Export 2: Igort ad Amburgo

Si diceva del mese di settembre ricco in eventi culturali che vedono la presenza del fumetto italiano all’estero. Dopo il Corriere dei piccoli a Madrid, eccone un altro: una mostra dedicata a Igort ad Amburgo, nell’ambito dell’ Internationaler Graphic Novel Salon, una nuova manifestazione che è parte del programma dell’HarbourFront Literaturfestival:

Questo vasto festival letterario è noto per una caratteristica particolarmente originale: essere collocato all’interno delle strutture del porto di Amburgo, uno dei 10 più trafficati al mondo. Seguendo una formula che ha già ispirato alcune efficaci iniziative negli ultimi anni (ne ricordo una particolarmente riuscita a New York, nel 2008), l’anima del festival è costituita dalla presenza di 4 autori provenienti da 4 Paesi, ognuno dei quali presente con un’ampia mostra personale di tavole originali. Il tutto prodotto col sostegno organizzativo ed economico degli Istituti di Cultura all’estero (tra cui quello italiano). Igort stesso, con la francese Nine Antico, lo spagnolo Angel de la Calle e il tedesco Reinhard Kleist, sarà oggi ad Amburgo per questa presentazione (UPDATE: ecco una foto direttamente da Amburgo):

Tenete presente che Amburgo è una città in cui la presenza del fumetto italiano si è resa in qualche misura crescente, grazie alla presenza e agli insegnamenti di un bravo autore come Stefano Ricci, compagno di Anke Feuchtenberger, vero punto di riferimento per gli studenti di arte e illustrazione della Università Hochschule für Angewandte Wissenschaften.

Peraltro, diciamolo: Amburgo è più interessante di Francoforte, abituale protagonista fumettistica, in autunno, grazie alla Buchmesse. E quest’anno tocca rinunciare alla Buchmesse per un convegno ad Amburgo negli stessi giorni. Ach. Inoltre Amburgo è l’ambientazione di uno dei graphic novel europei più attesi del 2010, il nuovo lavoro di Arne Bellstorf, dedicato alle peripezie del “quinto Beatle”, Stuart Sutcliffe. Morale: meglio un porto, che una Banca Centrale Europea.

Italieni: Igort, Cahiers Ukrainiens

Che l’esterofilìa sia una malattia endemica dell’industria culturale italiana è cosa nota – e Gramsci fu tra i primi a discuterne spesso, e a fondo. Il fumetto non ne è certo esente: da un lato la ricorrente dipendenza da prodotti e immaginari stranieri (Disney e Bonelli inclusi, per quanto in forme molto mediate), dall’altra il mito dell’artista espatriato.

Non voglio però aprire un dibattito su questo tema. Non oggi, almeno.

Piuttosto, ho pensato di dare il via a una nuova mini-rubrica. Una con cui svolgere, quando ne capiterà l’occasione (e ne avrò il tempo), un lavoro un po’ controintuitivo: andiamo a vedere cosa si dice all’estero del fumetto italiano. Se ne parla? E di cosa/chi si parla? E cosa se ne dice?

Mi auguro che perdonerete, a questa rubrica, lo spirito un po’ tecnico (del genere “critici che se la raccontano tra loro”), e la finalità più ‘esemplificativa’ che non ‘cartografica’ (perché non leggo tutto; perché qualcosa sfugge; e perché non tutti i critici o le testate hanno lo stesso valore). Ma spero anche che, nonostante tutto, possa essere una buona occasione per seguire, attraverso i discorsi della stampa e della critica ‘istituzionali’, il cammino culturale del fumetto italiano nel mondo.

In omaggio a una rubrica del settimanale Internazionale, la tag/categoria di riferimento che troverete in questo blog sarà “Fumetti Italieni“. Vi segnalerò alcune significative recensioni (e talvolta altri testi), tra quelle che mi capita di leggere (o che mi vengono segnalate), di opere di autori italiani prodotte o tradotte all’estero.

Primo episodio: il nuovo lavoro di Igort, Les Cahiers Ukrainiens, pubblicato in Francia da Futuropolis:

Ne hanno parlato, fra gli altri:

[Salone del Mobile 2010] Fumetto & Design Museum by Mendini

Finisce, con oggi, la lunga serie serie di post che ho voluto dedicare al Salone del Mobile. Un evento che – come sempre, direi – ha potuto mostrare la ricchezza degli scambi fra i mondi apparentemente distanti del design e del fumetto.

Per concludere questa sorta di esplorazione-reportage, voglio segnalare una delle iniziative culturali principali che hanno caratterizzato la programmazione degli eventi ‘paralleli’ al Salone: la mostra Quali cose siamo, “terza interpretazione” del Triennale Design Museum. Una mostra curata dallo stesso designer da cui ero partito settimana scorsa, aprendo la serie di post: Alessandro Mendini.

Il Triennale Design Museum è una struttura giovane – nata nel 2007 all’interno degli spazi della Triennale di Milano – che non appartiene ai veri e propri Musei Nazionali (avete presente il Museo del Fumetto di Lucca? Ecco: il ragionamento è analogo), ma che svolge funzioni para-museali, attingendo alla preziosa collezione permanente custodita in Triennale. Oltre ad alcune mostre monografiche su specifici temi/autori, ogni anno costruisce una grande mostra tematica sul design italiano, di cui Quali cose siamo è la terza ‘interpretazione’.

A differenza delle due precedenti, la mostra di quest’anno vede una ampia presenza di oggetti e materiali variamente legati al mondo del fumetto. Una scelta che proviene dalla prospettiva curatoriale e dalla cultura di Mendini, designer eclettico – e amante del disegno e del fumetto – che ha scelto una chiave interpretativa particolarmente aperta e inclusiva. Nelle parole con cui il progetto si è presentato:

L’ipotesi curatoriale alla base è che in Italia esista un grande e infinito mondo parallelo a quello del design istituzionale, un design invisibile e non ortodosso. Il punto di osservazione si sposta sulla storia e sulle storie che scaturiscono dai singoli oggetti che, messi uno accanto all’altro, creano una rete di relazioni e rimandi, un paesaggio multiforme capace di provocare squilibri e spiazzamenti, ma ricco di emozione e spettacolarità. Una selezione di opere dei Maestri, di artisti, di giovani designer entra in dialogo con oggetti inaspettati che, di primo acchito, non sembrano “fare sistema” ma, in realtà, non sono quello che sembrano. Se guardati attraverso nuovi punti di vista, mostrano una complessa matrice progettuale, forniscono un’ulteriore, inedita, testimonianza della creatività italiana e contribuiscono a definire in altro modo la nostra identità e l’essenza del design italiano.

Da questa impostazione Mendini ha tratto una selezione davvero eclettica e fuori dagli schemi, che include oggetti del design ‘istituzionale’ e ufficializzato, e altri che appartengono a un’idea che potremmo dire di design diffuso. Dal grembiule da lavoro indossato da Achille Castiglioni al vestito di Totò, dal ritratto di Ettore Sottsass dipinto da Roberto Sambonet alla Lettera 22 – quella usata da Indro Montanelli. E ancora: i Compassi d’oro vinti da Mario Bellini, le camicie di Finollo realizzate per Guglielmo Marconi, le campane italiane, i calcinacci dell’Acquila, le opere di Casorati e Balla, la trafila per fare la pasta, i Gormiti (con sommo disappunto di certi big del design nostrano)…

L’allestimento – minimale al punto da risultare quasi assente – mette al centro gli oggetti. Questi sono esposti senza orpelli, appoggiati a superfici o ‘tavoli’ posti quasi a livello del terreno. L’effetto è quello di un accumulo, magari difficile per il pubblico meno preparato, eppure entusiasmante, in grado di scaraventare i visitatori in un universo di oggetti – splendidi e banali, unici e comuni, intelligenti e stupidi – in grado di indicare quali cose siamo – quali energie, idee, idiosincrasie, metodi, ‘distrazioni’ – anche attraverso il design. Fumetto incluso.

Ed eccoci quindi al punto. La presenza del fumetto è evidente ed esplicita. Sono infatti 10 gli oggetti che, a vario titolo, possiamo ascrivere alla matrice culturale (e industriale) del fumetto. Oggetti editoriali e non, che al fumetto sono riconducibili secondo 4 diverse prospettive: veri e propri fumetti; oggetti ispirati da fumetti; oggetti linguisticamente ‘vicini’ al fumetto; oggetti progettati da autori di fumetto. Non mi dilungo in una lista, e lascio parlare le immagini (con opportune didascalie) qua sotto:

Primo fumetto di Antonio Rubino, realizzato all'età di 6 anni (1886)

Cane del Signor Bonaventura (1925)

Gormiti: prototipi in cera (2005); disegni preparatori (2008); personaggi (2010). Di Gianfranco Enrietto

Codex Serafinianus, di Luigi Serafini (edizione Franco Maria Ricci, 1981)

Spiritelli Gibaryon, Igort (1990), Collezione Alchimia Spiritelli

Carnivora, Massimo Giacon (2010) - intarsio in scagliola

Bertrand, Massimo Iosa Ghini (1987) - miniatura, Memphis

Pablo Echaurren, Este-tica (2001) - Este Ceramiche

Collana "Un sedicesimo", tra cui Federico Maggioni (2008-2010) - Corraini Editore

Fotoromanzi 'Utopia' e 'La lotta per la casa', Gruppo Strum (1972) realizzati per la mostra "Italy: the New Domestic Landscape", MOMA New York

Fotoromanzi, Gruppo Strum (1972) realizzati per la mostra Italy: The New Domestic Landscape, MOMA

Li avete visti. Grandi fumettisti del passato come Antonio Rubino, e autori contemporanei come Igort, Massimo Giacon, Federico Maggioni, impegnati sia nel fumetto che nella realizzazione di oggetti. Ma anche giocattoli, come il cane del Signor Bonaventura di Sergio Tofano, figura di punta del Corriere dei piccoli di inizio Novecento. E poi diversi autori o prodotti ‘tangenziali’ al fumetto, come un oggetto di Massimo Iosa Ghini, architetto e designer già parte del gruppo Valvoline nella “Linus” negli anni ’70; o come i Gormiti del fumettista Gianfranco Enrietto; o i “fotoromanzi d’artista” del Gruppo Strum; una ceramica dell’illustratore-pittore e fumettista Pablo Echaurren. E su tutti (almeno per me) lo splendido Codex Serafinianus, uno degli oggetti editoriali più bizzarri della storia del graphic design italiano – guardatelo e poi ditemi da dove ‘viene’ la post-psichedelia del fumettista Jim Woodring.

Fate un giro a vedere Quali cose siamo: ho la sensazione che, come italiani – e fumettofili – vi riconoscerete.

Per le immagini: grazie a Triennale (Damiano, Marco, Valentina).

E grazie anche ad Alessandro Mendini (che chissà: magari si riesce a realizzare un certo progetto discusso insieme)

Post-BilBOlbul blog post

Un mese dopo Angouleme, torno a scrivere al rientro da un festival. Niente post scritti di getto, questa volta, tra un evento e l’altro. Ma dopo tre giornate trascorse a BilBOlbul (Bologna), ricche di occasioni e incontri interessanti, mi ritaglio almeno lo spazio per qualche (frammentario) commento.

– Rispettando le attese, a BilBOlbul 2010 si sono viste anche quest’anno le migliori mostre italiane dedicate al fumetto. Quelle prodotte nell’ambito di un festival, almeno. Grandi artisti degnamente valorizzati; protagonisti popolari celebrati con cura e brio; giovani talenti ben selezionati; location interessanti; allestimenti stimolanti; percorsi espositivi ragionati e poco didascalici. Le altre manifestazioni fumettistiche italiane non offrono una programmazione paragonabile (d’altro canto Bilbolbul non presenta un modello fieristico: il cuore dell’offerta non sono gli stand ma le mostre) e raramente mostrano la medesima apertura culturale e qualità curatoriale (c’è ancora chi crede che una “bella mostra” sia solo l’esposizione di tavole di un bravo autore). Una conferma, quindi, che colloca l’evento bolognese in linea con le migliori esperienze internazionali dei veri e propri festival culturali di fumetto – (quasi) al passo con il festival “Fumetto” di Lucerna – e che ne marca la distanza dal modello ‘storico’ dei Saloni di tradizione fieristica, Angouleme o Lucca inclusi.

– Gli incontri sono stati, in gran parte, ben più di semplici passerelle. Autentici dibattiti, alcuni. Chiacchierate piene di buone idee, altri. Momenti di spettacolo (perché no?) ben riusciti, qualcuno. Ben altro rispetto a quello sciatto ‘compitino’ cui si riducono gran parte delle presentazioni editoriali in tante occasioni fumettistiche (soprattutto italiane, dannazione). Cercare le persone giuste da affiancare; proporre spunti di discussione interessanti; mescolare esperienze e profili (professionali o culturali) differenti: BilBOlbul ci ha provato e, spesso, c’è pure riuscito.

I reportages dal festival che arriveranno nei prossimi giorni/settimane vi racconteranno cosa è accaduto qua e là. Da parte mia, tra le esperienze interessanti che ho “portato a casa”, mi limito a ricordarne quattro o cinque:

– la discussione Gipi/Bruno/Fofi, e la presentazione del nuovo lavoro di Igort, sono state ricche e interessanti. Dal mio punto di vista i complimenti più sentiti li merita Andrea Bruno, che ha saputo tenere testa a quel chiacchierone di Gipi e al piglio combattivo di Fofi con una dura eleganza, offrendo ai lettori la possibilità di affacciarsi con schiettezza al suo percorso di narratore non riconciliato. La sua forza si è vista e si è sentita. E se la sua visione resta dolorosa e sferzante, fino quasi a infastidire, sentirlo parlare con tono tenace ma sereno mi ha fatto capire quanto il suo lavoro sia sempre più necessario, oggi, per nutrire quella volontà di ‘resistere’ che appartiene a tutti noi, anche nella gelatinosa Italia di questi tempi.

– durante la chiacchierata che ho condotto con Emmanuel Guibert, ho provato qualcosa che non mi era mai capitato prima: seduto al tavolo dei relatori, intervistandolo, ho trattenuto l’emozione. Fatemi spiegare. Raccontando del suo Fotografo, Guibert non ha quasi parlato di sé. Ha raccontato dell’amico Didier Lefèvre, il vero narratore e protagonista. Lo ha fatto con passione, con l’affetto per un amico morto troppo presto, ma soprattutto con allegria e un entusiasmo sereno, sorridendo e scherzando, illuminandosi di continuo. Ha raccontato non tanto le difficoltà della carriera e della vita di quel reporter, ma l’energia che il suo lavoro ha lasciato dietro di sè. Come un etnografo, ha descritto i piccoli dettagli che compongono il puzzle di una vita, e come ne ha seguito le tracce, condividendone alcune esperienze, ricostruendo frammenti di quelle disperse o dimenticate, e infine dedicandosi semplicemente a far circolare la propria testimonianza su di essa. Infine Guibert ci ha fatto bene allo spirito, raccontando l’episodio di un giovane clandestino afghano, arrivato in Francia e ‘salvato’ dal passaparola del libro (grazie a una lettrice bibliotecaria) che lo ha condotto nelle mani di uno dei co-protagonisti della storia – l’ex medico Régis – fino a regalargli una nuova vita da cittadino normale. Non so quanti artisti siano capaci di testimoniare e quasi ‘generare’ questo sincero entusiasmo per la vita sociale, pur attraversando certi drammi e asprezze del mondo. Non so quando mai mi ricapiterà di scriverlo, parlando di fumetto: è la statura di Guibert come uomo, il vero dono dell’incontro di cui sono stato testimone, lettore tra i lettori, domenica mattina. Una statura morale piena e limpida, che passa per i suoi lavori e li rende qualcosa di più di semplici reportage o “racconti di vita” (come direbbe un etnografo), ma occasioni per ricordarci perché stiamo insieme. E a cosa serve. E perché è così dannatamente potente. E difficile. E in fondo splendido.

– l’incontro dedicato ad Antonio Rubino è stato certamente meno importante ed emozionante. Ma per chi come me ha dedicato, negli ultimi due anni, tanto tempo al Corriere dei Piccoli, è stata una bella occasione. Per continuare a parlare di quello straordinario patrimonio culturale, ma in un modo diverso dalle aule universitarie o dagli articoli, giocando – insieme a Fabio Gadducci, Igort e agli eccellenti Tuono Pettinato e Squaz, disegnatori rubiniani dal ‘vivo’ – con un pubblico che all’80% non ne sapeva quasi nulla, e che ci ha seguiti fino alla fine “scoprendo” la forza del grande illustratore sanremese. E poi Daniele Barbieri ha fatto un’azzeccata incursione nel dibattito, offrendo una piccola ma precisa chiave intepretativa sull’ “ossessività”, tipicamente geometrica e rubiniana, degli ottonari del Corrierino. E poi abbiamo regalato tre copie del libro a tre spettatori che hanno davvero giocato con noi (realizzando alcuni testi in rima, su pagine di Rubino cui avevamo levato i testi). E poi abbiamo fatto venti minuti di lezione bellissima, quasi senza rendercene conto. Gadducci ed io ci siamo sentiti a casa, a chiacchierare di un autore importante, bravissimo e dimenticato – ed è stato semplicemente un grande piacere. 

– Liniers è uno di quegli autori che come dire, fan venire voglia di abbracciarlo. Perché non so se avete capito, ma Macanudo in Argentina (e Spagna) sta generando un movimento impressionante, e Liniers è riuscito là dove nessuno prima: nel più antico quotidiano argentino, La Naciòn, organo conservatore legato da sempre ai “poteri forti” dell’establishment militare e cattolico, è riuscito a farsi spazio inserendo il proprio lavoro disordinato e guascone, con un successo impensabile dai tempi di Quino e della sua Mafalda. Per dire: il grande Matt Groening dei Simpsons lo ha contattato e gli ha scritto perché, semplicemente, lo adora. Nella chiacchierata che abbiamo fatto domenica sera alla Feltrinelli ci ha deliziati con la grazia contagiosa di un giocoliere distratto, arrivato a Macanudo un po’ per caso, sempre e solo divertendosi, e sempre tenendosi lontano dal rendere il suo lavoro un’occasione di vanto per primeggiare su chicchessia – lui che è più amato, letto e influente di un Forattini. Che piacere, Ricardo.

– quasi un intero dopo cena l’ho passato con Riccardo Mannelli, che non conoscevo. Un vero piacere, uno spasso, e una bella lezione sul ruolo del disegno (satirico) nel contesto dell’editoria giornalistica odierna. Disinvestimenti e censure inclusi.

Che poi BilBOlbul abbia anche dei limiti è fuori discussione. Perché il Festival perfetto non esiste, nemmeno nel mondo dei folletti di Macanudo. Ne faccio presenti due. Il modello logistico decentrato, per esempio, pone problemi al (scusate il termine) core target della manifestazione, che talvolta pare un po’ abbandonato a sé stesso, privo di veri punti di riferimento che non siano la Sala Borsa. E se un festival costruisce la propria identità anche intorno all’esperienza di un luogo-chiave, come spazio di aggregazione e centro di smistamento per i flussi organizzativi – una bussola e un motore – beh, allora qui bisogna riconoscere una certa fragilità dell’attuale logistica, magari sufficiente per il target periferico (i visitatori occasionali dei singoli eventi) ma che pare dispersivo a quei visitatori che cercano momenti di raccoglimento, pausa o ricarica tra una visita e l’altra.

Un secondo limite è quello relativo alla matrice curatoriale. La logica dominante nella progettazione delle mostre resta infatti quella della ‘monografica d’autore’. Manca in gran parte una logica tematica, certamente più complessa (non fosse che per le difficoltà di mettere insieme mostre collettive) ma di cui si sente sempre più l’esigenza, per esplorare uno scenario articolato come il fumetto seguendo chiavi di lettura trasversali e comparative.

Ma ciò che BilBOlbul sembra sempre più offrire – persino in questa edizione “della crisi”, con qualche mostra e incontri ridotti rispetto al 2009 – una evidente regia culturale. Non solo presentare novità e parlarci sopra, ma fare dialogare e incontrare gente anche sconosciuta tra loro – fumettisti, artisti, critici, editori – provando a mescolare con cura le carte, e non giocando sempre la stessa partita. E’ stato bello vedere incontrarsi direttamente sul palco, o poco prima, persone chiamate a confrontarsi e discutere in pubblico, in barba ai soliti riti di scuderia con cui tanto comicdom tende a (dis)educare il proprio pubblico. E questa sì che è energia positiva. Soprattutto per un festival che vuole crescere di sana e robusta costituzione.

[Angouleme 2010] La mostra 100 x 100

Ultimo (lungo) post di una (lunga) serie dedicata alla 37a edizione del festival di Angouleme. Last, but not least, qualche parola sulla mostra Cent pour Cent.

Una mostra collettiva piuttosto ambiziosa, che ha caratterizzato la proposta culturale del festival di quest’anno, al pari della (eccellente) personale dedicata a Blutch, Presidente del Jury 2010. L’idea: 100 tavole realizzate da 100 protagonisti del fumetto contemporaneo, chiamati a reinterpretare 100 opere custodite nella collezione permanente del Museo.

La mostra è stata pensata come una sorta di ‘manifesto’ del Museo del Fumetto di Angouleme, a sostegno delle iniziative per il recente lancio della sua nuova sede, fra cui una serata di pre-inaugurazione del festival che si è distinta per la proposta di uno spettacolo di danza contemporanea ispirato al fumetto.

La lista completa degli autori – una specie di who’s who del graphic novel (e non solo) internazionale, con qualche eccezione – la trovate qui.

Lorenzo Mattotti

Come curatore sono stato invitato dal Museo ad occuparmi della selezione di autori italiani (eccetto Mattotti, chiamato direttamente dal Museo per realizzare l’affiche che avete visto più sopra). Insieme ai curatori Jean-Philippe Martin e Pili Munoz, ho lavorato in un gruppo eterogeneo e cosmopolita costituito da critici provenienti da Spagna, Giappone, Portogallo, Cina, Gran Bretagna, Croazia, Corea. Il lavoro e lo scambio che ne sono nati credo abbia aiutato – nei pregi e nei limiti – quello che a oggi è il più articolato evento curatoriale internazionale mai realizzato nell’ambito dei comics, grazie al ruolo pivot della Cité de la BD. Un progetto interessante non solo per l’opportunità che mi ha dato di presentare al pubblico internazionale un certo gruppo di autori italiani di grande valore. Ma anche perché mi ha permesso di riflettere non tanto sui modelli (evidenti o impliciti, consapevoli o meno) quanto sulle logiche di ‘riscrittura’. Perché reinterpretare è anche autodefinirsi, inserirsi in una rete di riferimenti è anche svelarsi, e ‘omaggiare’ un modello è, in fondo, un modo potente per riflettere sulla propria pratica artistica.

Semplifico un tot. Ma credo di avere osservato quattro strategie differenti incrociarsi tra queste tavole. Una più filologica, in cui il modello è trattato secondo una logica di intervento ‘riproduttivo’: il ‘senso’ di quella tavola è tutto “lì”, quasi autoevidente, definitivo, cui l’autore offre se stesso come una sorta di cosciente reincarnazione (il caso di Ghermandi).

Francesca Ghermandi

Una seconda strategia mi è parsa genealogica, e qui il ‘rispetto’ è testimoniato su un piano meno evidente, diciamo più ampiamente “culturale”: il sentimento di appartenenza – pur nella differenza di stili – ad una medesima famiglia di percorsi artistici cui si riconosce una specifica primogenitura, e che passa attraverso dettagli o aspetti apparentemente secondari, illuminati dallo sguardo dell’autore che se ne è appropriato (guardate Bacilieri e Corona). Una terza strategia potremmo chiamarla plastica: il modello si fa risorsa operativa, e il suo senso diventa fornire una specie di cassetta degli attrezzi simbolici per l’espressione dei propri stilemi (Mattotti, Nanni, Barbucci).

Infine una strategia concettuale, in cui il modello è radicalmente trasformato per dare vita ad una riflessione di natura speculativa, sul proprio lavoro o sul linguaggio stesso. (Un esempio? Guardate cosa ha fatto Scott McCloud a partire da Ernie Bushmiller).

Igort e Leila Marzocchi

Mi pare che gli italiani – stando a questo pur discutibile schema – si siano rivelati attenti soprattutto al piano plastico. Non troppo archeologi, di moderata curiosità antropologica, ma molto attenti alla dimensione formale (pur senza premere per una speculazione formalista). Molto italiani, direi.

Davide Toffolo

E ora al sodo: le tavole. Qui trovate quelle dei soli artisti selezionati. Sul prossimo Animals, un ampio reportage – inclusi i “modelli”.

Non esistesse google, avremmo anche potuto giocare a “indovina il modello di partenza”. C’è comunque qualche caso non facilissimo… Ok, primo (e ultimo) blogquiz: chi indovina autore e opera (per le strips basta il titolo: non sono così perfido) del ‘modello’ di ciascuna di queste tavole vince… Intanto iniziate. Poi vediamo. Rien ne va plus.

Giorgio Cavazzano

Gabriella Giandelli

Alessandro Barbucci

Marco Corona

Giacomo Nanni

Sergio Toppi

Paolo Bacilieri

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