Contro l’arte sequenziale (2): antidoti online

Nell’ambiente digitale, il concetto di “linguaggio visivo sequenziale” (se ne parlava ieri) mi pare che stia trovando da tempo nuove incarnazioni. Che mescolano anche – talvolta – elementi utili per riflettere sulla pertinenza di questo concetto rispetto al fumetto. Un paio di esempi.

Il sito ComixEd è un deposito che accoglie diversi contenuti visivi (vignette? foto? disegni? grafiche? collages?) il cui senso è generato dalla loro costruzione in micro-catene di immagini. Ebbene sì: sono brevi sequenze, micronarrazioni visive modulate spesso da obiettivi umoristici o paradossali, come questa:

Non è un caso che il sito, che in sostanza ospita materiali (foto)grafici vari (foto photoshoppate e non, scritte, collage, balloons…), si dia il nome “Comix”. In questo modo vuole suggerire una relazione con l’idea di sequenzialità che è oggettivamente presente nel fumetto. Ma – e anche qui la faccio molto breve – questa declinazione della relazione con i comics è, allo stesso tempo:

  • una conferma di quella che chiamerei pulsione vettoriale del fumetto. Ovvero: certo, questo è fumetto: in fondo le strips funzionano esattamente così (e il patto con l’utente è “produciamo insieme dei fumetti”);
  • ma nel suo presentarsi come oggetti visivi non-fumettistici (foto e grafiche varie, appunto) contraddice un perno della definizione di arte sequenziale: la visione biunivoca fumetto = arte sequenziale. Ovvero: ma se questa modalità vale per cose che non sono solo il disegno-in-vignette, perché mai dovrebbe essere solo il fumetto ciò che può chiamarsi “Arte Sequenziale”?

ComixEd ci permette insomma, una volta di più, di porci la domanda: il fumetto è sequenziale? E ci offre – se mi perdonate la brutale sintesi – due risposte.

1) La prima è: “sì, ma non solo lui”. Se posso comporre così fotoromanzi o altri materiali, allora “arte sequenziale” è un’etichetta troppo generica. Inservibile, dunque. A meno di voler confondere a tutti i costi il fumetto con tutto ciò che ospita questo sito…[la immaginereste una “sequenza” di ComixEd candidata agli Eisner?]

2) Inoltre, estremizzando la replicabilità del meccanismo – “qui potrai solo prendere immagini e metterle in una catena sequenziale” – suggerisce come l’operazione di “sequenzializzazione” sia un mero gioco di assemblaggio. Una pratica per natura specifica e limitata: un tratto parzialissimo, più che un elemento identificativo di un intero linguaggio (il fumetto). In una parola: una tecnica.

ComixEd gioca dunque con la sequenzialità, radicalizza la vettorialità, e nel suo presentarci un universo di contenuti che sappiamo essere – uso un eufemismo – assai ridotto rispetto all’universo-fumetto, ci ricorda come la Nona Arte (altra etichetta – retorica sì, ma meno fuorviante) sia solo parzialmente rappresentata dalle forme generate dalla sovrapposizione di meccanismi vettoriali e sequenziali. E come in essa ci sia piuttosto (o soprattutto) qualcosa d’altro. Immagini disegnate, sì, e multiple (daily strips & multipli), e segni – ma mica solo e sempre e tutte in quanto pura sequenza.

Con buona pace delle semplificazioni alla Will Eisner (e di certa semiotica d’antan), la banale verità di ComixEd mi pare quindi un buon antidoto contro la vulgata di certe pseudo-teorie fumettologiche. La “morale”: la sequenzialità esiste, ma non è un dogma assoluto, né tantomeno un tratto identificativo del solo fumetto.

Meno banale, infine, è la ‘verità’ che pone un breve fumetto online di aencre. Che ci ricorda come online, e più in generale nell’ambiente digitale, dire “fumetto” significhi parlare di una forma espressiva il cui baricentro è forse ancora più difficile percepire. Ma che certamente non risiede solo nella sovrapposizione tra sequenze e vettorialità che ha fatto l’identità delle daily strips, e coinvolge anche un’altra dimensione – il movimento – pure incorporata e addomesticata ad altre, antiche e ‘simulabili’ esigenze espressive.

Costruendo vignette – che sul piano bidimensionale sono incatenate, con sapiente intelligenza, proprio in sequenza e in una gabbia classica – come file .gif, aencre produce una progessiva animazione dei singoli elementi della sequenza, con un effetto di vertigine dell’interfaccia che lega e costringe lo sguardo del lettore al ‘nuovo’ supporto. Perché come dice il buon senso fumettologico, il fumetto digitale è ancora fumetto, ma allo stesso tempo è qualcos’altro. Qualcosa per cui potremo, forse, continuare a usare la convenzionale parola fumetto. E per cui, forse, potremo serenamente dimenticare la parola “arte sequenziale”.

Infine.

Questo blog si chiama Fumettologicamente anche per affermare un punto di vista: qua si scrive intorno a un oggetto che un nome lo ha. Discutibile, storicizzabile, di certo simbolicamente non neutro. Ma nel mio Paese, nella mia lingua e nella mia cultura si chiama Fumetto. Nessuno sciocco pregiudizio ideologico mi impedisce di ‘dire’ manga, graphic novel o altro, se il contesto e le occasioni lo richiedono: anch’essi hanno significati utili o rilevanti, tattici o strategici. Ma non c’è retorica che possa sostituirsi ai fatti: FUMETTO c’è. E a me tanto può bastare.

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