L’artigiano del pop. Chaykin secondo Chabon

In questa strana, lunga/corta estate, punteggiata di strane letture – incluse due splendide scoperte Off Topic: Paul Collins e Gilles Clément – sono tornato, come qualche estate fa, a Michael Chabon. Questa volta leggendo una raccolta di 16 saggi, Mappe e leggende (Indiana Editore) apparsi qua e là, e dedicati a vari oggetti narrativi: romanzi, racconti, mappe. E fumetti, naturalmente.

Mappe-e-leggende-Chabon

Il talento da autentico affabulatore moderno di Chabon è arcinoto. Per quanto suoni peregrino – e in fondo lo è – da qualche tempo mi trovo a pensare a Neil Gaiman e Chabon come a due facce della stessa medaglia: più dolcemente materialista Chabon, più cinicamente sognatore Gaiman. Ma se la fumettofilìa di Chabon è pure anch’essa cosa nota, quel che mi sorprende sempre di più è osservare come essa, a differenza di altri grandi scrittori fumettòfili della sua generazione – Rick Moody e Jonathan Lethem in primis – si alimenti, letterariamente parlando, di ben altro dall’identità generazionale su cui hanno pur splendidamente lavorato tanti blasonati colleghi. Per certi versi (rigorosamente fumettologici), Chabon mi pare più vicino a Geoff Dyer o Dave Eggers che non ai (forse più ammirevoli) Moody e Lethem: un affabulatore ma anche un appassionato analista e designer della narrazione che guarda al fumetto, al contempo, come campo di strategie di storytelling e territorio di immaginari densi ed emblematici.

Anche per questo, forse, Chabon mi pare vicino a Gaiman, da sempre abile agitatore e analista (sebbene spesso ridotto a professionista dell’endorsement da 4a di copertina) del fumetto sia storico che contemporaneo. E proprio per questo Mappe e leggende è una eccellente lettura per chi cerca, al di là della firma, uno sguardo sul fumetto fondato sulla competenza e, insieme, sul voler condurre per mano in una passeggiata tra le forme e i simboli dell’immaginazione narrativa.

In questa raccolta, quattro testi sono dedicati interamente al fumetto: uno su Eisner (pubblicato peraltro anche qua), uno più in generale, e due dedicati a opere specifiche, Julius Knipl di Ben Katchor e American Flagg! di Howard Chaykin.

Quest’ultimo, in particolare, mi è parso sia molto piacevole – come ogni buona affabulazione sa e deve essere – che lievemente sorprendente. Perché dimostra la triplice lucidità dello sguardo fumettologico di Chabon: la conoscenza storica che gli consente di collocare brillantemente un’opera nella genealogia del fumetto americano; la sensibilità con cui mette a fuoco gli elementi chiave del ricco bagaglio simbolico della bizzarra immaginazione distopica di Chaykin; la precisione con cui individua i tratti essenziali dello storytelling grafico – o, se volete, dello stile di disegno – del fumettista.

Chaykin non è un autore di secondo piano, anzi. Per quanto si ostini sugli stereotipi pulp, talvolta persino con cinismo, talatra con disprezzo, a Chaykin va riconosciuto di essere sì un fumettista come tanti, ma tra coloro che – in qualche caso – sono riusciti a raggiungere un equilibrio raro. L’equilibrio di colui che, nel suo testo, Chabon descrive come esemplare “artigiano del pop”, in un elogio di Howard Chaykin sentito, denso e convincente, di cui un piccolo estratto credo proprio valga la pena mettere qui:

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Il ritornello assassino. American Flagg! di Howard Chaykin

di Michael Chabon

In un mezzo espressivo popolare che ha bisogno di etichettare chiunque come un mediocre scribacchino o uno sfavillante genio – come il mondo dell’arte fumettistica – Howard Chaykin è qualcosa di diverso: un mastro, un artigiano del pop.

Con questo non intendo dire che Chaykin si impegni di più o che sia più meticoloso nel disegno, anche se le tavole e i layout sono testimoni di questa meticolosità (come molti artigiani, lavora in effetti piuttosto rapidamente). Né intendo soltanto che egli porti sulla pagina a fumetti una maggiore bravura tecnica (anche se in fatto di progettazione della pagina, disposizione delle tavole, controllo del tratto e resa di corpi, volti, vestiti, strade, mobili e interni, la sua bravura non ha pari). Alcuni sfavillanti geni della pagina a fumetti, dopotutto, sono stati anche disegnatori tecnici (*); e una delle cose migliori dei media popolari è che, entro i confini delimitati dal capitale e dal calendario, a volte uno scribacchino può, quasi per sbaglio, produrre qualcosa di indimenticabile, sognante o splendido. Ciò di cui parlo è una sorta di numero di equilibrismo, dei più difficili. In modo meticoloso, con impegno, senza ostentare le proprie abilità ma facendovi piuttosto affidamento, l’artigiano del pop si tiene in bilico su un fulcro sottile, fra l`etica austera e mercantile dello sgobbone e l’impulso dell’artista a scoprire un motivo nel guazzabuglio dei fatti del mondo o a trarne un significato. Come quei ragazzi ebrei del dopoguerra sull’East Coast – Barry Levinson e Paul Simon – Chaykin, uomo dotato tanto di un’intelligenza mercuriale quanto di un incontenibile senso per i giochi di parole – e a quanto pare di furore e umorismo in egual misura – ha trascorso quasi tutta la sua carriera alla ricerca di quel difficile equilibrio, e a volte lo ha trovato.

L’artigiano del pop opera entro formule consolidate – film di gangster, singoli radiofonici di successo, opere spaziali – e poi incorpora nello stile, nella maniera e nel tono dell’opera piccoli frammenti tratti da tutti i momenti estetici dei quali si è innamorato in altri film o canzoni o romanzi, che si tratti di robaccia o di prodotti geniali (senza curarsi, e a volte senza consapevolezza, di una qualsiasi differenza fra le due): il bridge di una canzone dei Moonglows, l’angolazione di una ripresa di James Wong Howe, una cannonata di Sabatini, un assolo di Stan Getz, la scena clou di L’uomo disintegrato, una locomotiva progettata da Raymond Loewy, uno sketch di Shecky Green. Quando funziona, si ottiene non una collezione di riferimenti, citazioni, allusioni e scopiazzature, ma qualcosa di intero e uniforme, nuovo e insieme familiare: un documento della coscienza intenta a innamorarsi proprio di quei momenti. È quella coscienza filtrante, unita alla capacità fisica (o qualunque cosa sia) di suonare e basta – o cantare, scrivere, disegnare – che trasforma i frammenti, i relitti e i pezzi familiari in qualcosa di originale e inaudito. Se tutto questo suona come una descrizione di quel che dovrebbero combinare gli sfavillanti geni, ecco una distinzione: l’artigiano del pop spera sempre che, alla fine, gli esca fuori un cazzo di capolavoro. È ossessionato da una visione di perfezione pop: una bellezza struggente che muove le truppe. La cosa più simile alla realizzazione di questa visione mai prodotta da Howard Chaykin – anche se vi si è awicinato molte volte – probabilmente è ancora American Flagg!.  […]

Temo di aver dato l”impressione che leggere American Flagg! Sia un’impresa scoraggiante, se non addirittura tremenda. In realtà, fin dalla prima tavola la striscia, a distanza di quasi venticinque anni, rimane del tutto entusiasmante. La ragione di ciò è in parte il virtuosismo dimostrato da Chaykin, con una certa allegria da teppistello di Brooklyn, nello stravolgere completamente il mazzo di layout classici della pagina che gli artisti del fumetto mescolavano e rimescolavano da anni. Chaykin giocava, in modo abbagliante, con l’effetto che si potrebbe ottenere da una manciata soltanto di tavole quadrate più piccole disposte sopra una grande tavola a tutta pagina, in cui accada qualcosa di esagerato e violento. Tutti quei magnifici tratti in stile Caniff che infiorettano una manica di pizzo, danno un luccichio alla visiera di un berretto di cuoio, gettano in aria un fiotto di sangue, tutta quella sontuosa, disinvolta bellezza tappezzata di gag ebraiche, insegne al neon, chiacchiere fra teste parlanti, osservazioni da duri, annotazioni scientifiche! Se l’opera di Chaykin viene dritta dalla tradizione del fumetto che si compiace del proprio fascino – una tradizione che comprende grandi come Alex Raymond, Mac Raboy, ]im Steranko, Barry Windsor-Smith e Neal Adams – essa è forse unica in quanto deriva, in modo meno evidente, anche da un’altra veneranda tradizione che va da E.C. Segar ad Al Capp, a Kurtzman, a quelli di «Mad» e a Kyle Baker: la tradizione del gioco di parole beffardo, del commento sarcastico, della caricatura e del bisogno irrefrenabile, compulsivo e a volte rischioso di sminuire più o meno qualunque cosa, ma soprattutto il fumetto che si compiace del proprio fascino.

L’espressione caratteristica dei volti di Chaykin è il sopracciglio alzato: ironia, scetticismo, burloneria, una furia da satiro. Nella sua opera, sui volti dei suoi personaggi, il sopracciglio alzato assume una forza iconica. È una combinazione di punteggiatura, il tratto che indica il flettersi di un muscolo, e del genere di onda o increspatura che i vignettisti usano per suggerire il movimento, l’esplosione, la velocità o lo shock. Non ho mai visto una foto pubblicata di Chaykin in cui lui stesso non lo esibisca. […]

 * Il genio può cavarsela, e addirittura prosperare, anche con un’attrezzatura artistica limitata.

 

Captain Video, Satellite Sam, e la retromania nel fumetto (pop)

Uno dei grandi filoni dell’immaginario del decennio è ciò che Simon Reynolds ha chiamato retromania. Un fenomeno visibile nella musica, nel design, in un successo televisivo come Mad Men – e anche nel fumetto (lo stesso Reynolds porta giustamente l’esempio di Daniel Clowes).

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Un caso fumettistico fresco di stampa è Satellite Sam, nuova serie di Matt Fraction e Howard Chaykin. Rispetto a Mad Men, l’ambientazione è più Fifties che Sixties, e il campo d’azione è più propriamente televisivo che genericamente pubblicitario. Ma come la serie tv di Matthew Weiner, racconta la macchina dell’industria culturale contemporanea negli anni della sua ascesa ‘sistemica’, ovvero nel periodo in cui stava diventando l’ambito decisivo per la costruzione degli stili, dei valori e della fantasia dei nostri genitori/nonni (e quindi un po’ anche nostri).

Satellite-Sam-01-004Il vero punto comune tra Mad Men e Satellite Sam mi pare soprattutto questo: il loro sottolineare come l’ingenuità (se non “innocenza”) che tendiamo abitualmente ad attribuire a quei decenni, nella realtà, non sia stata tale. Due serie che lavorano sull'”invenzione della tradizione” del nostro panorama di brand, prodotti, professioni, stili di vita, ricordandoci come esso sia stato modellato da dinamiche e motivazioni – le vite dei protagonisti, le azioni delle aziende e delle istituzioni, le condizioni tecniche e organizzative – nate e gestite seguendo percorsi tutt’altro che ingenui. Tra conquiste e menzogne, slanci e paure, dietro all’ingenuità si nascondeva la complessità; dietro alla semplicità si celava il potere; dietro al gusto c’erano modelli sociali in conflitto e in trasformazione.

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Satellite Sam declina questo mix di retromania e archeologia dei media in modo specifico: narra l’epoca “pionieristica” della tv americana. Al centro, un network tv in ascesa, e le persone implicate nella realizzazione del suo show di punta: la serie di fantascienza Satellite Sam. Nel primo episodio, il protagonista dello show non arriva in tempo sul set per girare la sua parte; verrà trovato morto dal figlio, e per i prossimi episodi si prospetta grosso modo una detective story, alla ricerca delle ragioni dietro questa misteriosa morte.

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Ma il bello di questa serie non mi pare tanto l’elemento noir, quanto il contorno – documentale, diciamo – e il mix complessivo.

Da un lato, l’archeologia televisiva esplorata da Fraction e Chaykin è uno spasso. I due riportano alla luce in primo luogo un frammento semidimenticato delle origini della produzione di fiction seriale per la tv. Il modello di Satellite Sam (inteso come show tv) è infatti un telefilm datato 1949, Captain Video and his video rangers. Un prodotto che, per i nostri standard odierni, pare realizzato in maniera incredibilmente approssimativa (per quanto, fra gli sceneggiatori degli episodi: Damon Knight, James Blish, Jack Vance, Arthur C. Clarke, Isaac Asimov, Robert Sheckley, …). Se nella realtà il network era DuMont, nel fumetto diventa LeMonde; ma il contesto televisivo dell’epoca c’è tutto, con riferimenti all’ingombrante David Sarnoff e alle battaglie – all’epoca più tecnico-tecnologiche che di contenuto – per la conquista di posizioni sul nascente mercato tv.

dal set di Captain Video

dal set di Captain Video

Dall’altro, ci sono poi il gusto e la consapevolezza tutta contemporanea degli autori. Che significa almeno due cose. Una è il gusto di Chaykin per la crudezza verbale (parolacce convinte, sbraitate, vomitate addosso), il cinismo come tratto diffuso, la morte, ambienti sociali torbidi, il sesso (con feticcio: la bravura e precisione di Chaykin nel disegnare biancheria intima e uniformi è ormai leggendaria) e le sue perversioni più estreme (l’attore protagonista dello show tv viene trovato morto in un stanza d’hotel cosparsa da indizi di giochi erotici). L’altro è il remix di riferimenti di Fraction e Chaykin, che unisce ai materiali dell’epoca riletture più recenti (pre- Mad Men) come la bizzarra serie tv di David Lynch e Mark Frost On the Air, o la storia delle foto osé del padre trovate dall’architetto italiano Carlo Mollino. Il risultato sintetico di questo mix è nel claim truce/pop della serie, “Sex. Death. Live tv“.

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Certo, rispetto a Mad Men la pur buona Satellite Sam è debole, schiacciata com’è dalle debordanti idiosincrasie di Chaykin e Fraction e dall’assenza di una dimensione autenticamente epica. Là dove Mad Men riesce a disegnare un’epopea, Satellite Sam si limita infatti a una curiosa esplorazione. Ma appunto la curiosità c’è. Ed è per questo che vale la pena leggere questo fumetto insieme al suo tumblr d’accompagnamento, vero (e riuscito) timone per orientarsi in una retromania senza alcun dubbio personale e stimolante.

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Le ‘origini’ della serie, qui.

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