Verticalismi a fumetti: Rip (1888)

Negli ultimi tre anni, grazie al lavoro di alcuni amici e colleghi storici che ho avuto occasione di conoscere intorno al progetto SIGNs Journal (a proposito: stiamo lavorando al n.2), ho incontrato un autore che è diventato una piccola ossessione: Rip. Enigmatico pseudonimo di un autore di cui si sa ancora poco – diciamolo: quasi nulla – attivo negli anni ’80 e ’90 del XIX° secolo.

Di lui vi ho presentato già il lavoro più noto, ovvero una tavola del 1888, Un projet téméraire, che ha fatto assai discutere sui possibili plagi (ah, i vecchi scoop di una volta) operati dal grande Winsor McCay ai tempi della nascita del sublime Little Nemo.

Antoine Sausverd, giovane e attentissimo studioso di fumetto ottocentesco, sul suo blog ha recentemente presentato un’altra, ennesima tavola mozzafiato di questo eccelso fumettista dell’Ottocento francese. Il breve racconto monopagina La mauvaise farce apparve sul celebre settimanale La Caricature nel 1888, e lo vedete qua sotto:

Una costruzione narrativa e plastica del tutto fumettistica, che sfrutta con grande consapevolezza lo sviluppo verticale della pagina, per giocare (anche percettivamente) sul racconto di un “furto della luna”.

Antoine: n’arrete pas de feuilleter les bons archives… N’y pense meme pas!

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Little Nemo e Winsor McCay: e se fosse plagio?

Se del fumetto non vi interessano solo le ultime novità, ma anche la sua storia, beh, allora tenetevi forte. Perché ciò di cui sto per parlarvi è una delle più rilevanti – e per certi versi drammatiche – scoperte mai fatte da quel settore della fumettologia che si occupa di studiare il fumetto sotto aspetti come i grandi momenti di discontinuità, la sua archeologia (la spinosa questione delle ‘origini’), le diverse genealogie, ecc. Quella che vi presento è, in particolare, una scoperta fatta da un giovane storico, Antoine Sausverd, resa nota qualche tempo fa sul primo numero di SIGNs Journal, rivista di studi storici anglofona (ma dal cuore italiano, visto che è diretta da Fabio Gadducci con Michel Kempeneers e il sottoscritto). La notizia ha ormai iniziato a suscitare – soprattutto in Francia – un certo dibattito, e mi pare sia arrivato il momento (penso a certe discussioni ‘storiografiche’ avvenute qui e qui) di rilanciare la palla anche “in casa”.

Il dato è il seguente: la celebre striscia Little Nemo di Winsor McCay, la cui importanza cruciale nella storia del fumetto è fuori di dubbio (e non vado certo a ricordare qui), potrebbe essere qualcosa di molto vicino al plagio di un lavoro preesistente, che vedete qua:

Rip, « Un projet téméraire », Imagerie artistique de la maison Quantin, serie 5, tavola n.13, 1888

La tavola è di un autore francese, Rip, della cui identità e carriera si sa ancora poco. Quel che è certo, è che questa tavola proviene dalla produzione di una delle più note officine impegnate nella creazione di images d’epinal – stampe popolari illustrate, di grande successo nell’Ottocento – pubblicate dalla Maison Quantin, stamperia-libreria francese fondata nel 1876 da Albert Quantin.

Il bambino. Il letto. Il sogno. L’accumulo di oggetti quasi metamorfico. La costruzione plastica verticale, con la progressione formale delle vignette che accompagna lo sviluppo dell’accumulo grafico. La vicinanza fra temi e soluzioni visive di Little Nemo è evidente e impressionante: McCay sembra avere ampiamente guardato alle immagini della Maison Quantin. Una controprova? Antoine Sausverd ha fatto anche una sintetica analisi comparativa, individuando una pagina per Quantin, realizzata da un altro autore (Job) che può essere facilmente messa a confronto con una specifica tavola di Little Nemo:

Little Nemo, by Winsor McCay, 1905

Job, Un rêve agité, Imagerie artistique de la maison Quantin, serie 1, tavola n.11, 1886

L’analogia tra le due tavole è palese. Stesso tema, con le vignette che si corrispondo in modo tutt’altro che vago, una ad una. Guardate qui la comparazione vignetta per vignetta: L’efficacia del dato storico – quando ben indagato e messo a fuoco – è che si pone lì, davanti al nostro sguardo, in modo inequivocabile. E ci aiuta a spalancare gli occhi su alcune verità dimenticate, o scomode, o poco conosciute. Fino a costringere a farci domande mai poste prima: è possibile ammettere che Winsor McCay – il genio McCay – abbia realizzato un calco? E come si è potuta verificare questa circostanza? E come mai non ne abbiamo saputo nulla fino ad oggi?

Per gli amanti del fumetto ‘storico’, data la caratura e il ruolo di McCay, questo genere di domande porta certamente qualche turbamento. Tuttavia, non sono ancora molti coloro che hanno avuto modo di visionare questa scoperta. Si tratta infatti di una scoperta ancora ‘fresca’, di dominio tipicamente specialistico, condivisa tra pochi studiosi francesi, italiani e europei. Anche se la notizia sta iniziando a circolare: il Museo del Fumetto di Angouleme, che custodisce uno straordinario fondo Quantin (alla cui catalogazione e analisi sta lavorando la giovane ricercatrice Camille Filliot), ne ha recentemente parlato sul proprio magazine online. Ricordo gli sguardi esterrefatti di Igort o Lewis Trondheim, e l’entusiasmo per la scoperta di Alfredo Castelli o Ben Katchor, autori dotati di un sincero amore per l’indagine storica sul fumetto delle origini.

Un doveroso commento. Mostrando queste immagini non voglio diminuire l’importanza del lavoro di McCay per la storia del fumetto. Certo, l’originalità di Little Nemo andrà relativizzata, d’ora in poi. Resta il fatto, tuttavia, che il lavoro di McCay ha saputo compiere passi avanti rispetto a quello di Rip e Job, facendo di una semplice idea visiva una sorta di metodo, spinto secondo un gusto del tutto personale verso forme più radicali di deformazione stroposcopica, plastica e percettiva delle forme e dello sguardo. Insomma: Rip e Job non inficiano la qualità di Little Nemo, né del lavoro di McCay come artista. Incrinano il mito dell’ “ispirazione originale” per Little Nemo, questo sì. Ma per valutare la forza di un artista… non vorremo mica limitarci a questo, vero?

E ora, registrata – e digerita – la scoperta, proseguiamo oltre. Come storici, perché ci spetta un nuovo compito: ricostruire i passaggi che questi materiali francesi hanno compiuto, fino a giungere nelle mani di McCay segnandone così profondamente l’ispirazione per la sua opera più nota. Ma anche, più in generale, come amanti del fumetto: la Storia di questo linguaggio è un racconto ancora ricco di sentieri poco battuti. E non sarei troppo sicuro di sapere, a priori, dove ci potrebbero portare.

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