Il solito problema: recensire fumetti (mytici)

Qualche giorno fa ha debuttato, in allegato al Corriere, una delle novità fumettistiche più attese degli ultimi mesi: Mytico!

L’attesa era naturalmente per la novità del contesto produttivo: che il primo quotidiano italiano, editore (c’era una volta…) del settimanale più importante nella storia fumettistica nazionale, si decidesse fare il passo dal puro licensing alla produzione, è già in sé una notizia. Una di quelle che, prima ancora di entrare nel merito del prodotto, meritano certamente attenzione.

Registro che la prima reazione da parte di chi abitualmente segue e commenta questo genere di prodotti (la “stampa specializzata”, diciamo) non è stata troppo positiva: mixed feelings, direi. A voi la misurazione in Rotten Tomatoes:

  • Un “buon fumetto popolare senza pretese” (Mangaforever)
  • una “scommessa vinta” con qualche distinguo sulla lingua (Comicus)
  • un “buon punto di partenza” (House of mystery)
  • un’inappellabile e stroncante “fallisce il suo obiettivo fin dall’ideazione” (Conversazionisulfumetto)
  • e un “senza dubbio coraggiosa – malgrado i miei dubbi” (Mangaforever).

Nel complesso, per quanto può valere un’approssimazione del genere – e ad oggi – sembra di vedere una canonica ‘sufficienza risicata’ (nei voti di Mangaforever: 6 e 6,5).

E comunque, vorrei parlare d’altro. O meglio vorrei per un momento lasciare da parte il giudizio di merito sul prodotto (pessimo? so-and-so? buono?). E occuparmi delle reazioni stesse. Perché quel che mi ha più sorpreso nel ‘caso’ Mytico, finora, è stata la scarsa qualità non tanto del prodotto, ma delle sue recensioni.

La più banale delle premesse: non ne faccio una questione né personale (gli estensori delle recensioni) né di testata. Ma il contenuto di molte fra quelle recensioni mi è parso così sorprendentemente privo di argomenti, da renderlo un caso su cui spendere qualche parola. Perché Mytico! sembra essere stato, almeno finora, un catalizzatore – ‘epico’? – della sciatteria dilagante nella critica fumettistica (online) italiana.

Per privo di argomenti mi riferisco ad alcuni passaggi, per esempio, di questa recensione:

ha una forte carica sperimentale che lo rende interessante, tuttavia il risultato finale non appaga completamente il lettore.

“Carica sperimentale”. Da lettore, di fronte a questa affermazione, drizzo le antenne, e mi dispongo ad ascoltare. Per capire. Perché sapere che Mytico – non l’ho ancora letto: dovrei? – abbia una forte carica sperimentale può darmi una ragione per acquistarlo o, semplicemente, può essere la premessa a un discorso da seguire, un ragionamento con cui confrontare le mie aspettative, le mie idee. Mi dispongo ad ascoltare, eppure – eppure il testo non mi segue. Non mi vuole aiutare. Quali informazioni, quali frasi, quali parole dedica la recensione per indicarmi – farmi ‘capire’ – che siamo di fronte a un caso sperimentale? Nessuna. L'”idea di sovrapporre mitologia e comics”, frase seguente della recensione, che mette così sul piatto un altro tema degno di ascolto, “è una scelta che rende il prodotto appetibile per un pubblico giovanile”. Certamente: questi ‘eroi mitologici’ sono rivolti a bambini/ragazzi. Bene, è un fatto. Non del tutto nuovo, a voler dire bene, ma un fatto. La domanda iniziale, nel frattempo, rimane aperta: la “sperimentazione”, invece, in cosa consisterebbe? Forse lo sapremo un’altra volta. O da altri testi. Forse. Chissà.

dinamica sceneggiatura di Ascari che, da un lato, ha il merito di non annoiare

Posto che siamo di fronte a un fumetto d’azione (è il suo contenuto principe), parlare di sceneggiatura è passare dai contenuti alla tecnica/stile di scrittura. Per chi legge una recensione su una testata specializzata, un ottimo tema, in grado di soddisfare le aspettative di chi dalla ‘specializzazione’ si attende come è ovvio una discussione più ‘tecnica’, approfondita, con dettagli o ‘retroscena’ inappropriati sulla stampa generalista – per ‘specialisti’ che vogliono, appunto “qualcosa di più”. E qui, posto che sia legittimo distinguere fra stili statici e stili dinamici, piacerebbe sapere a cosa si riferisce questo giudizio sul ‘dinamismo’: ritmo? cambi di scena? inquadrature? La domanda rimane aperta: in cosa consiste una sceneggiatura “dinamica”? Forse lo sapremo un’altra volta.

Buona la prova grafica di Riccadonna che dimostra, tra l’altro, una certa originalità nella composizione delle pagine.

Innanzitutto un mistero: quel “tra l’altro”. Se oltre al layout c’è dell’altro, di cosa si tratta? E perché lasciarlo nel non detto? Il punto cruciale della valutazione sulla componente visiva, poi, è un’altra non-argomentazione: “composizione originale”. Perché da lettore mi aspetterei che le parole seguenti fossero destinate a questo, ovvero a fare capire anche a me le ragioni per cui qualcuno (il recensore, o io) potrebbe parlare di ‘originalità’. Ma anche qui il testo si ferma, non offre alcun elemento, e a chi legge non è dato capire se si tratti di un’originalità generale e assoluta (su cui parrebbe ovvio dubitare, col risultato di squalificare la recensione: enfasi fuori dalla realtà), o piuttosto di un’originalità rispetto a qualche termine di paragone. Peraltro inespresso. Altra domanda senza risposta: in cosa consiste questa “originalità compositiva”?

In un’altra recensione, un brano recita:

è evidente che l’autore intende essere il più popolare possibile (e non è un male) ma i testi mi paiono troppo semplici e la trama esile e avrei preferito maggiore profondità ma dopotutto questa iniziativa è rivolta ad un pubblico pre-adolescenziale.

Questa “evidente volontà di essere popolare” è un argomento che, di evidente, ha la tautologia. Come Tex Diabolik Topolino, questo è un fumetto popolare. Non è un’opera di avanguardia, o di ricerca. Lo sappiamo: è il Corriere. Dunque cosa vorrebbe dirci quell’ “essere più popolari possibili”? ‘Più possibile’ di cosa? E l’argomentazione si risolve in un avvitamento logico: essendo il target preadolescenziale… un autore non può che essere ‘troppo semplice’ e produrre ‘trama esile’; essendo il target preadolescenziale … un autore può voler essere più popolare (che è un bene), ma alla fine mica basta. Tradotto – con fatica – potrebbe suonare così: un fumetto popolare per ragazzini, “dopotutto”, non permette quel che qui si contesta. Una sciocchezza risibile, naturalmente, ma che si fonda su un’equazione tanto stereotipata quanto preoccupante, se praticata da chi “scrive di fumetto”: volenti o nolenti, fumetto popolare per bimbi = scarsa qualità. Un “dopotutto” che posso aspettarmi da sir Harold Bloom o da un professore di greco del liceo, ma che qui – la stampa specializzata, ovvero il bacino potenziale del migliore know-how – fa francamente impressione.

Il disegnatore fa un buon lavoro, riuscendo a caratterizzare visivamente ogni personaggio

Un disegnatore che riesce a caratterizzare visivamente i personaggi. Chi l’avrebbe mai detto. Una rarità, considerato quanti disegnatori non lo facciano, usando abitualmente stampini per riprodurre le medesime fattezze in più vignette possibile. O forse si voleva alludere ad altro: tutti i disegnatori sanno caratterizzare personaggi, ma questi sono stati particolarmente bravi. Queste caratterizzazioni hanno elementi di particolare valore, voleva dire: sono particolarmente ‘riuscite’. E questo potrebbe anche essere. E da lettore, mi dispongo ad ascoltare. Senza ottenere risposta, tuttavia: costoro sì che sanno caratterizzare… ma non si fa (sa) dire il perché. Altra domanda senza risposta: quali sarebbero gli aspetti di particolare cura o efficacia?

Insomma, mi fermo qui.

Peraltro scusandomi, per la pedanteria inevitabile di una simile discussione. Rimane però la sensazione, sconfortante, che queste recensioni dicano poco, o niente, del fumetto in questione. E che questo caso meriti almeno un poco di indignazione, come il mio post cerca di rappresentare. In modo un po’ piagnino, lo ammetto: mi perdonerete, ma così accade quando lo sconforto scocca intorno a casi che coinvolgono professionisti che stimo, e su tutti i fronti (il prodotto; le testate di queste recensioni; e la schiera di chi, giornalisti autori editori, va lamentandosi – chi in pubblico chi in privato – dell’uno come delle altre).

Vorrei allora ribadire una banalità.

Non c’è un modo di scrivere rencensioni, anzi. Anche in 500 battute. Ma ciò a cui servono è offrire informazioni (per presentare l’opera) e argomenti (per capirla/spiegarla/commentarla) – e qui ci sono informazioni, ma non argomenti.

Gli stessi autori e editori di fumetto popolare, sono tra le vittime di questa sciatteria. Perché se è vero che il “purché se ne parli” è un principio importante, la pochezza degli argomenti è una magra consolazione. Se una misura del riconoscimento e della crescita professionale, da sempre e in ogni campo, sono i discorsi che ne fanno i pubblici – indifferenziati (i lettori) o qualificati (la critica e i ‘pari’) – gli autori più motivati e consapevoli sono i primi a sentirsi sviliti dalla pochezza degli argomenti portati a loro favore (ma anche a disfavore): capire cosa si è fatto dalle opinioni altrui è normale, utile, proficuo. Ma se quel che si riceve è poco o nulla, coperto da una coltre di banalità e interesse fermo alla superficie (o, peggio, venato di adulazione), sono autori ed editori stessi a uscirne demotivati. Depauperati del valore – percepito o reale che sia – del proprio contributo.

A meno che… queste non siano altro. Non recensioni. E forse è proprio così: non sono recensioni, perché i loro testi promettono ma non mantengono l’obiettivo di discutere nel merito il prodotto. Sono altro. Segnalazioni, ‘brevisioni’ come le etichetta con accortezza uno di questi siti. Ma allora la domanda è duplice: 1) perché ostinarsi a chiamarle recensioni? e 2) cosa aggiungono, queste forme giornalistiche, ai lanci stampa?

Una sommaria risposta alla domanda 1) è che, nella prassi di chi progetta questi testi, c’è una “retorica della recensione” senza la recensione medesima. Una sorta di apirazione alla recensione. Ma senza il metodo, il mestiere, le “regolette”. E’ quello che in modo un po’ pomposo potremmo chiamare il “lato oscuro del fandom”. Ovvero quei casi in cui, per svolgere la propria (sana, e preziosa) missione di evangelizzazione culturale, invece di sfruttare la libertà di un contesto de-strutturato, lontano dai bisogni della produzione di comunicazione sottoposta alle regole del commercio (si pensi alla straordinaria energia dei collezionisti e dei loro database, dei loro raduni, di certa fanfiction, di tanto cosplay…), il fandom si confina nelle forme più ‘scolastiche’ del giornalismo e della critica, senza però darsi regole e buone prassi da usare come modello. Col risultato di praticare una critica che è più formulaica che sostanziale, più nelle intenzioni che nei risultati.

Una risposta alla 2) è che l’efficacia di questi testi ha a che vedere con la tendenza alla promozione del consumo tipica del giornalismo fandom-oriented (ne parlai tempo fa, qui). Ma in realtà con una visione parziale di questa stessa promozione: un fan-giornalismo acritico che abdica alla propria funzione, ovvero – rispetto alle proprie aspirazioni: promuovere il ‘buon’ fumetto popolare e non – rinuncia a un’interazione con prodotti/produttori fatta di richieste e pretese, stimolo e suggerimento, confronto e sane litigate. Portando argomenti, dettagli, temi, idee, ambizioni trasformative più o meno sensate. Come qualcuno ancora fa, per fortuna: penso all’eccellente blog Docmanhattan, forse il più compiuto esempio di fan-journalism di qualità nel 2011; o al sito verticale dei fans di Dylan Dog, DDComics. Una visione che invece fatica a trovare rappresentanza nei pur tanti webmagazine generalisti ‘dal basso’ che si limitano a piccole segnalazioni, comunicati e notiziole, recensioni stringate quasi solo descrittive e, non a caso, quasi sempre morbide come una carezza (nei rari casi in cui invece ‘mordono’, peraltro, rischiando di diventare vittime di una sciatteria opposta e contraria: le reazioni piccate o persino minacciose di alcuni editori/autori). Una critica amatoriale – come si diceva negli anni 70/80 – o un fan-journalism che, rispetto a campi come tv e videogiochi, insomma, pare vivere una fase di profondo sfarinamento, se non una vera e propria crisi motivazionale e aspirazionale.

E allora quel che dispiace è anche che ciò avvenga, in questa occasione, in un campo – la stampa specializzata italiana – che dopo decenni (esagero: dai ’60 ai ’90) spesso all’avanguardia in termini di qualità argomentativa e critica (da Linus a Sgt. Kirk a ilFumetto a Fumo di China a L’Urlo a Schizzo), pare vivere una fase poco felice. In cui la rete ha portato nuove opportunità (quantità, libertà di temi, formule e registri) ma anche nuove schiavitù (quantità, rapidità, sciatteria).

Non solo: dispiace tanto più quanto il caso di Mytico!, prodotto popolare che potrebbe avere ragionevolmente già superato le 50.000 copie, avrebbe meritato da chi presiede il territorio dell’informazione sul fumetto con impegno costante, quotidiano, energie critiche quantomeno proporzionate all’occasione. In un’Italia che, pur ricca oggi di spazi online dedicati alla discussione sul fumetto indipendente, d’autore, di nicchia, sorprende per la sempre cronica assenza di discussioni altrettanto attente sul fronte del fumetto popolare, Bonelli, Disney – o Mytico! – in primis. A favore o contro che sia.

Il dibattito sulla salute della critica sul fumetto – anche popolare – in Italia, che periodicamente torna a scatenare confronti, piccoli buriana, difese d’ufficio e una discreta produzione di alibi, è uno di quei (relativi) bisogni che casi come questo ci ricordano: c’è ancora bisogno di lavorare un sacco, per elevare la qualità dei discorsi sul fumetto dalla superficialità. Inclusa quella di certe sue recensioni.

Carofiglio e il graphic novel liofilizzato

Ho sfogliato il libro TALENTI PER L’IMPRESA. Cinque imprese, cinque autori, cinque racconti del talento. Per qualche tempo è scaricabile gratuitamente sul sito di Repubblica, come iniziativa dell’edizione barese in collaborazione con l’editore Laterza: “avventure imprenditoriali di successo quelle descritte da cinque autori di talento nel nuovo volume da scaricare per i lettori di Repubblica Bari”.

Ero stato attratto dal titolo dell’articolo di Repubblica: “Letteratura e graphic novel così si racconta un’impresa”. Una buona idea: raccontare storie imprenditoriali usando il fumetto. Perché no. Leggo:

In “Tink&Tank”, per esempio, Francesco Carofiglio ha disegnato una graphic novel ispirata alla Planetek Italia, impresa barese che opera nell’informatica satellitare.

Francesco, fratello di Gianrico, è uno scrittore e anche disegnatore. Certo non un talento memorabile, ma l’iniziativa è curiosa. Scarico, apro e leggo. E scopro che il graphic novel in questione sarebbe in realtà un fumetto di 5 pagine: più che un racconto breve, un racconto brevissimo.

Insomma: se qualcuno fosse in cerca di un caso esemplare di abuso del termine “romanzo grafico”, eccolo servito.

Nessuno (apocalisse dell’editoria)

Su uno dei temi tecnologici che ha ormai ereditato – e rilanciato come un serial – i toni più accesi del genere noto come “giornalismo tecnologico apocalittico”, segnalo due interventi.

Un pezzo di Enrico Pedemonte, che ben sintetizza il nuovo rapporto sull’informazione di Pew Research (altro che Censis).

Ma anche un sano fumettaccio tecno-qualunquista:

bye Stickycomics via Tecnoetica

Tamara Drewe, o del giornalismo sulle nuvole(tte)

Passare qualche giorno in Francia, nei giorni in cui si svolge il festival di Cannes, e poi rientrare in Italia. Un’altra occasione per verificare alcune differenze (fumettologiche) tra i due paesi. In questo caso, non molto positive.

L’occasione è la presentazione, durante il festival, del nuovo film di Stephen Frears, tratto dal graphic novel di Posy Simmonds Tamara Drewe:

Diverse testate italiane hanno trattato la notizia dell’uscita di Tamara Drewe. Per il Corriere della Sera ne ha scritto per esempio Giovanna Grassi. Dopo avere scritto che si tratta di “una graphic novel”, la giornalista si lascia andare al gusto della variazione e del sinonimo: Tamara Drewe diventa “il comic-book di Posy Simmonds”. Notevole, inoltre, l’inciso collocato fra parentesi, accanto al termine graphic novel, che la Grassi definisce “genere prediletto dalle ultime generazioni”. Insomma, che sia un Ultimate Spider-Man o Tamara Drewe, poco cambia: pur sempre di comic book per giovani lettori si parla, no?

In un’altra testata del gruppo, la free press City, troviamo invece un caso tipico di “fischi per fiaschi”, in cui il nome dell’autore diventa il titolo dell’opera:

Il film è tratto dalla popolare graphic novel “Posy Simmonds”, ispirata a “Via dalla pazza folla” di Thomas Hardy.

Alla Gazzetta (sempre RCS Quotidiani), doppio refuso con carpiato. Il nome dell’autore è storpiato in “Summonds”, e – vera e propria perla rara – fa capolino un mirabolante errore di lingua inglese, che trasforma la parola graphic in grafic, come nella migliore tradizione degli “italiani-con-problemi-nelle-lingue-straniere”:

la storia, basata (fedelmente, a giudicare dal confronto tra scene del film e le tavole) su una grafic-novel di successo di Posy Summonds

La diagnosi è presto fatta: al gruppo Corriere ci sono problemi diffusi nella qualità professionale delle firme di cronaca, almeno per le pagine di cultura e spettacoli. Problemi di competenza sul fumetto, e non solo. D’altro canto, in via Solferino non sono i soli ad avere problemucci di pronuncia dell’inglese. In casa Ansa, per esempio, un videoservizio parla di una certa Tamara Drù, film “tratto da una popolare graphic novel inglese: Posy Saimon”. Una pronuncia dell’inglese che pare venire da una tv locale di Roma, più che da un’agenzia stampa nazionale, unita a un brillante esempio di “fischi per fiaschi” bis.

Più creativa, of course, la confusione linguistica e culturale in casa Vogue, che parla di un film che “racconta le avventure a fumetti” (chissà: Frears ha forse realizzato un “film a fumetti”, magari alla Supergulp o forse alla SinCity?) di Tamara Drewe:

Frears […] in Tamara Drewe racconta le avventure a fumetti di una giovane e trasgressiva giornalista inglese.

Al Sole24Ore, invece, nessun erroraccio. Di che compiacersene. Incomprensibile, in compenso, l’oblìo sul soggetto: la giornalista non allude nemmeno al fatto che il film di Frears sia basato su un soggetto non originale. Che si tratti quindi di un adattamento (fumetto o meno) non c’è notizia.

A questo punto, verrebbe da dire: meglio il giornalismo cinefilo specializzato, come qui e qui (persino in grado di cogliere i riferimenti a Thomas Hardy come cifra costante del lavoro di Posy Simmonds).

E in Francia, dicevamo? Sorvolerò sull’informazione specializzata in fumetto, che ha naturalmente ampiamente rilanciato la notizia, a differenza degli omologhi italiani (qui BoDoi e ActuaBD e BandeDessinéeInfo). Mi limito a segnalare che quotidiani e settimanali come Le Figaro, LeMonde, L’Express, Le Nouvel Observateur, Le Parisien, La Tribune (quotidiano economico), La Croix (quotidiano cattolico) hanno tutti citato la presenza di un caso di adattamento, non hanno fatto mistero che l’opera di partenza fosse un fumetto, non hanno confuso l’autore con il titolo, e non hanno storpiato né la dizione dell’autrice né del titolo. Inoltre alcune di queste testate hanno talvolta inserito immagini del graphic novel da cui è tratto il film, ed hanno intervistato il regista stimolandolo a parlare anche del fumetto e della sua autrice. Qualche giornalista – incredibile visu – ha persino espresso giudizi di merito sul graphic novel.

Un curioso dubbio assale il lettore italiano: che questi giornalisti francesi, prima di scrivere, si siano persino… informati?

Nel frattempo l’intero graphic novel, pubblicato a suo tempo in episodi sul quotidiano inglese The Guardian, è a tutt’oggi perfettamente leggibile online, qui.

Morale della (triste) favola: là dove c’è di mezzo il fumetto, il giornalista culturale italiano medio non si preoccupa di verificare i dati, né di approfondire la notizia, e litiga con la lingua inglese peggio dei francesi (che, vi assicuro, con l’inglese faticano come pochi). Non è una novità, diranno i più cinici. E forse è vero. Ma tante fesserie in una sola settimana, era da tempo che non ne vedevo…

Mettiamola così: il prossimo anno, per il Comics Day, varrà la pena pensare anche a un roadshow di formazione in giro per redazioni?

Chiudiamo con la Tamara Drewe di Frears, in qualche altra sequenza dal film:

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