Intanto, intanto

Il formalismo non è mai piaciuto troppo agli autori del fumetto italiano. Rispetto alle tradizioni americana e francese, dalle nostre parti non si sono viste che rare esperienze di scrittura vincolata o esperimenti di restrizione, come quelli praticati (e resi celebri) in letteratura dal gruppo Oulipo, che nel fumetto hanno generato lavori come quelli dell’ Oubapo o come il memorabile 99 modi di raccontare una storia di Matt Madden.

Il che non è mica un difetto, intendiamoci. Soprattutto non lo è se pensiamo a lavori come il Pinky di Mattioli, straordinario giocoliere di un formalismo tanto leggero quanto spassoso. O se pensiamo a un altro esempio recente, che media tra obiettivi narrativi ‘straight’ e sensibilità formaliste, come la serie Intanto Altrove di Ratigher, in corso di pubblicazione sulle pagine di Vice magazine:

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Quello che l’autore descrive come “Il primo fumetto in cui accade tutto nel medesimo istante” non è che una serie di brevi fumetti monopagina, ciascuno di quattro vignette, in cui sono presentati (più che ‘raccontati’) eventi che si svolgono nello stesso momento, ma in luoghi diversi.

La logica è quella di lavorare sulla mera associazione. Associazione per nulla grafica (come sarebbe possibile e persino legittimo attendersi, in un linguaggio visivo) ma di situazioni temporali, che creano un effetto di risonanza tra loro tanto strampalato quanto inquietante e – incorniciato com’è dalla “promessa narrativa” del fumetto – misterioso. C’è forse un legame tra le persone o le situazioni? In un’idea seriale, c’è forse spazio per lo sviluppo di qualche linea ‘narrativa’ in una struttura tanto vincolata?

Naturalmente il progetto non è che un gioco formale, appunto. Ma che lavora su un concetto brillantemente essenziale della sintassi fumettistica: i paradossi della rappresentazione del tempo, qui suggeriti attraverso una sfacciata decostruzione del meccanismo classico della didascalia “Intanto”…

Una conferma del fatto che in Italia, oggi, Ratigher è forse il fumettista formalista di maggiore talento sulla piazza.

 

Fumetto just in time

I giochi linguistici in stile Oulipo sono noti ormai da qualche tempo, nel fumetto. Penso all’Oubapo. Si tratta di tecniche di scrittura (un modo per sperimentare, ma anche per ‘giocare’ coi materiali espressivi) note come scrittura vincolata, o constrainted writing, che nel fumetto si traducono essenzialmente in forme di natura essenzialmente visiva.

Un filone di constraints parallelo, e ormai diffuso ben oltre i confini di gruppi come l’Oubapo, è quello basato su vincoli di natura temporale. Il più celebre è noto come 24 hours comics, ‘invenzione’ che si avvicina a compiere i suoi primi 20 anni, lanciata da Scott McCloud nell’estate del 1990. Di recente il filone delle time constraints fumettistiche si è arricchito di una sfida nuova.

Dopo la prima iniziativa di coordinamento chiamata “24 Hours Comics Day” (la recente versione italiana è qui), il 1° febbraio scorso è nata la prima Giornata del “Fumetto Orario” (Hourly Comics Day): per ogni ora di veglia, realizzare un fumetto che descrive quanto accaduto nell’ora precedente.

L’aspetto più interessante di questo nuovo gioco, così come della 24 ore, è però – almeno per me – l’importanza di aspetti che non hanno a che fare solamente con la dimensione testuale o visiva tipica dei giochi in stile Oulipo. Quel che mi intriga di più è la presenza di una natura performativa di queste pratiche vincolate. Una vera e propria performance (non me ne voglia LauraG., che cito): “una serie di eventi della comunicazione che si definiscono solo e soltanto nella relazione fra partecipanti co-produttivi, co-implicati”. E allora il mio pensiero va anche ad altre esperienze di performing comics (un nuovo titolo da suggerire al buon McCloud?).

In questi ‘giochi’, il fumetto è utilizzato come risorsa espressiva all’interno di un evento che si sostanzia di due aspetti:

– la natura unica della creazione ‘live’: il fumetto ha una sua dimensione di processualità creativa che ha un valore di per sè, nel qui e ora del suo farsi. La natura materiale del fumetto si svela in tutta la sua limitatezza, e insieme nella ricchezza delle diverse soggettività che vi si applicano offrendo se stesse come oggetto di interesse. Non è un caso, mi sembra, che gli ormai numerosi 24 Comics Day si svolgano aperti al pubblico, magari anche in video streaming, con lettori/spettatori che assistono. Ancora meno casuale che, da qualche anno, questi ‘eventi’ si svolgano (e spesso su esplicita richiesta dell’organizzazione) all’interno di Festival o Saloni dedicati al fumetto. Il valore è (anche) nell’insieme di comportamenti svolti pubblicamente, sotto lo sguardo degli spettatori. Il pubblico vuole vedere il fumetto mentre viene creato (o appena dopo: come fosse una pietanza appena sfornata), e partecipa così a un momento irripetibile, sottratto alla sua tipica dimensione solitaria, invisibile, “segreta”.

– l’importanza materiale e gestuale del disegno. La “fatica dell’attore” nel teatro, come diceva Roland Barthes. Quella del fumettista e della mano che disegna/scrive, qui. Non è un caso che questi eventi siano quasi sempre ‘coordinati’ (una giornata mondiale, con un sito web a fare da hub), per rendere immediata una condivisione che è subito confronto e comparazione non solo dei risultati, ma anche (soprattutto?) del processo per arrivarci.

Certo, nelle diverse forme di performance fumettistica, questi due livelli sono implicati in modi e forme spesso molto diversi. E tra una 24ore comics fatta “da casa”, o una fatta “dal vivo”, o un “concerto di disegni” (su sceneggiatura già stabilita) come se ne fanno da anni ad Angouleme, o un reading come quelli di Davide Toffolo e Roberta Carrieri che suonano/cantano/disegnano in sincronia dal vivo, beh, corrono differenze notevoli. Proprio in termini di statuto della performance. Il fumetto è, in queste diverse tipologie di eventi – soprattutto per le 24 hours comics ‘in diretta’ o per le citate performance volutamente “live” – una pratica fondata sul compiere certi gesti, come l’imprimere un segno su una superficie, fatto di movimenti della mano, di usi del corpo. Un’idea che guarda al disegnare non solo come disciplina fatta di tecniche, ma anche di azioni fisiche che coinvolgono il corpo – le mani innanzitutto – in una serie di soluzioni espressive. Perché la sostanza del fumetto è fatta di segni e materie che compiono percorsi, per poi – e solo poi – depositarsi in forme. Nel fumetto queste forme sono frutto di una specificità “materiale” che non sta solo nel cosiddetto supporto (formati, cartotecniche, layout) ma anche nei gesti che piegano le diverse opzioni in specifiche soluzioni che riescono a trovare una strada – un divenire fumetto – mentre il pubblico testimonia, assistendo (quasi una contemplazione) il “segreto” della composizione plastica degli elementi.

Chissà: magari torneremo a parlare di questo tema, attraverso casi specifici (su Fumo di China in edicola, Salvatore Oliva ne accenna descrivendo alcuni spettacoli presentati all’ultima Angouleme). Di questa breve riflessione, però, non dimentichiamo un fatto: il fumetto è anche performance. E in questa direzione – così poco praticata fino agli anni 2000 (eppure, ai tempi del vaudeville …) – ci sono forse ancora molti spazi per creare ed esplorare nuove e interessanti esperienze.

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