Little Nemo e Winsor McCay: e se fosse plagio?

Se del fumetto non vi interessano solo le ultime novità, ma anche la sua storia, beh, allora tenetevi forte. Perché ciò di cui sto per parlarvi è una delle più rilevanti – e per certi versi drammatiche – scoperte mai fatte da quel settore della fumettologia che si occupa di studiare il fumetto sotto aspetti come i grandi momenti di discontinuità, la sua archeologia (la spinosa questione delle ‘origini’), le diverse genealogie, ecc. Quella che vi presento è, in particolare, una scoperta fatta da un giovane storico, Antoine Sausverd, resa nota qualche tempo fa sul primo numero di SIGNs Journal, rivista di studi storici anglofona (ma dal cuore italiano, visto che è diretta da Fabio Gadducci con Michel Kempeneers e il sottoscritto). La notizia ha ormai iniziato a suscitare – soprattutto in Francia – un certo dibattito, e mi pare sia arrivato il momento (penso a certe discussioni ‘storiografiche’ avvenute qui e qui) di rilanciare la palla anche “in casa”.

Il dato è il seguente: la celebre striscia Little Nemo di Winsor McCay, la cui importanza cruciale nella storia del fumetto è fuori di dubbio (e non vado certo a ricordare qui), potrebbe essere qualcosa di molto vicino al plagio di un lavoro preesistente, che vedete qua:

Rip, « Un projet téméraire », Imagerie artistique de la maison Quantin, serie 5, tavola n.13, 1888

La tavola è di un autore francese, Rip, della cui identità e carriera si sa ancora poco. Quel che è certo, è che questa tavola proviene dalla produzione di una delle più note officine impegnate nella creazione di images d’epinal – stampe popolari illustrate, di grande successo nell’Ottocento – pubblicate dalla Maison Quantin, stamperia-libreria francese fondata nel 1876 da Albert Quantin.

Il bambino. Il letto. Il sogno. L’accumulo di oggetti quasi metamorfico. La costruzione plastica verticale, con la progressione formale delle vignette che accompagna lo sviluppo dell’accumulo grafico. La vicinanza fra temi e soluzioni visive di Little Nemo è evidente e impressionante: McCay sembra avere ampiamente guardato alle immagini della Maison Quantin. Una controprova? Antoine Sausverd ha fatto anche una sintetica analisi comparativa, individuando una pagina per Quantin, realizzata da un altro autore (Job) che può essere facilmente messa a confronto con una specifica tavola di Little Nemo:

Little Nemo, by Winsor McCay, 1905

Job, Un rêve agité, Imagerie artistique de la maison Quantin, serie 1, tavola n.11, 1886

L’analogia tra le due tavole è palese. Stesso tema, con le vignette che si corrispondo in modo tutt’altro che vago, una ad una. Guardate qui la comparazione vignetta per vignetta: L’efficacia del dato storico – quando ben indagato e messo a fuoco – è che si pone lì, davanti al nostro sguardo, in modo inequivocabile. E ci aiuta a spalancare gli occhi su alcune verità dimenticate, o scomode, o poco conosciute. Fino a costringere a farci domande mai poste prima: è possibile ammettere che Winsor McCay – il genio McCay – abbia realizzato un calco? E come si è potuta verificare questa circostanza? E come mai non ne abbiamo saputo nulla fino ad oggi?

Per gli amanti del fumetto ‘storico’, data la caratura e il ruolo di McCay, questo genere di domande porta certamente qualche turbamento. Tuttavia, non sono ancora molti coloro che hanno avuto modo di visionare questa scoperta. Si tratta infatti di una scoperta ancora ‘fresca’, di dominio tipicamente specialistico, condivisa tra pochi studiosi francesi, italiani e europei. Anche se la notizia sta iniziando a circolare: il Museo del Fumetto di Angouleme, che custodisce uno straordinario fondo Quantin (alla cui catalogazione e analisi sta lavorando la giovane ricercatrice Camille Filliot), ne ha recentemente parlato sul proprio magazine online. Ricordo gli sguardi esterrefatti di Igort o Lewis Trondheim, e l’entusiasmo per la scoperta di Alfredo Castelli o Ben Katchor, autori dotati di un sincero amore per l’indagine storica sul fumetto delle origini.

Un doveroso commento. Mostrando queste immagini non voglio diminuire l’importanza del lavoro di McCay per la storia del fumetto. Certo, l’originalità di Little Nemo andrà relativizzata, d’ora in poi. Resta il fatto, tuttavia, che il lavoro di McCay ha saputo compiere passi avanti rispetto a quello di Rip e Job, facendo di una semplice idea visiva una sorta di metodo, spinto secondo un gusto del tutto personale verso forme più radicali di deformazione stroposcopica, plastica e percettiva delle forme e dello sguardo. Insomma: Rip e Job non inficiano la qualità di Little Nemo, né del lavoro di McCay come artista. Incrinano il mito dell’ “ispirazione originale” per Little Nemo, questo sì. Ma per valutare la forza di un artista… non vorremo mica limitarci a questo, vero?

E ora, registrata – e digerita – la scoperta, proseguiamo oltre. Come storici, perché ci spetta un nuovo compito: ricostruire i passaggi che questi materiali francesi hanno compiuto, fino a giungere nelle mani di McCay segnandone così profondamente l’ispirazione per la sua opera più nota. Ma anche, più in generale, come amanti del fumetto: la Storia di questo linguaggio è un racconto ancora ricco di sentieri poco battuti. E non sarei troppo sicuro di sapere, a priori, dove ci potrebbero portare.

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14 Risposte

  1. […] alla polemica di qualche giorno fa sull’origine del fumetto, Matteo Stefanelli rende nota una scoperta sul plagio operato da Winsor McCay nei confronti di (almeno) due autori francesi di qualche anno […]

  2. Il talento imita, il genio ruba.
    Pablo Picasso

  3. […] la creatura di McCay ha avuto un ruolo fondamentale e, se anche recentemente si è parlato di un possible plagio, rimane innegabile l’importanza dell’approccio creativo e visivo alla tavola. In questo […]

  4. parlare di “plagio” mi sembra un po’ troppo. Tutti gli artisti respirano l’aria della loro epoca, si ispirano ai lavori altrui, li rielaborano (anche Raffaello ha ripreso Perugino e lo ha superato). Anche le architetture di Slumberland ricordano quelle delle Esposizioni Universali, c’è forse plagio o semplice ispirazione?
    In questi casi secondo me quello che vale è il principio della qualità. E anche dal confronto fra le tavole che proponete, Mc Cay ne esce decisamente vincente

    • ovviamente sono d’accordo: il risultato di McCay è splendido, e più del modello.
      Ma proprio perché questo mi pare evidente, ponevo la questione opposta: guai credere che questo splendore sia nato dal “nulla”. Anzi, qui c’è un modello talmente prossimo da confinare col plagio. E’ un problema: sì, se qualcuno si illude che McCay abbia creato tutto da sé. No, se ci ricordiamo quel che diceva Picasso (vedi commento sopra): il talento imita, il genio ruba.

  5. Sono rimasta leggermente scioccata da questa scoperta, credevo davvero che l’idea di Mc Cay fosse originale ed unica, e non riesco a non concepirlo come plagio. Un conto è l’emulazione, un conto è copiare letteralmente un’intera striscia di fumetto! Ovviamente Little Nemo resta sempre ciò che è, un capolavoro ecc ecc…però…

  6. […] La storia del fumetto è colma di straordinari copioni. A partire da Winsor McCay (come fa notare matteos). C’è poi tutta la tradizione del fotorealismo nella striscia USA, con il grande Al […]

  7. […] ispirazione ebbe forti debiti con un fumetto francese (una recente scoperta di cui avevo scritto qui), divenne rapidamente, a sua volta, un fumetto-modello quanto mai celebre, imitato, omaggiato, […]

  8. […] originale, perché ricalca – con poche variazioni, in chiave italica – le tavole di Little Nemo, il poetico sognatore di Winsor McKay, protagonista di onirici viaggi nel tempo e nello spazio. […]

  9. Hanno ragione Stefano M 🙂 e Picasso e i furti sono miseri se fatti da chi abbassa, sono nella natura umana se parte di un discorso ampio, studiarli è filologia e mi piace!

  10. […] Un articolo di due anni fa, che ho scoperto oggi, nell'anniversario dei 107 anni di 'Bubi nel paese del dormiveglia' di Windsor McCay."Se del fumetto non vi interessano solo le ultime novità, ma anche la sua storia, beh, allora tenetevi forte. Perché ciò di cui sto per parlarvi è una delle più rilevanti – e per certi versi drammatiche – scoperte mai fatte da quel settore della fumettologia che si occupa di studiare il fumetto…"  […]

  11. […] Nemo, al post come al solito informatissimo di Ned Bajalica, che rimanda a sua volta ad un vecchio articolo nel quale sembra che molte delle idee sviluppate da McCay fossero già state visualizzate da altri […]

  12. Quello dell’originalità come valore dell’arte è un’aberrazione del giudizio estetico introdotta dalla poetica Romantica. L’egemonia culturale dei Romantici durò storicamente solo 50 anni, ma fu longeva abbastanza da deformare i criteri estetici che avevano guidato la creazione artistica e la sua percezione fin dagli esordi, e si insinuò addirittura nella formulazione della legge USA sul copyright, che ribadisce il pregiudizio dell’originalità. La realtà è che non puoi fare arte con l’originalità, tanto che gli stessi Romantici non seguivano i propri precetti (copiavano a man bassa da Milton, il loro mito). Riassunto: prima e dopo i Romantici, e durante, nessun artista è mai stato “originale”. L’arte nasce dall’arte. “Neppure Omero è originale”. (Borges) Col tempo, la poetica Romantica dell’originalità è entrata a far parte dell’ideologia piccolo-borghese, di cui sposa alla perfezione le istanze sicuritarie: questo è permesso, quest’altro no. Il motivo è profondo: la copia e il plagio sono vissuti come una minaccia all’autorità del Padre, autorità che è invece riconfermata dal concetto di originalità. Tutto si tiene: originalità = autorità = Padre = istituzioni = Dio. Per questo, credere all’originalità è reazionario. Gli antichi la sapevano più lunga: per loro, un’opera era tanto più prestigiosa quanto più conteneva riferimenti ai classici. Che non erano certo dichiarati: era una gioia della lettura godersi i rimandi. Lo stesso vale oggi, grazie al modernismo e al postmodernismo. Scandalizzarsi dunque perché un artista riprende e rifà a modo suo, e scandalizzarsene sul web (la cui logica è il remix e l’aggregazione), è come minimo anacronistico. E anche patetico, quando le accuse sono mosse da lettori giovani, che dimostrano in tal modo di aver introiettato la vieta logica piccolo-borghese dell’originalità; di cui fa parte anche il “però” del discorsetto “McCay però ha migliorato Rip”. Quel “però” vuole assolvere chi lo dice dal senso di colpa che nasce in lui dal conflitto fra l’ammirazione per la bravura grafica di McCay e la condanna (introiettata dalla sociocultura piccolo-borghese) del plagio. Come la filosofia, tutta l’arte nasce come incorporazione/ digestione del passato. C’è chi è più bravo a farlo, e chi meno; chi ne è più consapevole, e chi ne è più all’oscuro; chi lo fa in misura maggiore, e chi in misura minore: ma fare diversamente è IMPOSSIBILE. Mettetevelo in testa una volta per tutte. Non è un caso se, oggi, gli artisti più innovativi nella storia delle arti sono accusati di aver plagiato: Omero, Plauto, Dante, Mozart, Shakespeare, Picasso, Lenny Bruce, Dylan. E McCay. Più sono grandi, più hanno incorporato/digerito. Inoltre: siamo così certi che anche Rip non si sia ispirato ad altri? Interroghiamoci piuttosto sul perché qualcuno provi tanta libidine a ritracciare/denunciare i plagi e a connotarlli negativamente. Freud considerava i cacciatori di plagi “omosessuali repressi”. E così torniamo all’originalità come istanza dell’autorità paterna: il cacciatore di plagi ha seri problemi con l’Edipo. Non è di gran lunga preferibile giudicare un’opera in base all’impatto (sincronico e diacronico) sull’arte cui appartiene e sulla socio-cultura? In fondo, è innanzitutto per questo motivo che i più grandi plagiatori nella storia delle arti (Omero, Plauto, Dante, Mozart, Shakespeare, Picasso, Lenny Bruce, Dylan) sono considerati importanti: per l’impatto che hanno avuto su tutti noi, e che non a caso continuano ad avere. A un artista non importa di essere originale, ma di avere impatto. Come ci riesce, sono solo cazzi suoi. Godiamoci il risultato, se ci piace, ed evitiamo di fare gli sceriffi. Non ne abbiamo la stella.

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