Xenofobia: l’editoriale di Gianfranco Enrietto

Per Gianfranco Enrietto, creatore grafico dei Gormiti:

XENOFOBOX è il terrore degli xenofobi, potrebbe colpirli con un fendente di Kebab o atterrirli con il suo possente tappeto persiano, se poi le cose si mettono male può sempre chiamare rinforzi con il suo “piede-phone-center” o fuggire sul suo velocissimo carrellino.

Ci salveranno i Gormiti antirazzisti?

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[Salone del Mobile 2010] Fumetto & Design Museum by Mendini

Finisce, con oggi, la lunga serie serie di post che ho voluto dedicare al Salone del Mobile. Un evento che – come sempre, direi – ha potuto mostrare la ricchezza degli scambi fra i mondi apparentemente distanti del design e del fumetto.

Per concludere questa sorta di esplorazione-reportage, voglio segnalare una delle iniziative culturali principali che hanno caratterizzato la programmazione degli eventi ‘paralleli’ al Salone: la mostra Quali cose siamo, “terza interpretazione” del Triennale Design Museum. Una mostra curata dallo stesso designer da cui ero partito settimana scorsa, aprendo la serie di post: Alessandro Mendini.

Il Triennale Design Museum è una struttura giovane – nata nel 2007 all’interno degli spazi della Triennale di Milano – che non appartiene ai veri e propri Musei Nazionali (avete presente il Museo del Fumetto di Lucca? Ecco: il ragionamento è analogo), ma che svolge funzioni para-museali, attingendo alla preziosa collezione permanente custodita in Triennale. Oltre ad alcune mostre monografiche su specifici temi/autori, ogni anno costruisce una grande mostra tematica sul design italiano, di cui Quali cose siamo è la terza ‘interpretazione’.

A differenza delle due precedenti, la mostra di quest’anno vede una ampia presenza di oggetti e materiali variamente legati al mondo del fumetto. Una scelta che proviene dalla prospettiva curatoriale e dalla cultura di Mendini, designer eclettico – e amante del disegno e del fumetto – che ha scelto una chiave interpretativa particolarmente aperta e inclusiva. Nelle parole con cui il progetto si è presentato:

L’ipotesi curatoriale alla base è che in Italia esista un grande e infinito mondo parallelo a quello del design istituzionale, un design invisibile e non ortodosso. Il punto di osservazione si sposta sulla storia e sulle storie che scaturiscono dai singoli oggetti che, messi uno accanto all’altro, creano una rete di relazioni e rimandi, un paesaggio multiforme capace di provocare squilibri e spiazzamenti, ma ricco di emozione e spettacolarità. Una selezione di opere dei Maestri, di artisti, di giovani designer entra in dialogo con oggetti inaspettati che, di primo acchito, non sembrano “fare sistema” ma, in realtà, non sono quello che sembrano. Se guardati attraverso nuovi punti di vista, mostrano una complessa matrice progettuale, forniscono un’ulteriore, inedita, testimonianza della creatività italiana e contribuiscono a definire in altro modo la nostra identità e l’essenza del design italiano.

Da questa impostazione Mendini ha tratto una selezione davvero eclettica e fuori dagli schemi, che include oggetti del design ‘istituzionale’ e ufficializzato, e altri che appartengono a un’idea che potremmo dire di design diffuso. Dal grembiule da lavoro indossato da Achille Castiglioni al vestito di Totò, dal ritratto di Ettore Sottsass dipinto da Roberto Sambonet alla Lettera 22 – quella usata da Indro Montanelli. E ancora: i Compassi d’oro vinti da Mario Bellini, le camicie di Finollo realizzate per Guglielmo Marconi, le campane italiane, i calcinacci dell’Acquila, le opere di Casorati e Balla, la trafila per fare la pasta, i Gormiti (con sommo disappunto di certi big del design nostrano)…

L’allestimento – minimale al punto da risultare quasi assente – mette al centro gli oggetti. Questi sono esposti senza orpelli, appoggiati a superfici o ‘tavoli’ posti quasi a livello del terreno. L’effetto è quello di un accumulo, magari difficile per il pubblico meno preparato, eppure entusiasmante, in grado di scaraventare i visitatori in un universo di oggetti – splendidi e banali, unici e comuni, intelligenti e stupidi – in grado di indicare quali cose siamo – quali energie, idee, idiosincrasie, metodi, ‘distrazioni’ – anche attraverso il design. Fumetto incluso.

Ed eccoci quindi al punto. La presenza del fumetto è evidente ed esplicita. Sono infatti 10 gli oggetti che, a vario titolo, possiamo ascrivere alla matrice culturale (e industriale) del fumetto. Oggetti editoriali e non, che al fumetto sono riconducibili secondo 4 diverse prospettive: veri e propri fumetti; oggetti ispirati da fumetti; oggetti linguisticamente ‘vicini’ al fumetto; oggetti progettati da autori di fumetto. Non mi dilungo in una lista, e lascio parlare le immagini (con opportune didascalie) qua sotto:

Primo fumetto di Antonio Rubino, realizzato all'età di 6 anni (1886)

Cane del Signor Bonaventura (1925)

Gormiti: prototipi in cera (2005); disegni preparatori (2008); personaggi (2010). Di Gianfranco Enrietto

Codex Serafinianus, di Luigi Serafini (edizione Franco Maria Ricci, 1981)

Spiritelli Gibaryon, Igort (1990), Collezione Alchimia Spiritelli

Carnivora, Massimo Giacon (2010) - intarsio in scagliola

Bertrand, Massimo Iosa Ghini (1987) - miniatura, Memphis

Pablo Echaurren, Este-tica (2001) - Este Ceramiche

Collana "Un sedicesimo", tra cui Federico Maggioni (2008-2010) - Corraini Editore

Fotoromanzi 'Utopia' e 'La lotta per la casa', Gruppo Strum (1972) realizzati per la mostra "Italy: the New Domestic Landscape", MOMA New York

Fotoromanzi, Gruppo Strum (1972) realizzati per la mostra Italy: The New Domestic Landscape, MOMA

Li avete visti. Grandi fumettisti del passato come Antonio Rubino, e autori contemporanei come Igort, Massimo Giacon, Federico Maggioni, impegnati sia nel fumetto che nella realizzazione di oggetti. Ma anche giocattoli, come il cane del Signor Bonaventura di Sergio Tofano, figura di punta del Corriere dei piccoli di inizio Novecento. E poi diversi autori o prodotti ‘tangenziali’ al fumetto, come un oggetto di Massimo Iosa Ghini, architetto e designer già parte del gruppo Valvoline nella “Linus” negli anni ’70; o come i Gormiti del fumettista Gianfranco Enrietto; o i “fotoromanzi d’artista” del Gruppo Strum; una ceramica dell’illustratore-pittore e fumettista Pablo Echaurren. E su tutti (almeno per me) lo splendido Codex Serafinianus, uno degli oggetti editoriali più bizzarri della storia del graphic design italiano – guardatelo e poi ditemi da dove ‘viene’ la post-psichedelia del fumettista Jim Woodring.

Fate un giro a vedere Quali cose siamo: ho la sensazione che, come italiani – e fumettofili – vi riconoscerete.

Per le immagini: grazie a Triennale (Damiano, Marco, Valentina).

E grazie anche ad Alessandro Mendini (che chissà: magari si riesce a realizzare un certo progetto discusso insieme)

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