Elezioni! Il webfumetto bignamino del Guardian

Inizia la lunga nottata elettorale delle elezioni americane (per esempio qui). E il sito del Guardian, per preparare il clima da maratona, offre un curioso modo di riassumere la storia della campagna elettorale: un webfumetto.

Il Guardian lo chiama un viaggio “in graphic novel form”. In realtà è una storia breve, da leggere in 2-3 minuti, progettata in design responsivo (scrollando verso il basso ‘appaiono’ e si ‘sovrappongono’ vignette e disegni), e disegnata con tecnica mediocre.

Quel che mi colpisce nella scelta del Guardian di usare il fumetto in questa occasione, al di là dello stile, sono tre aspetti:

  • la capacità del fumetto di rispondere a una precisa esigenza giornalistica: offrire un riassunto rapido. Ovvero, idealmente: poche parole e solo immagini (e inoltre non infografico: niente dati, solo ‘racconto’).
  • la sua declinazione in design responsivo che, più che creare suspence (come in altre applicazioni nel webfumetto), pare efficace soprattutto in termini di informazione: i key moments della campagna non sono sbattuti in faccia al lettore in un colpo solo, ma diluiti in una lettura progressiva. Lo scroll responsivo, insomma, rende più “digeribile” lo spiegone.
  • il fatto che sia chiamato graphic novel, nonostante non lo sia. Una conferma della fortuna di questo termine-ombrello, dai confini sempre più labili. Ma soprattutto, una testimonianza della capacità di sintesi – temporale e iconologica (facce, luoghi, espressioni) – del fumetto.

Per fare un bignamino, insomma, il fumetto pare un’idea sensata. Dopodiché: sempre bignamino – funzionale e bruttino – resta.

 

 

 

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Demmicani e Replicratici

Direi che è tempo di ricordare un classico Fearless Fosdick, by Al Capp:

 

La riforma sanitaria USA, disegnata

Il principale consulente del governo Obama sulla riforma sanitaria, l’economista Jonathan Gruber, ha pubblicato tre mesi fa il libro Health Care Reform: What it is, Why it’s Necessary, How it Works insieme al fumettista Nathan Schreiber.

Un modo inconsueto per spiegare la riforma, che i due hanno riproposto anche in forma di ‘animated lecture’, così:

 

Paghi caffè, leggi fumetti: co-marketing Starbucks / Marvel

Se avete messo piede in uno Starbucks Coffee più per la connettività internet che per bere un caffé, scommetto vi stupirete ben poco.

Negli Stati Uniti, Marvel ha stretto qualche mese fa un accordo con Starbucks. Che sfrutta l’identità internet-oriented della catena, per formulare un’offerta destinata al mercato dei lettori digitali. Tramite accesso via wi-fi di Starbucks, si può infatti sfogliare gratis tutto ciò che appartiene al servizio Marvel Digital Comics Unlimited: 10.000 fumetti, novità incluse. Il costo abituale è di 10$/mese, oppure 60$/anno.

L’operazione pare ancora attiva, dopo ormai oltre 6 mesi. E al di là dell’idea, sarebbe interessante sapere se e come stia funzionando.

Marvel non è la prima a inserirsi in questa iniziativa di Starbucks: ci sono già Economist, Mediabistro e ESPN Rumor. Dubito però che questa mossa possa generare numeri interessanti per i brand coinvolti. In particolare per Marvel, il cui pubblico più fedele potrebbe persino essere portato a pratiche di appropriazione tattica tipiche dei consumatori giovani: un’occasione per aggirare l’offerta pay e leggersi facilmente quel-certo-fumetto, aggratis.

Tuttavia è anche vero che, oltre ai più o meno ovvi benefici in termini di comunicazione, potrebbe rappresentare una risorsa per esporre i fumetti alle logiche di “consumo d’impulso” in un canale digitale – il ‘negozio’ Starbucks Digital Network – vasto e rivolto a un pubblico diverso dal target Marvel abituale.

Ma quello che mi pare più interessante di tutta questa operazione, vista dall’Italia, è che ci ricorda quanto il mercato USA sia, talvolta, incredibilmente diverso dal nostro, visto che:

  • Starbucks non è presente in Italia
  • la connettività wi-fi in bar&locali italiani è ancora una chimera, persino disincentivata (dalle normative anti terrorismo)
  • l’editoria italiana di fumetto popolare, o ha un’offerta minuscola e limitata al mondo delle apps (Disney), o non ha ancora pensato che il digitale possa essere un mercato reale (Bonelli)

Beh, ok: noi abbiamo il caffé espresso.

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