Di brand e di fumetto (chez Ferragamo, per esempio)

Alcune settimane fa scrivevo del rapporto tra pubblicità e fumetto. In quelle note, in particolare, lamentavo la crisi del “fumetto pubblicitario” in Italia: il declino, sia quantitativo che qualitativo, dell’idea che il fumetto sia – delle tante cose che è – un linguaggio creativo perfettamente spendibile nella comunicazione pubblicitaria.

Nel frattempo, nulla è successo per modificare quelle considerazioni. Però qualcosa è accaduto. Che mi permette, almeno in forma di appunti, di allargare lo sguardo. Per guardare, più ampiamente, al rapporto tra fumetto, marketing e comunicazione.

Il caso è quello che già alcuni compagni-di-blog hanno raccontato qui e qui: l’iniziativa organizzata da Ferragamo, con un’importante tappa durante le giornate dell’ultima Pitti Uomo. Dal nostro punto di vista, in sintesi, il punto è: la presenza del fumetto all’interno della mostra/evento Il calzolaio prodigioso organizzata dalla Fondazione Ferragamo, culminata mercoledì 19 giugno nella Comics Jam.

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In questa occasione, il fumetto era presente in diverse forme:

1. Un fumetto realizzato ad hoc, da Frank Espinosa, dedicato a una visione romanzata e fiabesca della vita dello ‘scarparo’ Salvatore Ferragamo:

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la copertina dell’albo

2. All’interno della mostra, erano esposte anche alcune pubblicazioni e disegni originali di vari fumettisti (e illustratori), selezionate da Antonio Faeti e Michele Rak, dedicati al tema ‘scarpe’:

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Jacovitti, Le babbucce di Allah

Angoletta, Il gatto con gli stivali (splendido disegno degli anni Venti)

Angoletta, Il gatto con gli stivali (splendido disegno degli anni Venti)

Francesca Ghermandi, Scarpe fatidiche

Francesca Ghermandi, Scarpe fatidiche

3. Sempre all’interno della mostra, un’intera sala dedicata all’esposizione delle tavole originali e materiali preparatori del fumetto di Espinosa:

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4. In concomitanza con le giornate di Pitti, alla mostra si è associato inoltre l’evento/concorso Comics Jam (missione: realizzare un fumetto di 8 tavole in 8 ore; brief: prendere spunto da una scarpa Ferragamo), organizzato in collaborazione con Lucca Comics & Games (che ne ospiterà gli esiti durante la prossima edizione):

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ragazzi al lavoro. Con opposte tecnologie per il disegno

ragazzi al lavoro. Con opposte tecnologie per il disegno

5. In quella sede, sono stati chiamati alcuni fumettisti di grande talento, impiegati come giurati del concorso (Frank Espinosa, Giuseppe Palumbo, Davide Reviati).

6. Inoltre, sono state invitate alcune voci ……… [NB: aggettivo eliminato causa conflitto d’interessi] della blogosfera fumettistica.

7. Infine, va sottolineato l’articolato montepremi del concorso: volo A/R e “Summer Workshop” di una settimana presso il Center for Cartoon Studies (1° premio), volo A/R e ingresso al Comic-Con International di San Diego (2° premio), iscrizione a un corso della Scuola Internazionale di Comics, Sede di Firenze (3° premio). Congratulazioni a Vincenzo, quindi.

E questo per quanto riguarda il solo Ferragamo. Già, perché durante lo stesso Pitti anche Gucci si è dato da fare, esponendo disegni originali di Hirohiko Araki.

Questi episodi non fanno sistema, certo. Ma mi sembrano pur sempre interessanti, perché permettono di notare come il fumetto, per quanto sotto (o mal) utilizzato in pubblicità, sia comunque usato dai brand in altre forme e occasioni di comunicazione. E in particolare, che discendono da due obiettivi strategici, che trovano nel fumetto

  • un veicolo efficace per raggiungere specifici target. In questo caso, per Ferragamo, i giovani e/o i giovani creativi.
  • un contenuto pertinente per esprimere valore artistico. In questo caso, la preziosità dell’espressione disegnata, che ha convinto i curatori del Museo Ferragamo a enfatizzare la presenza sia degli originali che dei materiali preparatori di Espinosa offrendo loro un’ampia sala, senza complessi di inferiorità rispetto alle opere create da Mimmo Paladino, Luis Bacalov, Alessandro Bergonzoni…

Il fumetto pubblicitario sarà pure in crisi, insomma, ma il fumetto come risorsa di marketing non lo è (o lo è un po’ meno, diciamo). Di certo, alla complessa e ambiziosa operazione di Ferragamo (e di Plazzi & di Bernardo, che l’hanno co-costruita per la parte che qui ci interessa), rispetto ad altre, va riconosciuto un fattore cruciale in più: la qualità della ricerca artistica e curatoriale entro cui è stato collocato il fumetto. Fino alla cura nella regìa complessiva dell’iniziativa, conclusasi in una serata “son et lumière” in piazza con cui Firenze si è trovata, per qualche ora, decorata (come accaduto talvolta ad Angouleme) dai segni di Reviati o Palumbo, fra gli altri:

Palumbo esercita la sua autorità da giurato, a mezzo muro

Palumbo esercita la sua autorità da giurato, a mezzo muro

Reviati a suo agio (si fa per dire) con tavoletta grafica digitale & muro

Reviati a suo agio (si fa per dire) con tavoletta grafica digitale & muro

Inutile ripeterlo – o forse sì: il fumetto è una forma e un bacino culturale la cui ricchezza può tornare perfettamente utile (anche) alle strategie dei brand. A patto che si guardi ad esso con la dovuta attenzione, competenza, e cura per la qualità. Comunicativa 0 artistica che sia.

Bonus track fashionista: Franca-Sozzani-spotted-on-comics-event

Avrei voluto interrogarla: "mi dica 5 nomi di grandi artisti del fumetto". Ma ero con Reviati (ci fosse stato Doc Manhattan...)

Avrei voluto interrogarla: “mi dica 5 nomi di grandi artisti del fumetto”. Ma ero con Reviati (ci fosse stato Doc Manhattan…)

Bonus track wunderkammer: i ferri del mestiere del calzolaio Ferragamo

un dettaglio d'epoca, dall'allestimento della mostra: una vera e propria wunderkammer (versione fiabesca)

un dettaglio d’epoca, dall’allestimento della mostra: una vera e propria wunderkammer (versione fiabesca)

Infine, Firenze.

Infine, Firenze.

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Lupin III ha 40 anni (e una nuova serie molto vintage)

Al solito, nostalgia canaglia: forse non ce ne siamo troppo accorti, ma la serie animata Lupin III sta per compiere (già?) 40 anni. Il fumetto è del 1967, mentre la serie animata debuttò in onda il 4 aprile del 1972. Ormai ci toccherà raccontarlo ai nipotini praticamente nelle condizioni di distacco storico in cui, negli anni 20, i nonni della Grande Guerra raccontavano Pinocchio ai loro nipoti.

Molti dei suoi fans i 40 anni li hanno già superati da un po’, e i produttori hanno scelto non solo di produrre una nuova serie a 27 anni di distanza dall’ultima, ma di posizionarla sul mercato proprio partendo da questo dato: pubblico maturo = prodotto maturo.

Come si nota dal sito ufficiale, la nuova serie in (13 episodi) ha infatti un paio di caratteristiche da buon ‘marketing generazionale’:

– un’estetica vintage, fatta di colori accesi, acidi, molto ‘flashy’ e pieni di luci fluo. Una strizzata d’occhio consapevole allo stile anni 60, insomma, con un tocco blandamente psichedelico.

– e poi in primo piano c’è Fujiko, nuda e di schiena. Perché pare sarà proprio lei la protagonista della serie, intitolata infatti Lupin III – The Woman Called Fujiko Mine (Mine Fujiko to Iu Onna), e ambientata negli anni giovanili. Una sorta di prequel, che sottolineerà in modo più evidente la sensualità di Fujiko (Margot!).

Giunta ai 40 anni, la serie di Lupin scava quindi nel (suo) passato e nella (nostra) memoria, offrendoci un ameno viaggetto in un deposito di sensualità lontane, forse dimenticate, da reimmaginare: nostalgia canaglia perfetta, insomma.

Ah: le due principali menti creative (Sayo Yamamoto e Mari Okada) sono donne. E quindi arrendiamoci, perché è esattamente così: ci hanno fregato per l’ennesima volta, a noi maschietti.

 

Il ‘panino’ Topolino – Tv Sorrisi: il marketing come racconto

Non mi pare sia cambiato molto, nell’ultimo anno: di Topolino si continua a parlare poco, pur restando il settimanale di fumetti più diffuso in Italia.

Sarà la solita questione del declino ‘sociale’ dell’immaginario disneyano. Sarà il tema della crisi di qualità del prodotto (una discreta sintesi è nel recente Topolino e il fumetto Disney italiano. Storia, fasti, declino e nuove prospettive, di Andrea Tosti, Tunué). Sarà che la fumettologia italiana ha altri interessi. Eccetera eccetera.

Ma è anche vero che con la nuova direzione, da un annetto – e nonostante i tagli Disney allo specifico segmento della produzione di fumetto – sono arrivati alcuni segnali di rinnovata vivacità. E alcune idee quantomeno curiose. Come questa: imbastire un racconto intorno a una ‘mera’ operazione di co-marketing: il cosiddetto “panino editoriale”, ovvero l’abbinamento di due testate. In questo caso, Topolino e Tv Sorrisi & Canzoni:

In un curioso cortocircuito progettuale, il fumetto che racconta questa operazione è un “Toporeportage” (Topolino n. 2924). Ovvero la versione topolinesca del comics journalism – una tradizione inaugurata oltre due anni fa, da un’idea di Tito Faraci, caratterizzata da: un peculiare stile grafico “sketchy”, eccentrico rispetto ai canoni dell’estetica disneyana; e un’attenzione all’industria dei media e del giornalismo che mescola protagonisti immaginari (i paperi-giornalisti) e reali (celebrità, autori e redattori della testata stessa).

Alcune note sparse:

  • osservate i credits degli autori: se nei primi Toporeportage si parlava di testi e disegni, qui compare la dizione “graphic journalism”. Un dato doppiamente significativo: della crescente naturalizzazione di un termine pressoché esoterico solo pochi anni fa; e della consapevolezza di questo registro comunicativo da parte della redazione, che ritiene ormai opportuno dichiararlo (persino in inglese).
  • la tecnica grafica è a tutti gli effetti una “tecnica mista”: disegno e fotografia. Il collage è quindi facilmente legittimato, persino nel tradizionale universo del visivo disneyano.
  • l’avventura tra redazioni immaginarie (il Papersera) e reali (Topolino e Sorrisi) testimonia la consapevolezza della redazione su un nodo cruciale: la centralità della testata Disney nel sistema dell’informazione. Lo segnala l’importanza assegnata al ruolo ‘ponte’ di Vitali, ex vice di Topolino ora vice a Sorrisi: il trasferimento di professionalità tra il settimanale disneyano e quello mondadoriano diventa un fatto raccontabile, che dice di come esistano legami ‘naturali’ tra l’universo della produzione Disney e quello dell’informazione in senso lato.
  • la breve storia si presenta, in definitiva, come una sorta di piccola “pedagogia del marketing”, in grado di raccontare la quotidianità dietro alla vita di una testata di fumetti, qui “svelata” come prodotto culturale immerso in un mercato (l’editoria periodica).

Da un certo punto di vista, niente di che: nella tradizione pedagogica del fumetto disneyano, questo episodio non è che una variazione sul tema (se volete, sempre più di attualità). Ma da un altro punto di vista, è anche un piccolo gesto di radicale svelamento della “macchina”: un raccont(in)o sulla complessità nel tracciare confini tra giornalismo e finzione narrativa, tra creatività e lavoro, tra immaginari e mercato.

Il fumetto Disney, accusato – e spesso a ragione – di vivere solo in una “bolla” fatta di autoreferenzialità – astorica, con questi Toporeportage (e con questo specifico caso) arriva a mettere a nudo i propri meccanismi di ancoraggio sociale. Quasi sfacciatamente. Ricordando che sono anche (soprattutto?) di natura produttiva, commerciale, di marketing. E rendendo così *visibili* ai suoi lettori – grandi e piccini – le sue regole, ovvero i suoi limiti: gli articolati confini entro cui prende vita, oggi.

Insomma, non vorrei essere frainteso: questo episodio non è che un piccolo aneddoto, che di certo non resterà nella storia del fumetto disneyano. Ma un piccolo aneddoto il cui nodo sta in un punto a mio avviso importante: la trasparenza sull’identità del prodotto.

E allora qui sì, sarò ottimista: per me è un segnale. Che la redazione di Topolino ha ripreso un percorso di riflessione – non scontata – sul prodotto. Lo testimonia anche un ciclo di storie in corso proprio in queste settimane: “La storia dell’arte di Topolino”. Ci ritorneremo presto.

Paghi caffè, leggi fumetti: co-marketing Starbucks / Marvel

Se avete messo piede in uno Starbucks Coffee più per la connettività internet che per bere un caffé, scommetto vi stupirete ben poco.

Negli Stati Uniti, Marvel ha stretto qualche mese fa un accordo con Starbucks. Che sfrutta l’identità internet-oriented della catena, per formulare un’offerta destinata al mercato dei lettori digitali. Tramite accesso via wi-fi di Starbucks, si può infatti sfogliare gratis tutto ciò che appartiene al servizio Marvel Digital Comics Unlimited: 10.000 fumetti, novità incluse. Il costo abituale è di 10$/mese, oppure 60$/anno.

L’operazione pare ancora attiva, dopo ormai oltre 6 mesi. E al di là dell’idea, sarebbe interessante sapere se e come stia funzionando.

Marvel non è la prima a inserirsi in questa iniziativa di Starbucks: ci sono già Economist, Mediabistro e ESPN Rumor. Dubito però che questa mossa possa generare numeri interessanti per i brand coinvolti. In particolare per Marvel, il cui pubblico più fedele potrebbe persino essere portato a pratiche di appropriazione tattica tipiche dei consumatori giovani: un’occasione per aggirare l’offerta pay e leggersi facilmente quel-certo-fumetto, aggratis.

Tuttavia è anche vero che, oltre ai più o meno ovvi benefici in termini di comunicazione, potrebbe rappresentare una risorsa per esporre i fumetti alle logiche di “consumo d’impulso” in un canale digitale – il ‘negozio’ Starbucks Digital Network – vasto e rivolto a un pubblico diverso dal target Marvel abituale.

Ma quello che mi pare più interessante di tutta questa operazione, vista dall’Italia, è che ci ricorda quanto il mercato USA sia, talvolta, incredibilmente diverso dal nostro, visto che:

  • Starbucks non è presente in Italia
  • la connettività wi-fi in bar&locali italiani è ancora una chimera, persino disincentivata (dalle normative anti terrorismo)
  • l’editoria italiana di fumetto popolare, o ha un’offerta minuscola e limitata al mondo delle apps (Disney), o non ha ancora pensato che il digitale possa essere un mercato reale (Bonelli)

Beh, ok: noi abbiamo il caffé espresso.

La redazione Fantagraphics (in Fiat 500)

Per capire lo spirito di una casa editrice – e facciamo il caso di Fantagraphics, che non è certo un editore qualsiasi – a volte basta fare una visita alla redazione.

Lo ha fatto la serie di reportages ‘di viaggio’ Pop Pilgrims, per AV Club, l’inserto (e webmagazine) culturale del settimanale satirico The Onion. Il conduttore di Pop Pilgrims è andato così a Seattle, a farsi un giro in “casa Fantagraphics”. Già: perché la redazione è a tutti gli effetti un’accogliente, caotica, nerdosa abitazione privata:

Retroscena marketing: lo sponsor del programma è Fiat. Che ha scelto la serie di AV Club tra le iniziative cui associare la – tanto chiacchierata – campagna adv per il lancio USA della 500.

Il risultato è un paradossale – per i fumettòfili italiani – “Fantagraphics: behind the scenes with FIAT”:

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