Il dolente teatro dell’orrore di Toffolo

Dalla documentazione raccolta da Paola Bristot, relativa agli artisti sloveni internati nei campi di concentramento fascisti (1942-1943), e pubblicata in appendice al nuovo lavoro di Davide Toffolo L’inverno d’Italia:

Caro Davide, sto studiando e raccogliendo elementi molto interessanti per il tuo libro. Ho trovato la collaborazione e anche la compartecipazione di molti qui in Slovenia, dove il problema degli internamenti di cittadini croati e sloveni in Italia ha una letteratura molto nutrita. Sono stata al Museo di Storia Contemporanea di Ljubliana che recentemente ha allestito una mostra proprio su questo tema, con un’esposizione in particolare proprio dei disegni realizzati dagli artisti internati.

Ti riassumo, per quanto possibile, questo delicato e intricatissimo periodo, tenendo presente, come eravamo d’accordo, che mi sono concentrata soprattutto sulla singolare e originale documentazione artistica. La storia dell’occupazione nazista e fascista della Slovenia è molto complessa e la presenza di campi di internamento di croati e sloveni in Italia rimane una delle pagine più oscure e oscurate della nostra storia. La loro definizione di internati e non di prigionieri di guerra ha fatto sì che anche il trattamento loro riservato fosse del tutto privo di quei minimi diritti, garantiti dal trattato di Ginevra, che questi ultimi avevano.

I rastrellamenti compiuti nei territori annessi alla provincia di Ljubljana compresero all’inizio intellettuali e artisti che svolsero un’intensa attività di documentazione dell’esistenza e della vita dei campi di concentramento, praticamente la sola, vista la rarità delle foto dei campi e il loro repentino smantellamento dopo la capitolazione dell’Italia, l’8 settembre 1943. In particolare nel campo di Gonars, in provincia di Udine, si ritrovarono pittori, scultori, poeti, letterati provenienti dall’Accademia e dall’Università di Ljubljana, sospettati di possibili collegamenti con il Fronte di liberazione (Obvestila Fronta), la Resistenza slovena. I ritratti, le caricature, le vedute degli interni dei campi o i profili dei paesaggi visti attraverso il filo spinato mostrano la ferrea volontà di non perdere la propria identità, di non sottomettersi al programma di annientamento per denutrizione e di snazionalizzazione imposto dallo Stato Italiano, allora fascista.

Agli inizi del ’43, molti degli internati, già stremati da mesi di prigionia, furono trasportati a Gonars, Monigo, Chiesanuova, Sulmona… I continui spostamenti, le difficoltà delle trascrizioni dei nomi, i morti tenuti nascosti per l’accaparramento delle loro misere porzioni di cibo, i nati morti… hanno impedito il conteggio preciso del numero degli internati. “Il cardinale Cicognani, delegato apostolico a Washington, su richiesta dell’ambasciata Jugoslava in una lettera di supplica presso la Santa Sede cita un numero di 100.000 internati in Italia. La commissione d’indagine Jugoslava fornisce la cifra di 109.437 internati nei campi fascisti” dal libro di Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista, Gonars 1942-43, (ed. Comune di Gonars-Kappa Vu, Udine, 2003).

E quella che avete letto è solo una parte di quanto indagato e raccontato dalla brava Paola Bristot.

Il fatto sorprendente, a mio avviso, è che tutto questo ha contribuito ad ispirare un graphic novel dall’indubbio valore storico – riportare la memoria a uno dei drammi dimenticati della seconda guerra: i campi di internamento in cui l’Italia fascista sterminò migliaia di sloveni – ma che è l’esatto contrario di quel che oggi si tende a etichettare come “reportage a fumetti”.

Il nuovo libro di Davide Toffolo non è infatti giornalistico. O almeno, non più di quanto possa esserlo un lavoro di Marco Paolini. E’ un dramma in cui la prossimità con la scrittura teatrale, che Davide aveva già praticato nel precedente Très, diventa la chiave per rileggere in una prospettiva individuale un profondo dramma collettivo. Un lui e una lei, Drago e Giudita, giovani internati, danzano in scarni disegnini che volteggiano nel bianco delle pagine. E mettono in scena una serie di monologhi, sempliciotti e strazianti, fatti di sogni di cibi, animali, case, famiglie che non rivedranno più. Nel tempo sospeso dalla loro atroce condizione, i disegnini di due corpi scheletrici fanno pietà, piccoli segni persi tra il bianco accecante di pagine fredde, nell’inverno di un’Italia moralmente allo sbando – che vorremmo sapere distante per sempre.

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