Dylan Dog: coverparodie

Casual friday thursday. Con un gioco sciocco, tanto divertente quanto antico: prendere immagini di libri/film, e modificarne semplicemente il titolo. Con effetti – quello più quello meno – comici.

Ecco dunque una galleria di copertine di Dylan Dog, rivisitate da un lettore (Francesco Burzo) per lo più in dialetto partenopeo:

via supermiagolator

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Giappone, regno della parodia

La notizia di ieri sulla chiusura del Winter Comiket, mi ha fatto tornare in mente – cosa non combinano le associazioni di idee – un libro recente: il catalogo/saggio della mostra Parodies, organizzata dal Museo del Fumetto di Angouleme, e che inaugurerà domani (ne avevo accennato qui). Seguitemi due minuti e mi spiego.

Nel volume l’autore, Thierry Groensteen, passa in rassegna il tema compiendo una canonica ricognizione storica, mescolata a carotaggi vari su alcuni generi e casi, e articolando quindi una ampia rassegna nei seguenti capitoli:

  • Elementi per una storia della parodia nel fumetto
  • Mad: l’istituzione parodica
  • Quando i supereroi non sono seri
  • Gotlib a parte
  • L’età della trasgressione
  • Tintin e i pirati
  • La parodia di genere
  • Su alcuni procedimenti notevoli
  • Tendenze contemporanee
  • Autoparodie

Constatazione: nessun capitolo è dedicato al Giappone. E per fortuna: trovo sempre più difficile sostenere la legittimità di una visione geopolitica “per blocchi contrapposti”, nella storiografia del fumetto. Ma il problema è che di Giappone, proprio, non c’è traccia. E il problema è molto, molto rilevante. Perché Giappone è la patria del vasto fenomeno dei dōjinshi manga. Basti leggere Wikipedia:

dōjinshi are often, though not always, parodies or alternative storylines involving the worlds of popular manga, game or anime series, and can often feature overtly sexual material.

Ovvero: i dōjinshi sono parodie, in gran parte. E il punto è che essi hanno un peso economico e culturale cruciale, nel mondo del manga. Ecco il legame con la notizia di ieri: sono il principale oggetto in vendita proprio al Comiket, il più frequentato evento fumettistico al mondo. Ma sappiamo anche che, nella storia del fumetto, essi hanno giocato un ruolo significativo che va oltre il Comiket (che non è certo una “isola grassroot” nell’oceano del “corporate manga”, sia chiaro – basti googlare la parola dōjinshi) come aggregatore sociale di pubblici dispersi, ma anche nel porsi come opportunità creative e produttive per sviluppare temi e stilemi, e per accogliere talenti, sia in erba e ignoti, sia già affermati.

Da un lato, dunque, questa assenza del dōjinshi dall’orizzonte della mostra/saggio francese è certamente una lacuna pesante, perché dimentica una fetta di produzione estesa e influente (da 40 anni il Giappone è il primo produttore mondiale di fumetti), sorta proprio intorno al ruolo strategico della parodia.

Dall’altro, ci ricorda un problema enorme che devono affrontare i fumettologi contemporanei: la necessità di integrare le conoscenze su scala globale. E la consapevolezza che si tratta di una sfida ancora agli inizi e piena di ostacoli, i cui esiti odierni sono minimi (o inesistenti).

Già. Forse, solo una prossima generazione avrà a disposizione conoscenze sufficienti per rappresentare, in modo compiuto, una storia e una mappatura critica del(la parodia nel) fumetto.

Siamo in Occidente, insomma – e facciamo tanta fatica, a volte.

Disoccupazione e nuovi eroi

Una satira assai nerd, quella del supereroe Unemployed Man. Ma con alcune trovate efficaci.

La nemesi, per esempio: un ristretto di gruppo di gente che si crede davvero ‘super’. Sono gli oligarchi – e con parola d’altri tempi, i plutocrati – della Just Us League: i fratelli Lemur Brothers, mr Goldman Sack, eccetera.

E poi mi è piaciuto Reich, l’economalieno. Un economista che è una facile ma buona metafora delle competenze pericolosamente “distanti”, scollegate dalla comune realtà sociale, in grado – solo lui/loro? – di comprendere la degenerazione di alcuni strumenti finanziari, e diagnosticare lo stato di allerta.

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