* e riconoscibilità del fumetto italiano.

Credo che riflettere su un tema del genere abbia un significato non solo generale o speculativo, ma strategico: può essere di grande aiuto sia per capire meglio il suo percorso (“come il fumetto italiano è arrivato ad essere quello che è”), sia per mettere a fuoco alcuni aspetti utili al suo presentarsi in altri contesti e mercati (“cosa fa del fumetto italiano una fumettografia diversa dalle altre”).

Personalmente, non avendo che poche e parziali risposte, per il momento mi limito a porre la domanda, e a raccogliere le prime risposte. Con una curiosità tra le curiosità: e voi, cosa ne pensate?

L’appuntamento è per sabato 3 novembre, presso Camera di Commercio – Sala Dell’Oro

14:00 – 15:00 – L’identità italiana del fumetto italiano
In occasione della pubblicazione del volume Fumetto! 150 anni di storie italiane (a cura di Gianni Bono e Matteo Stefanelli, Rizzoli), un confronto sulla tradizione, la cultura e l’identità del fumetto nazionale. Partecipano Alfredo Castelli, Igort, i curatori e Renato Genovese (Direttore Lucca Comics & Games).

Lucca Comics Talks 2012: il programma

E anche quest’anno, per la settima volta, ci siamo: Lucca Comics&Games si avvicina, e i Comics Talks sono pronti.

L’obiettivo del compagno Paolo e mio non cambia: diversamente da presentazioni editoriali & momenti celebrativi, in queste conversazioni si proverà a ragionare insieme – autori e operatori – per esplorare grandi e piccole tendenze in corso nel fumetto contemporaneo.

Nella prima sessione, dopo i dibattiti degli anni passati sul digitale come fattore trasformativo per i modelli editoriali, ci confronteremo su un altro fronte, classico eppure decisamente segnato dal digitale: l’estetica e i materiali espressivi del fumetto. Che è sempre più spesso mixed media, in cui il disegno si trova mescolato a una vasta gamma di materiali eterogenei. In questo panel ho radunato alcune eccellenze degli ultimi anni in questo filone, affiancando ad Ausonia – sorta di “veterano” della tecnica mista – Costantini, Cecchetti e il debuttante Brombin, rimescolatori di segni con esiti talvolta sorprendenti.

Comics Talks VII: sessione 1
Fumetto mixed media
Le tecniche miste nel fumetto, tra disegno, fotografia e manipolazione digitale.
Giovedì 1 Novembre > Palazzo Ducale, ore 18.00

  • Ausonia (ABC, Interni)
  • Gabriele Brombin (The sand sea and the plateaux of mirrors)
  • Riccardo Cecchetti (Adriano Olivetti)
  • Gianluca Costantini (Cena con Gramsci)

Con la seconda sessione rifletteremo invece su un tema di attualità meno linguistica e più culturale. La satira fumettistica (in un discorso che si estende ben oltre i confini del fumetto) è ancora viva o, piuttosto, sopravvive a sé stessa? La situazione odierna è quella di un profondo avvitamento, o esistono nuovi percorsi oltre le secche – ideologiche ed espressive – della “indignazione a comando” promossa dall’industrializzazione della satira? A un anno dal debutto in edicola de Il Male, e a valle di una stagione politica che ha flirtato con la satira (anestetizzandola, fagocitandola), ci chiederemo qual è lo stato di salute di un filone fumettistico che, nonostante la grande tradizione, pare vivere una complessa crisi d’identità.

Comics Talks VII: sessione 2
Professione indignazione: satira e post-satira
Nel mercato dell’indignazione, esiste una via al fumetto post-satirico?
Venerdì 2 Novembre > Palazzo Ducale, ore 17.30

  • Daniele Caluri (Nirvana, Don Zauker)
  • Francesco Cattani (Barcazza, Il Male)
  • Mario Natangelo (Il Fatto Quotidiano)
  • Alessio Spataro (Ministronza, Il Male)

Nel terzo panel, infine, la consueta discussione sulle scelte e le motivazioni che guidano alcuni grandi talenti – italiani e internazionali – al fumetto. Il piccolo, grande rito della domanda più semplice e più complicata insieme: perché fai fumetto?

Comics Talks VII: sessione 3
5 Buone ragioni per fare fumetti.
Motivazioni, strategie e obiettivi nell’esperienza di 5 protagonisti.
Sabato 3 Novembre > Palazzo Ducale, ore 17.30

  • David B. (Il Grande Male, Il mio miglior nemico)
  • Barbara Canepa (Sky Doll, End)
  • Jim Lee (The New 52, Justice League)
  • Kevin O’Neill (Lega degli Straordinari Gentlemen)
  • Tuono Pettinato (Garibaldi, Enigma)

Oltre ai Comics Talks, naturalmente, ci saranno diverse altre chiacchierate. Peraltro constato con piacere che Lucca Comics, estendendo il modello dei Comics Talks, ha progettato quattro altre conference series “tematiche” (sul fumetto nazionale, sulle professioni, su fumetto&scienza, e su un gruppo di ricorrenze), incardinandole nella sede di Palazzo Ducale. Sette anni fa, l’idea di affiancare alle presentazioni editoriali delle conference series pareva una idea stramba e ‘laterale’; oggi è un modello consolidato che, spero, possa maturare ulteriormente. Magari estendendosi ad altri aspetti e articolandosi in una struttura coerente.

Tra queste occasioni, parteciperò a un panel (nell’ambito delle serie Banghete! Incontri con il fumetto italiano) dedicato al tema che, negli anni Dieci, pare essersi sostituito al tema ‘autobiografia’ tra anni Novanta e anni Zero: il comics journalism. Una pratica (un genere) che sembra diventata un ombrello largo – troppo largo – in cui si tende a includere esperienze e prodotti molto diversi. Alcuni dei quali, peraltro, col giornalismo non hanno nemmeno troppo a che fare. E chissà il caos che aggiungeremo noialtri, discutendone in dieci:

Venerdì 2 novembre > ore 15.00
Giornali e giornalismo a fumetti
Con: Alfredo Castelli, Mino Milani, Fabio Licari, Padre Stefano Gorla, Marco Rizzo, Luca Raffaelli, Matteo Stefanelli, Giulio Giorello, Valentina De Poli.

E poi c’è un’altra chiacchierata. Che ha a che fare con il volume Fumetto! 150 anni di storie italiane (Rizzoli) in libreria dal 24 ottobre.

Già. Ci siamo. Ma di questo parliamo con calma, settimana prossima.

David Mazzuchelli e il premio (a Lucca)

Uno dei premi principali a Lucca Comics 2011 – Gran Guinigi per la Miglior Storia Lunga – quest’anno è andato ad Asterios Polyp. Il cui autore, David Mazzucchelli, da tempo ha deciso di non fare tour promozionali e non concedere interviste su quest’opera. Una scelta a mio avviso coerente con il tipo di lavoro – un discorso sulla “continuità tra moderno e postmoderno fumettistico” – che non ha nulla a che vedere con un’eccentrica postura burbera, retro’ o un po’ snob.

Lo dimostra anche il messaggio che ha fatto circolare dopo la vittoria tramite il suo editore (Coconino Press), insieme serio e divertito. Ovvero questo:

È un grande onore per me – scrive Mazzucchelli – ricevere questo riconoscimento dal prestigioso festival di Lucca, in Toscana, la terra dei miei antenati.

Devo confessare che ho sentimenti in qualche modo ambivalenti riguardo a questo premio. Riconoscimenti di questo tipo sono per loro stessa natura soggettivi: non stiamo parlando di caratteristiche quantificabili come, ad esempio, “il libro più pesante” o “quello con i caratteri tipografici più piccoli”. No: i premi, nel campo degli sforzi creativi, sono questioni più delicate e complesse. In una lunga lista di libri che include tanti diversi stili e generi, come si può decidere che quest’avventura fantasy sia meglio di quel dramma storico, oppure che questo libro di satira per adulti sia meglio di quel racconto umoristico per ragazzi?

Inoltre, non posso dimenticare che nel 1990 l’industria discografica americana assegnò il Premio Grammy per la categoria “Miglior nuovo artista” ai Milli Vanilli.

Forse in tempo reale è difficile stabilire quali opere resisteranno alla prova del tempo. Ma intanto, assegnando questo premio ad Asterios Polyp, la Giuria ha garantito che questo libro sarà letto, esaminato, indagato da persone che potrebbero discutere se l’opera sia meritevole o meno di un tale riconoscimento.

Un libro come questo non si crea nel vuoto: perciò sono grato ai miei predecessori e ai contemporanei per il loro aiuto nel creare un ambiente nel quale Asterios Polyp può esistere. Vorrei anche ringraziare il mio amico Igort e tutti quelli che lavorano alla Coconino Press per la loro pazienza e l’impegno nell’affrontare le sfide e i mal di testa che ho infilato nel progetto di questo libro.

Tantissime grazie a tutti, davvero.

PS Nei prossimi giorni, qualche commento a margine di LCG 2011.

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