Little Nemo all’Opera (ancora)

Direi proprio che il recente anniversario, celebrato in pompa magna dal doodle di Google, ha dato la stura ai giornalisti. Fatto sta che in questi giorni si torna a parlare qua e là di Little Nemo. C’è chi ricorda il videogame per Nintendo NES del 1990. Chi parla di 16 modi in cui McCay ha cambiato il mondo (o almeno la visione di 16 artisti). Eccetera.

Ma la notizia più bizzarra e interessante è questa: tra un paio di settimane, in Florida – per la precisione a Sarasota – andrà in scena una versione teatrale di Nemo. E non una pièce qualsiasi: una vera e propria opera lirica. La trama è inevitabilmente un condensato e una parziale reinvenzione dell’originale:

Little Nemo in Slumberland recounts the adventures of a boy over the course of two nights on a quest to save Slumberland from the Evil Emperor Sol who wants it to be bright all night and day. Nemo’s adventures along the way include encounters with a crystal enchantress, menacing giants, a floating bed, a balloon ride, and a palace that turns upside down.

Dettaglio curioso: dietro alla scelta di Nemo c’è lo zampino di Chip Kidd, cui va attribuito il suggerimento realizzato poi dal librettista J.D. McClatchy.

E poi la notizia-nella-notizia. Per il capolavoro di McCay non è la prima volta. L’ultima – con musiche di Victor Herbert (che potete sentire qui) – risale a un secolo fa.

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Little Nemo italiani (Mussino, Moroni Celsi, Salvadori, Rubino)

Little Nemo di Winsor McCay, la cui ispirazione ebbe forti debiti con un fumetto francese (una recente scoperta di cui avevo scritto qui), divenne rapidamente, a sua volta, un fumetto-modello quanto mai celebre, imitato, omaggiato, citato.

Anche nella storia del fumetto italiano i debiti nei suoi confronti sono stati numerosi. E fin dagli anni Dieci ha ispirato una buona quantità di imitazioni, calchi o smaccate allusioni.

Tornando a sfogliare in questi mesi le prime annate del Corriere dei Piccoli – che per diversi anni pubblicò in Italia le tavole di McCay (rimontate e drasticamente adattate al proprio formato) – mi sono imbattuto spesso nel più noto dei “Little Nemo italiani”: Schizzo, realizzato da Attilio Mussino, le cui circa 100 storie apparvero sulle pagine del settimanale tra il 1912 e il 1919. Un esempio fra i tanti [cliccare x ingrandire; con scuse per la qualità fotografica delle immagini]:

Tuttavia, spulciando a fondo, ho scoperto che Schizzo non fu interamente realizzata da Mussino. In almeno un caso, infatti, l’autore fu Guido Moroni Celsi (CdP 1 luglio 1917):

Sempre sul “corrierino” apparve inoltre, nel 1909, un altro anonimo fanciullo simil-Little Nemo, firmato Riccardo Salvadori:

Infine, e con (relativo) stupore, ho scoperto che anche il grande Antonio Rubino si cimentò in un’avventura in “stile Little Nemo” (CdP 12/12/1909), interpretata dal suo celebre Pierino:

Da allora a oggi, parecchi “Nemo italiani” sono passati (e il più celebre è diventato la rilettura sexy di Vittorio Giardino, Little Ego). Ma in quella fase dei primi due/tre decenni del Novecento, la moda di Little Nemo fu tale da attraversare un po’ tutte le testate nazionali, popolandole di bambini-a-letto-e-avventure-oniriche in una sorta di piccola, ricorrente ossessione iconologica (e pedagogica). Che meriterebbe, prima o poi, di essere approfondita.

Little Nemo: un omaggio animato

La giovane disegnatrice e grafica Kerin ha realizzato un piccolo esercizio di animazione, piacevolmente basato sul sempre amabile Little Nemo di McCay:

Little Nemo e Winsor McCay: e se fosse plagio?

Se del fumetto non vi interessano solo le ultime novità, ma anche la sua storia, beh, allora tenetevi forte. Perché ciò di cui sto per parlarvi è una delle più rilevanti – e per certi versi drammatiche – scoperte mai fatte da quel settore della fumettologia che si occupa di studiare il fumetto sotto aspetti come i grandi momenti di discontinuità, la sua archeologia (la spinosa questione delle ‘origini’), le diverse genealogie, ecc. Quella che vi presento è, in particolare, una scoperta fatta da un giovane storico, Antoine Sausverd, resa nota qualche tempo fa sul primo numero di SIGNs Journal, rivista di studi storici anglofona (ma dal cuore italiano, visto che è diretta da Fabio Gadducci con Michel Kempeneers e il sottoscritto). La notizia ha ormai iniziato a suscitare – soprattutto in Francia – un certo dibattito, e mi pare sia arrivato il momento (penso a certe discussioni ‘storiografiche’ avvenute qui e qui) di rilanciare la palla anche “in casa”.

Il dato è il seguente: la celebre striscia Little Nemo di Winsor McCay, la cui importanza cruciale nella storia del fumetto è fuori di dubbio (e non vado certo a ricordare qui), potrebbe essere qualcosa di molto vicino al plagio di un lavoro preesistente, che vedete qua:

Rip, « Un projet téméraire », Imagerie artistique de la maison Quantin, serie 5, tavola n.13, 1888

La tavola è di un autore francese, Rip, della cui identità e carriera si sa ancora poco. Quel che è certo, è che questa tavola proviene dalla produzione di una delle più note officine impegnate nella creazione di images d’epinal – stampe popolari illustrate, di grande successo nell’Ottocento – pubblicate dalla Maison Quantin, stamperia-libreria francese fondata nel 1876 da Albert Quantin.

Il bambino. Il letto. Il sogno. L’accumulo di oggetti quasi metamorfico. La costruzione plastica verticale, con la progressione formale delle vignette che accompagna lo sviluppo dell’accumulo grafico. La vicinanza fra temi e soluzioni visive di Little Nemo è evidente e impressionante: McCay sembra avere ampiamente guardato alle immagini della Maison Quantin. Una controprova? Antoine Sausverd ha fatto anche una sintetica analisi comparativa, individuando una pagina per Quantin, realizzata da un altro autore (Job) che può essere facilmente messa a confronto con una specifica tavola di Little Nemo:

Little Nemo, by Winsor McCay, 1905

Job, Un rêve agité, Imagerie artistique de la maison Quantin, serie 1, tavola n.11, 1886

L’analogia tra le due tavole è palese. Stesso tema, con le vignette che si corrispondo in modo tutt’altro che vago, una ad una. Guardate qui la comparazione vignetta per vignetta: L’efficacia del dato storico – quando ben indagato e messo a fuoco – è che si pone lì, davanti al nostro sguardo, in modo inequivocabile. E ci aiuta a spalancare gli occhi su alcune verità dimenticate, o scomode, o poco conosciute. Fino a costringere a farci domande mai poste prima: è possibile ammettere che Winsor McCay – il genio McCay – abbia realizzato un calco? E come si è potuta verificare questa circostanza? E come mai non ne abbiamo saputo nulla fino ad oggi?

Per gli amanti del fumetto ‘storico’, data la caratura e il ruolo di McCay, questo genere di domande porta certamente qualche turbamento. Tuttavia, non sono ancora molti coloro che hanno avuto modo di visionare questa scoperta. Si tratta infatti di una scoperta ancora ‘fresca’, di dominio tipicamente specialistico, condivisa tra pochi studiosi francesi, italiani e europei. Anche se la notizia sta iniziando a circolare: il Museo del Fumetto di Angouleme, che custodisce uno straordinario fondo Quantin (alla cui catalogazione e analisi sta lavorando la giovane ricercatrice Camille Filliot), ne ha recentemente parlato sul proprio magazine online. Ricordo gli sguardi esterrefatti di Igort o Lewis Trondheim, e l’entusiasmo per la scoperta di Alfredo Castelli o Ben Katchor, autori dotati di un sincero amore per l’indagine storica sul fumetto delle origini.

Un doveroso commento. Mostrando queste immagini non voglio diminuire l’importanza del lavoro di McCay per la storia del fumetto. Certo, l’originalità di Little Nemo andrà relativizzata, d’ora in poi. Resta il fatto, tuttavia, che il lavoro di McCay ha saputo compiere passi avanti rispetto a quello di Rip e Job, facendo di una semplice idea visiva una sorta di metodo, spinto secondo un gusto del tutto personale verso forme più radicali di deformazione stroposcopica, plastica e percettiva delle forme e dello sguardo. Insomma: Rip e Job non inficiano la qualità di Little Nemo, né del lavoro di McCay come artista. Incrinano il mito dell’ “ispirazione originale” per Little Nemo, questo sì. Ma per valutare la forza di un artista… non vorremo mica limitarci a questo, vero?

E ora, registrata – e digerita – la scoperta, proseguiamo oltre. Come storici, perché ci spetta un nuovo compito: ricostruire i passaggi che questi materiali francesi hanno compiuto, fino a giungere nelle mani di McCay segnandone così profondamente l’ispirazione per la sua opera più nota. Ma anche, più in generale, come amanti del fumetto: la Storia di questo linguaggio è un racconto ancora ricco di sentieri poco battuti. E non sarei troppo sicuro di sapere, a priori, dove ci potrebbero portare.

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