La crisi di Linus come dispositivo

La crisi di Linus è una di quelle notizie che invitano alla discussione e alla riflessione. Quali sono le sue ragioni? Oltre alla crisi dell’editore, intendo.

Perché Linus non è (stata) ‘una’ rivista di fumetti, ma LA rivista per antonomasia. Il contenitore più influente – dopo MAD Magazine – dell’intera storia del fumetto occidentale. E la sua progressiva perdita di centralità – non solo come vendite, ma come capacità di attrazione e influenza – meriterebbe di essere discussa compiutamente, tanto nelle sue motivazioni “interne” (il prodotto, la sua linea editoriale, il suo posizionamento rispetto al pubblico), quanto in quelle “esterne” (la formula editoriale ‘storica’ che ha incarnato, la sua idea di fumetto, la trasformazione dei linguaggi e dei pubblici che l’hanno modellata e, nel tempo, inevitabilmente cambiata).

Delle tante questioni che varrà la pena discutere, per il momento ne sollevo una sola: l’evoluzione di quella “forma culturale” che è la striscia. Una grammatica, un sistema di codici, un dispositivo con cui Linus si è fortemente identificato. Pagandone le conseguenze.

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A differenza di alcuni, non credo molto alla tesi della “crisi delle strips”. Se è vero che le strips hanno perso terreno sulle pagine dei quotidiani, questo fenomeno non va confuso con l’idea di una crisi creativa, né tantomeno con l’idea di una crisi di diffusione. Oggi, infatti, circolano molte più strisce che in passato. Semplicemente, circolano altrove: online.

Il punto, piuttosto, è che la striscia è un dispositivo (espressivo) che oggi fatica a convivere con altri dispositivi (editoriali): i quotidiani e, più in generale, i periodici cartacei – come Linus, appunto. La crisi di Linus, allora, non ha a che fare nemmeno con la crisi – ormai antica – delle riviste di fumetto, ma con la crisi di un modello di relazione fra due dispositivi – strips e riviste – che, uniti e sovrapposti, non corrispondono più ai bisogni di consumo dei lettori odierni.

La questione potrebbe essere spiegata ricorrendo anche a McLuhan. Le strips, in fondo, sono dispositivi semplici, poveri, rapidi, “di sintesi”. Per dirla alla McLuhan, sono dispositivi “a bassa definizione”:

dal punto di vista visivo, una fotografia è un fattore di “alta definizione”, mentre un cartoon comporta una “bassa definizione”, in quanto contiene una quantità limitata di informazioni.

Le riviste cartacee sono invece – oggi più che mai – dispositivi intensi, costretti a fronteggiare il digitale facendosi densi di contenuto, tutt’altro che rapidi, di approfondimento, “immersivi”. Ritenere che un contenuto “a bassa definizione” possa risultare adatto a un medium (la rivista) sempre più ad “alta definizione” è forse la grande illusione di Linus. Una visione distorta di quella che è l’esperienza di lettura/visione che le riviste, oggi, sono sempre più concentrate ad offrire.

La “bassa definizione”, invece, ha il suo territorio d’elezione nella rete. Non a caso, è anche per questo aspetto che le strips si sono tanto facilmente (ri)diffuse in Internet, mentre sparivano dai giornali. E si badi bene: sparivano le strips, mentre nel frattempo (ri)consuistavano spazio altre forme fumettistiche: le tavole. Il rinascimento delle strips in Internet fa il paio, a mio avviso, con il rinascimento delle Sunday pages sui quotidiani. Ed è qui che possiamo comprendere quanto accaduto sia a un quotidiano mainstream come il Corriere (esempio: la doppia pagina del supplemento LaLettura) sia a concept-newspaper volutamente retro’ come i progetti The San Francisco Panorama di McSweeney’s o Wednesday Comics della DC. Nell’editoria dei periodici cartacei odierna, a uscire sconfitta è la grammatica sintetica delle strips, ma non la sintassi delle relazioni fra disegni e narrazioni in vignette/spazi frammentati.

Il futuro del fumetto sui quotidiani e periodici cartacei non è più nelle strips, ma nelle Sunday pages. Viceversa, il futuro delle strips non è nei quotidiani – o nelle riviste cartacee – ma in rete. Per questo, oggi, il principale fattore di motivazione alla lettura di una rivista come Linus non sta nel leggere le strisce di Peanuts, Doonesbury o Boondocks. Lavori eccellenti e persino straordinari, ma che non trovano un ambiente consono nella forma – dispositivo ad alta definizione – della rivista.

Forse è troppo tardi per riconoscerlo, e la crisi della testa fondata da Giovanni Gandini sarà irreversibile. O forse no. Da parte mia, non posso che sottolineare il più recente – e brillante – tentativo fatto da Linus negli ultimi tempi, seguendo la volontà di offrire un contenuto più adatto al dispositivo-rivista: la serie Viaggio in Italia di Tuono Pettinato, avviata solo pochi mesi fa. Cui vale la pena augurare numerose altre tappe:

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Il Superman di McLuhan

Due anni fa si sono celebrati i 100 anni dalla nascita di Marshall McLuhan; quest’anno, i 75 dall’esordio di Superman. Nonostante sia un aspetto sorprendentemente dimenticato, McLuhan è stato anche uno dei più influenti critici e teorici del fumetto (come ho scritto qui; ci ritornerò con più calma in un prossimo libro). Per certi versi un pioniere. E uno dei suoi primi interventi provocatori, tra quelli che contribuirono a costruirne la nomea di paradossale, controverso, surfista fra cultura ‘alta’ e ‘bassa’, fu proprio un testo su Superman.

Quando scrisse su Superman, erano appena iniziati gli anni Cinquanta. Il libro era La sposa meccanica (The mechanical bride, 1951). Ovvero, il primo dei concept book di McLuhan: una raccolta asistematicata (un libro leggibile “a mosaico”, scrisse) di brevi testi, composti da alcuni aforismi iniziali, un’immagine – emblema di un fenomeno o prodotto della cultura pop – e un commento sulle sue implicazioni simboliche e sociali. Un Miti d’oggi à la McLuhan, se mi passate il paragone.

Nel suo studio su McLuhan, Elena Lamberti ha riportato anche una porzione di una lettera di McLuhan alla madre, in cui l’autore descriveva il suo libro così:

è una nuova forma di narrativa fantascientifica, con annunci pubblicitari e fumetti nelle vesti di personaggi.

Devo ammetterlo: conoscevo questo testo, ma a differenza degli altri lavori di McLuhan, non l’avevo mai letto. D’altro canto, non è certo la sua opera principale. La sua visione dei media, qui, pare più ambigua, con qualche ombra di scetticismo e moralismo rispetto agli slanci nei libri successivi. Peraltro, la sola edizione italiana arrivò tardi, nel 1984 (Sugarco), e – aggiungo io – tradotta in modo qua e là sbrigativo. Come commentò tempo dopo Umberto Eco (L’Espresso, 25 marzo 1984):

Paradossalmente, questo libro fa pensare ad un Adorno che si esprima a fumetti. L’apparato filosofico e argomentativo sono diversi, ma l’indignazione è la stessa. Salvo che McLuhan suggerisce di “leggere” e “capire” dal di dentro questi fenomeni, per poterli dominare.

Qualche mese fa sono stato spinto a leggerlo dal mcluhaniano Henry Jenkins che, parlandomi del suo prossimo libro, dedicato al fumetto, mi sottolineò l’ampia presenza di pagine su fumetti e strips in quel lavoro. E in effetti, oltre a Superman, ho scoperto brani su Li’l Abner, Arcibaldo e Petronilla di McManus, Blondie, Tarzan, oltre a frequenti menzioni ‘esemplari’ di altri fumetti e fumettisti (incluso un passaggio da un memorabile articolo di Stan Lee per Esquire).

Quando McLuhan scrisse su Superman, erano gli anni in cui Wertham e Legman avevano iniziato a occuparsi in chiave critica (e un po’ paranoica) di vari fumetti. Una prospettiva che ne La sposa meccanica McLuhan supera non esplicitamente ma de facto, occupandosi non tanto dei supposti effetti psicosociali, quanto dei loro più ampi significati ideologici e simbolici.

Per riflettere su questi significati McLuhan si concentra, nel suo testo, sui metodi e sull’idea di giustizia di Superman. Arrivando a coglierne non solo la dimensione escapista, quanto la natura sottile di inquietante dispositivo simbolico per rappresentare la mutazione sociale dell’uomo tecnologico. Un aspetto scontato per noi, oggi, ma certo non nel 1951.

Con un po’ di tempo a disposizione, ho finalmente trascritto quel testo qui sotto (NB: i neretti sono miei). Come è giusto che sia, per un frammento di fumettologia (e mediologia) da non dimenticare.

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Scansione

Il personaggio di Superman fu inventato da due liceali negli anni attorno al 1935. Questo dato in sé è indicativo della mentalità da “fantascienza” a cui si richiama il fumetto. Ma questo fumetto in particolare opera a due livelli. Procura fantasie del solito genere “Super Science Stories”, in cui il lettore gioca alla campana e alla cavallina con i secoli e con i sistemi solari ad un tempo, in racconti quali ad esempio Il viaggio che durò 600 anni. Superman, tuttavia, non costituisce esclusivamente una narrazione delle conquiste, vere o immaginarie, di un’era tecnologica; è anche il dramma della sconfitta psicologica dell’uomo tecnologico.

Nella vita comune Superman è Clark Kent, una nullità. Come cronista di quart’ordine, la cui incompetenza gli procura la pietà e il disprezzo della virile Lois Lane, il suo super-io nascosto costituisce un sogno adolescenziale di trionfi immaginari. Mentre Clark Kent non può ottenere nemmeno l’ammirazione di Lois Lane, Superman è assediato da aggressive virago. Superman accetta un celibato autoimposto con una ferrea rassegnazione, mentre Kent è semplicemente rassegnato.

Fu questo personaggio e questa situazione che Danny Kaye ritrasse nella sua versione cinematografica di The Secret Life of Walter Mitty. Gli ammiratori di Thurber protestarono sostenendo che il film era un travisamento dell’originale Walter Mitty di Thurber. Ed è vero che questi nega ogni trionfo della fantasia al suo personaggio. Thurber preferisce tenere Mitty in uno stato di amara umiliazione, concedendogli un occasionale scatto di vendetta.

L’atteggiamento di Superman rispetto ai problemi sociali riflette similmente i metodi totalitaristici da mano di ferro propri di una mente immatura e barbarica. Come Daddy Warbucks in Little Orphan Annie, Superman è di un’efficienza spietata nel condurre la crociata di un solo uomo contro i truffatori e le forze antisociali. In entrambi i casi non si fa appello al processo della legge. La giustizia è rappresentata come una questione esclusivamente di potere personale.

Ogni valutazione delle tendenze politiche di Superman (e di altri suoi parenti nel mondo dei fumetti dell’avventura violenta, noto come settore “squinky” dell’intrattenimento) dovrebbe includere il riconoscimento che oggi i sogni dei giovani e degli adulti sembrano esprimere in egual misura una crescente impazienza nei confronti dei laboriosi processi della vita civilizzata e il desiderio irrequieto di adottare soluzioni violente. Infatti il pubblico di lettori di questo tipo di svago trascende ogni confine di età ed esperienza allo stesso modo in cui le pressioni del mondo tecnologico vengono sentite dal bambino e dall’adulto, dallo stolto e dal saggio, in egual misura. Bisogna ritenere che, inconsciamente, l’oppressione anonima esercitata dai nostri modi impersonali e meccanizzati abbia accumulato un’amarezza che cerca sfoghi della fantasia in un diluvio di violenza romanzata che viene oggi trangugiata in una straordinaria varietà di forme.

Alcuni lettori possono essere interessati al modo in cui Superman corrisponde alle speculazioni medievali sulla natura degli angeli. L’economista Werner Sombart sosteneva che la moderna finanza astratta e la scienza matematica fossero una realizzazione a livello materiale delle elaborate speculazioni della filosofia medievale. Allo stesso modo si può affermare che Superman è il fratello a fumetti degli angeli medievali. Infatti gli angeli, come è stato spiegato da Tommaso d’Aquino, sono assolutamente superiori al tempo e allo spazio, e tuttavia possono esercitare un’energia spaziale e materiale di natura sovrumana. Allo stesso modo di Superman, essi non necessitano né di educazione né di esperienza, ma possiedono, senza sforzo alcuno, un’intelligenza impeccabile in tutte le cose. Gli uomini hanno sognato a lungo di diventare come questi esseri. Tuttavia gli angeli caduti sono conosciuti come demoni. E gli uomini imperfetti, in possesso di un potere materiale sovrumano, non costituiscono una prospettiva rassicurante.

Venghino, mediologi venghino!

Finiamo in modo cialtropubblicitario la serie di post – con estratti rigorosamente illustrati – dedicati allo speciale Link magazine che celebra il maestro/guru/pazzerello Marshall McLuhan. Al quale, a mio avviso, gli studi sul fumetto devono molto più di quel che gli sia stato riconosciuto finora. Ne parlo un po’ in un volume prossimo venturo – ma meriterà di certo di tornarci su ancora e ancora.

Ma bando alle digressioni riflessive. Passiamo a quelle visive. Ed ecco una serie di false pubblicità, per prodotti immaginari che sarebbero forse piaciuti al McLuhan “delle origini”:

disegni di Adam Hancher

 

McLuhan redux: pillole disegnate

Nell’anno del centenario dalla nascita di McLuhan, non si poteva non esagerare. E quindi anche oggi eccovi qualche estratto disegnato dallo speciale mcluhaniano di Link magazine.

Qui di seguito, alcuni “bigini di pensiero mcluhaniano” con illustrazione di Tuono Pettinato. E una serie di vignette – le didascalie provengono soprattutto da Understanding Media – realizzate da Adriano Carnevali:

L’evoluzione dell’uomo mediale

Dal nuovo Link Mono dedicato a Marshall McLuhan, un fumetto  mediologico firmato Tuono Pettinato:

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