Astérix secondo Vauro

Credo siano in diversi, se non molti, i lettori di fumetto – e di questo blog? – a leggere il settimanale Il Male. Almeno ogni tanto. E come me, credo possano facilmente trovarlo confuso e discutibile, ma talvolta divertente – almeno ogni tanto.

Sarà che Il Male di Vauro e Vincino sembra esprimere un tot di consuete, contraddittorie caratteristiche arcitaliane. Alcune buone idee e una frequente sciatteria realizzativa, banalità ridondanti e improvvise trovate, autori di talento e autori che mah, gente sbagliata al posto giusto accanto a gente giusta al posto sbagliato (ma anche a quello giusto), giovani di grande qualità e vegliardi che sottraggono loro – ingiustificatamente – spazio.

Di questa stralunata condizione arcitaliana, mi pare che il nuovo numero rappresenti un buon esempio.

L’idea: intervenendo sulla surreale protesta dei ‘centurioni’ romani, la rivista ha pensato di mandare al Colosseo alcuni redattori travestiti da Astérix e Obelix. Una trovata pagliaccesca che mi è parsa, semplicemente, una cialtronata né più né meno che simpatica: mi ha fatto sinceramente sorridere.

Ma al di là degli echi sulla stampa, il risultato è stato anche un contenuto del giornale. Ovvero un fumetto, che racconta l'”incursione” mescolando fotoromanzo e vignette estrapolate dal fumetto stesso di Goscinny e Uderzo:

L’idea, pur simpatica, mi pare mostrare un paio di limiti:

  • uno è la discutibile riuscita visiva: un collage bruttino, non tanto per l’aspetto volutamente kitsch (anzi), ma per la sciatteria nell’amalgama e nell’impaginazione, con vignette riprodotte bene, altre sgranate, altre zoomate male, e disegni inseriti nelle foto con malagrazia grafica.
  • l’altro è la conferma della tendenza di Vauro – come si è detto più volte – a sottolineare la dimensione pupazzettistica del fumetto, valorizzandolo non troppo in sé ma quanto risorsa per praticare un teatrino – satirico – di marionette (sebbene, qui, motivato da una buona idea), con scarsa attenzione alle sue proprietà grafiche, alla riproduzione del disegno, alla buona impaginazione. Una tendenza esplicita nella retrocopertina, in cui Vauro si ritrae in secondo piano, come attore stesso di questa messa in scena:

Nel frattempo, sulle pagine del settimanale, accanto alle brutte pagine/collages di vignette in formati e stili diversi, proseguono anche interventi visivi stimolanti. Come quelli di Francesco Cattani, Roberto LaForgia, Mp5. E la buona satira disegnata, diciamo di livello ‘medio’ – che sarebbe ciò di cui il Male dovrebbe essere composto prioritariamente, se solo non si abbadonasse a certo personalismo incontinente di Vauro e Vincino. Quella buona, tradizionale satira disegnata, che troviamo nel ritorno di Carali:

Disegno satirico e giornalismo surrogato

Ha debuttato in edicola, tra i collaterali del Corriere, la collana Giannelli – la storia sono loro. Una raccolta piuttosto vasta (20 anni) di vignette del disegnatore satirico del primo quotidiano italiano. Ma soprattutto, per noi, un’occasione da manuale per ribadire un vecchio problema: il livello sconfortante in cui versa la cultura del disegno nell’informazione italiana.

Dalla presentazione online:

Giannelli, il grande vignettista del Corriere della Sera racconta 30 anni di vita italiana. Politica, attualità, costume: le migliori vignette di un autore di satira dal tratto inconfondibile, una matita affilata che non ha mai risparmiato niente e nessuno.

Il contenuto-tipo dei volumi è semplice: vignette, nient’altro che vignette. O meglio, le vignette (pagina destra) sono alternate a didascalie (pagina sinistra) che illustrano la notizia cui ciascuna vignetta è riferita, per offrire un po’ di contesto.

Anzi, un altro contenuto c’è, almeno nel primo tomo: un breve testo. Il cui obiettivo è ‘presentare’ il volume. E in cosa consiste la presentazione di un simile libro? In un articolo (di Marco Ascione) che offre un riassunto in tre pagine del periodo cui il volume si occupa. Un bignamino sulle notizie principali del 2011.

Nessuna parola, invece, sulla “matita affilata”, o sul “tratto inconfondibile” citate nel testo di presentazione. Emilio Giannelli è il protagonista di una collana in 11 volumi, ma del suo utilizzare il linguaggio del disegno (al di là del giudizio di valore) non si fa parola (alcune sue idee in proposito le trovate in una recente intervista).

E cose da dire ce ne sarebbero. Quantomeno, più che sulla affilatezza (assai discutibile nel paese dei Teja, Scalarini, Galantara, Altan…), sul suo essere “inconfondibile”. Perché per il Corriere il segno di Giannelli è senza dubbio un elemento di forte caratterizzazione grafica:

  • la sua linea sempre accompagnata dal tratteggio, con texture per abiti e oggetti, ha contribuito non poco a rafforzare l’identità cromatica della grafica di via Solferino: l’inconfondibile grigio Corriere.
  • la sua costruzione di corpi lievemente squadrati, legnosetti, si è sposata pienamente con l’identità un po’ ingessata del quotidiano (un tempo detto) “della borghesia produttiva”, o con i toni “istituzionali” del più tradizionalista tra i quotidiani nazionali.

Insomma, anche senza entrare nel merito dello stile e dei riferimenti, su un vignettista come Giannelli ci sarebbe da dire. Ma in quanto disegnatore, e non (solo) in quanto narratore (satirico) di certe notizie. Perché le vignette sono disegno, e non (solo) una forma – simpatica, semplice, visiva – di giornalismo. Insomma, il disegno satirico non è un surrogato del giornalismo.

Come è noto, in USA o UK l’attività di quelli che noi chiamiamo vignettisti è comunemente detta editorial cartooning. In Francia, dessin de presse. In entrambe i casi è evidente sin dal termine che il disegno ne è l’elemento costitutivo, la lingua con cui comunica.

In Italia, invece, l’uso della parola vignetta (rotonda, efficace, quasi musicale) si è accompaganto a una progressiva perdita di senso del disegno che in essa è sostanza. Per certi versi si può dire che abbia trionfato il “contenitore”: la vignetta come box, scatola grafica il cui contenuto (linguistico) è relativamente indifferente. Una visione del dispositivo para-teatrale, come il palco per uno spettacolo di burattini, per quanto immateriali.

Marionette disegnate, la cui presenza è giustificata da una funzione pseudo-giornalistica più che di de-formazione grafica del reale: questa è la condizione cui pare essersi ridotta molta satira disegnata italiana, sempre più distante dalla tradizione della caricatura. Un percorso perfettamente sintetizzato da un Vauro, passato ormai al ruolo di cabarettista-disegnatore come ospite “recitante” nel programma di Michele Santoro. E in uno scenario ormai ingolfato da disegnatori di mediocre abilità segnica (da Forattini a Disegni), non è un caso che riescano a suscitare interesse culturale e affetto popolare solo due generi di ‘vignettisti’:

  1. da un lato quei dessinateurs de presse che dal disegno si sono progressivamente allontanati (le vignette di Ellekappa sono quasi dei monogrammi; quelle di Bucchi sono collages e mashup grafici);
  2. dall’altro, quelli che riescono a riappropriarsi del valore comunicativo del disegno, declinandolo però in contesti nuovi, come la rete (è il caso di Makkox).

Il giornalismo surrogato con cui si ritiene di dover presentare Giannelli; il caotico assemblaggio di marionette con cui si ritiene di dover costruire periodici satirici come il Nuovo Male o il Ruvido: effetti collaterali di una visione del disegno satirico da cui è espunto il ruolo centrale del disegno. E che sarebbe ora di tornare a mettere al centro.

Di lacrime e sangue in lacrime e sangue

Trenta anni fa furono i tempi del primo governo non democristiano del dopoguerra: il governo Spadolini.

Altra epoca, altro contesto economico, altri protagonisti politici. Altra satira disegnata.

Eppure, di lacrime&sangue in lacrime&sangue, certe vignette potrebbero funzionare ancora oggi. Come quelle della coppia Pericoli e Pirella:

Le vignette sono tratte da una raccolta in volume del 1982, Falsetto (Bompiani). Ne riparliamo a breve, perché contiene una bella conversazione sulla satira disegnata tra Umberto Eco e Sandro Pertini.

La crisi tunisina a fumetti

Uno dei blog fumettistici del momento, in Francia (ovvero: nella analoga top 10 della categoria di Wikio.fr), è interamente dedicato alle vicende della Tunisia. Si chiama Debatunisie, ed è realizzato da un cartoonist tunisino decisamente “sul pezzo”:

Il suo blog era attivo da tempo, ma in seguito alle vicende recenti lo ha rilanciato con un rinnovato vigore:

Vi rimando al primo post di questo blog, dell’agosto 2007 intitolato Atto 1 e vi annuncio qui l’apertura del secondo Atto di questo stesso blog, con cui cercherò di mettere in caricatura a modo mio la nuova Tunisia. Quel che ci aspetta sarà certamente più appassionante dei 23 anni di umiliazione che ci hanno inflitto Ben Ali e la sua banda.

"Il sistema Ben Ali"

Disegnare e fare satira, in quel contesto, non è semplice. Ma quando si hanno obiettivi chiari e una visione ‘alta’ del proprio mestiere e dell’orizzonte culturale in cui si inscrive, il risultato è un ottimo contributo al dibattito pubblico:

Non ho la pretesa di proporre alcunché di politico oltre a difende la libertà di espressione e inscrivermi pienamente nei contropoteri e nella critica, continuando a esercitare l’arte della caricatura (mantengo l’anonimato in attesa di una evoluzione delle cose). E’ in questo senso che difendo l’integrazione degli integralisti nel dibattito nazionale nella misura in cui questi ultimi rispetteranno il gioco democratico.

A questo anonimo cartoonist anche i miei auguri – bon courage! – e l’invito a linkarlo e seguirlo.

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