La letterarietà (del fumetto) come problema

Il tema non è nuovo da queste parti. Per esempio, ne ho discusso qui, qui e qui (by Gipi), con l’aggiunta di qualche commento qui e qui. Ma per tenerlo vivo rimando al bel testo di Eddie Campbell, “I Letterati”. Che utilizza esempi americani, dal Comics Journal a Hooded Utilitarian (fra gli interventi critici) e dagli EC Comics alla produzione Marvel (tra i fumetti).

Trascorsi ormai 40 anni della scalata del fumetto verso una più seria considerazione, è probabile che ormai, a chi volesse mettere il fumetto sullo stesso piano della letteratura, non capiti più di trovarsi sommerso dalle risate. Il rovescio della medaglia di tale riconoscimento del medium è che esso ha anche acquisito una nuova specie di critico, che esige che i fumetti si attengano agli standard della LETTERATURA. Dall’invasione di questi letterati in poi, ho notato la tendenza a porre sempre più spesso la domanda: se non fosse un fumetto, potrebbe mai stare in piedi? Rimarrebbe una buona storia, se fosse resa in prosa, e se fosse posta a confronto con il resto della prosa mondiale? Se togliamo tutte queste maledette immagini, ciò che ne resta meriterebbe comunque? […]

I letterati sono inclini a discutere se l’apprestare una trama è abbastanza per rivendicare una paternità autoriale, o se il vero scrittore, in questo caso, è stato il disegnatore. Ma una volta che l’argomento è messo sul tavolo, si può andare a finire in qualsiasi direzione, ed è altrettanto probabile negare che una trama sia mai stata data […] Niente di tutto questo mi è mai importato, anche se riconosco che la proprietà del franchise di un film di successo potrebbe fare la differenza a questa o quella parte in gioco. Ma i film non mi interessano, e non mi preoccupo di questo. Nessuno di costoro ha mai colto, per esempio, la cosa che ha reso i fumetti Marvel eccitanti per me nel 1965, quando li ho scoperti per la prima volta.

Quella cosa è possibile trovarla solo nelle pagine reali dei vecchi fumetti, ed è quello che tentiamo di descrivere con le parole “Marvel style”. Il “Marvel style” non è solo un modo diverso di arrivare allo stesso risultato, vale a dire una storia in senso letterario, ma un modo di arrivare a qualcosa di diverso. L’essenza di questa cosa ben diversa tende a sfuggire alla convenzionale analisi letteraria, in un modo che rende i vecchi fumetti Marvel degni di molto meno rispetto e attenzione, oggigiorno. Ecco dunque una pagina da Tales of Suspense # 85, gennaio 1967.

untitled

[…] Per tornare al punto di partenza, è mai possibile che questo fumetto Marvel stia in piedi se leviamo le immagini? Per niente. E questo lo rende senza valore? I letterati direbbero di sì, senza dubbio. […]

Scrivere fumetti è una competenza speciale molto diversa dallo scrivere in prosa. Ma prima di lasciar perdere, chiedo: si possono levare le immagini di una vignetta sportiva, o ridurre la performance circense di un clown alla sua trama? Può tutto ciò che riguarda una performance musicale essere convogliata in un pentagramma, o può tutto ciò che riguarda un film essere compreso dalla sua sceneggiatura?

Annunci

I disegni sono meglio (by Gipi)

Sabato scorso Repubblica ha dato ampio spazio a una notizia (ne avevo scritto qui): l’apertura nei confronti del fumetto da parte del premio letterario Booker.

La questione ha certamente “fatto dibattito”. Rep se ne è fatta eco ripetutamente, con una enfasi per certi versi insolita, dedicandovi – dopo un pezzo ‘a caldo’ di tre settimane fa – una doppia pagina con articolo (di Luca Raffaelli) e intervento d’opinione, quest’ultimo firmato da Gipi.

foto: Bloggokin

foto: Bloggokin

E proprio il testo di Gipi è ciò che volevo segnalarvi. Perché ribaltando la retorica giornalistica sulla questione – l’idea di una notizia ‘positiva’ – Gianni ha a mio avviso centrato il punto, che riassumerei così: il fumetto è letteratura, ma anche no. Anzi: soprattutto no.

Sulla questione, in quest’anno, sono ritornato più volte – per esempio qui e qui – ma mi pare che meriti una nuova sottolineatura. Perché un conto è condividere la soddisfazione, mettiamo anche l’entusiasmo, per una maggiore considerazione del fumetto da parte del sistema letterario: a differenza di alcuni, sono tra coloro che vedono positivamente la crescente tendenza dei premi letterari a considerare (con categorie ad hoc o meno) il fumetto. Ben altro, però, è suggerire equivalenze generali: l’idea che “il fumetto è letteratura” non giova né all’uno né all’altra. Peggio ancora quando qualcuno arriva a sostenere l’esistenza di una “nobiltà” (parola usata da Repubblica) che deriverebbe da quella equivalenza, ovvero dal fatto di essere – rivelazione! – ormai-un-po-come-quell’altra-cosa.

Una equivalenza ingannevole: la “nobiltà” del fumetto, se esiste, non è in alcuni modo determinabile dal suo essere descrivibile, riconoscibile, veicolabile come letteratura – o cinema, o pittura, o graphic design. Se proprio di nobiltà vogliamo parlare.

Per questo credo, da parte mia, che si debba essere grati a Gipi che, per argomentare questa stessa idea, e per contestare la fragilità concettuale dell’equivalenza fumetto=letteratura, abbia scritto un pezzo dal titolo sfacciatamente paradossale “I disegni sono meglio”:

Il Booker Prize (un premio letterario molto prestigioso che può farti diventare super ricco) potrebbe, in futuro, includere i libri a fumetti nella sua selezione. Grande notizia. Chi vince quel premio può diventare super ricco.

Modestamente, mi sono subito immaginato super ricco. Con una megavilla con piscina e Martini dry. Dovete sapere che per un autore di fumetti, diventare super ricco è difficile, quasi impossibile direi. […] Così quella notizia mi è parsa una gran bella notizia. Poi ho pensato ai bambini. Ho pensato ai disegni.

Ho pensato a sequenze di fumetto che mi hanno rapito o commosso senza mettermi un solo carattere tipografico tra le scatole. Solo immagini, solo disegni. […]

Chi per qualche motivo ha perduto la capacità di essere rapito dalle sole immagini si trova a suo agio con i libri a fumetti che contengono molte parole (i miei sono spesso fatti così) e non disdegna frasi quali “è come un libro normale”, come se fosse un complimento.

Ma a questi lettori vorrei dire che sono vittime di un inganno, perché le immagini, al fianco, sotto o sopra alle parole, ne modificano il senso, la forma e la profondità. I disegni non sono qualcosa in più. I disegni sono tutto. E sono il meglio.

Nel testo di Goose Packard, Frank Zappa pronuncia questa frase: “L’ informazione non è conoscenza. La conoscenza non è saggezza. La saggezza non è verità. La verità non è bellezza. La bellezza non è amore. L’amore non è la musica. Music is the best.”

Se state pensando che questa strofa di canzone non c’entri niente con quanto scritto finora, volgete l’attenzione soltanto all’ultima affermazione: Music is the best.

Quel “music is the best” è meravigliosamente infantile e liberatorio e io vorrei chiudere allo stesso modo: i disegni sono meglio. Perché sì. Perché sono il linguaggio dei bambini prima che gli adulti si spendano per educarli e normalizzarli.

I disegni sono meglio.

Spero che un giorno qualche concorso di fumetto si offra compassionevolmente di ospitare i tristi libri senza figure nella propria selezione. Sarebbe un bel gesto.

Granta licensing

L’edizione italiana di una delle riviste culturali – letteratura e non-fiction – più celebri e rispettate degli ultimi decenni, è una bella notizia: arriva Granta.

Granta Italia ospita Salman Rushdie, Column McCann, ma anche contributi italiani come quelli di Walter Siti o Francesco Piccolo. E un racconto sull’Ortomercato di Milano di Giuseppe Catozzella che, nella mia incompetenza sul tema (pescherie e ‘ciclo di vita’ del pescato) ho trovato interessante.

E’ una buona notizia, peraltro, osservare che la copertina del primo numero è stata realizzata da un fumettista di talento come Paolo Bacilieri:

All’interno ci sono anche le prime tavole di American Widow, drammatica graphic novel sul lutto personale di Alissa Torres durante l’11 settembre (in programma per Rizzoli Lizard nei prossimi mesi).

Eppure. Non è tutto qui. Anche i dettagli, dicono qualcosa:

  • tra l’elenco – e le schede bio – degli autori, manca il disegnatore del graphic novel, Sungyoon Choi. Come a dire: conta il narratore, non il ‘mero’ illustratore.
  • l’impaginazione delle tavole (così come delle foto di Berengo Gardin) lascia così tanto spazio bianco ai margini, da mortificare un po’ le immagini. Come a dire: conta più la gabbia grafica che l’opera.
  • la carta è così spessa e la rilegatura così rigida da rendere la rivista *legnosa* e, in termini di bookdesign, decisamente standard. Un oggetto insomma assai ‘formattato’: un’antologia di prepubblicazione – estratti da libri in divenire – più che un organico progetto, ben diverso dalla più vivace – e maneggevole – versione originale della rivista.

E mi sono ritrovato a pensare: più che un progetto curato in ogni aspetto, pare un’iniziativa di licensing. Una brand extension – localisation – di Granta.

Googlando, trovo che Tiziano Scarpa ne ha scritto così:

una grande casa editrice italiana fa un atto di coraggio e avvia una nuova rivista letteraria. Ottima notizia. Come la concepisce? Come una filiale. Apre da noi lo sportello di una rivista inglese.  […] MORALE: gli italiani, uniti dacentocinquant’anni e alfabetizzati da mille, non sono capaci di fare una rivista letteraria. Devono farselo insegnare dagli stranieri, ricevere un format inglese, riproporlo pari pari. Colonialismo puro.

Insomma, è arrivata Granta Italia. Una notizia, certo. Bella, forse, un po’ meno.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: