The Spaghetti Yellow Kid

Yellow Kid lo conosciamo tutti, direi. Ma che una sua pagina (115 anni fa, oggi) del ciclo “Around the World with the Yellow Kid”, ultima stagione fortunata prima del declino del personaggio (nel 1898), fosse stata ambientata Venezia – con tanto di stereotipi, diciamo, dell’epoca – non lo sapevo, finché non ho navigato il sito dedicato alla serie dalla Biblioteca della Ohio University:

Morale:

Dere aint’ no vacant lots fer kids to play in dis town. […] Tank goodness we dont haf to stay.

Voodoo Biennale

Non ho ancora visitato la 54a Biennale d’Arte di Venezia. Ma come sempre, noto che tra gli artisti selezionati non mancano quelli interessanti per l’uso del disegno: per dirne un paio che non conoscevo, si va dal notevole giapponese Tabaimo al discutibile venezuelano Heimo Aga.

Come sempre, inoltre, temo di dover constatare che la forma-fumetto, in sé, resta una forma piuttosto ‘invisibile’ in quel contesto: gli artisti noti (anche) come autori di fumetti sono scarsamente presenti.

Tra le eccezioni, nientepopodimeno che Robert Crumb, un cui disegno originale è esposto nel padiglione danese:

In realtà, dunque, questa eccezione è relativa: il lavoro esposto non è una tavola di fumetto, ma una singola illustrazione, in forma di pin-up. E che Crumb sia presente tra le opere danesi beh, a me pare un intervento ai confini della retorica: una decorazione nobilitante, più che un commento, per la collettiva “Speech Matters”.

Un’altra eccezione è presente in una delle sedi della “Biennale Diffusa”, ovvero Mantova – Palazzo Te. Si tratta del video ‘”Voodoo”, una performance musicale scritta, cantata e parzialmente animata da Massimo Giacon:

La vicenda della partecipazione di Giacon, raccontata sul suo blog, è peraltro una storia emblematica per capire le modalità della pasticciata ‘direzione Sgarbi’ del Padiglione Italia. Una storiaccia ricca anche di passaggi spassosi, come l’ipotesi di un intervento critico-ludico – poi non realizzato – come questo:

Insomma, in autunno, tappa a Venezia.

Certo che insomma, una Biennale senza William Kentridge, che Biennale è?

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