Critica della critica fumettologica (2)

Proseguiamo nella ri-lettura e discussione di alcune questioni sollevate dall’articolo di Exibart sulla critica che citavo ieri.

Un passaggio, scritto dalla stesso giornalista Gianluca Testa, mi colpisce:

E così troviamo critici d’arte che si occupano di fumetto all’interno delle arti figurative. E critici letterari che compiono la stessa operazione nella sezione “letteratura illustrata”. Ma i veri critici di fumetto dove sono?

Immagino che il riferimento vada inteso così. Da qualche tempo capita di imbattersi, negli spazi (riviste e non) di critica d’arte, in qualche critico che si occupa di fumetto, attingendo alle proprie “tipiche” competenze estetologiche. Analogamente, altrove – riviste o pagine di letteratura – ci si imbatte in qualche “tipico” critico letterario che tratta il fumetto nei modi e nelle forme della critica letteraria. Poi ci sono i “veri” critici di fumetto, quelli che appaiono come “fumettologi di professione”. Il ragionamento pare semplice. Eppure non lo è, per una serie di motivi:

– bisognerebbe capire chi corrisponde all’idealtipo del critico d’arte o letterario. Testa non fa nomi, e io invece credo sarebbe utile farne. Bonito Oliva – citato più avanti da Boschi – “sbaglia” perché non conosce la storia del fumetto…o perché commette errori di merito, ovvero – scusate la semplificazione – “applica male” alcune “giuste” categorie estetiche? Siccome non è una colpa non essere esperti di fumetto, e gli errori di Bonito Oliva (o altri) sono proprio di tipo estetologico, perché non si entra nel merito attaccando gli errori critici – mettendosi sul piano della stessa critica d’arte – e non la mancanza di precisione storiografica o filologica, che rischia di suonare (pure in buona fede) una petizione di principio un po’ nozionistica? Sia chiaro: in casi come quello del filosofo Franco Restaino autore della sgangherata Storia del fumetto UTET, l’attacco sul piano delle nozioni storiche è legittimo e doveroso. Ma in altri – Bonito Oliva incluso – non basta, e in definitiva non serve.

– il nodo più complesso è però intorno all’aggettivo “veri”. Tocca chiedersi: cosa si intende per “vera critica” fumettistica? Servirebbero un po’ più di argomenti. Perché così facendo, si rischia di contraddire il principio enunciato più sopra. Ovvero: se la critica fumettistica è ritenuta carente di strumenti letterari o estetologici (l’argomento portato da Goria)…quando qualcuno li ha o li usa, perché mai non sarebbe un fumettologo “vero”? Detto brutalmente: prima si evoca la critica artistica e letteraria, e poi la si descrive come “non vera”. Sottolineo questo passaggio contraddittorio perché mostra, a mio avviso, quanto i discorsi sul fumetto siano spesso imbevuti di una serie di riflessi condizionati. In particolare, emerge una evidente logica di campo: un noi versus loro che rappresenta, per me, una sorta di pregiudiziale ideologica. Che inquina il dibattito, perché sposta le argomentazioni sul crinale rischioso dell’ “appartenenza”.

Proseguiamo, e passiamo alle parole di Luca Boschi:

I fumetti non sono mai stati ben considerati come arte figurativa. Quindi anche il lavoro del critico è sminuito. Beh, tutto questo è una stupidaggine. Perché gli strumenti di analisi sono gli stessi che si possono usare per le altre forme comunicative”

Boschi prova ad essere più preciso, e parla di arte figurativa. Sottolinea quindi un problema essenzialmente contestuale: il problema è “fuori dal fumetto”, in chi lo ha sottovalutato nella sua natura artistica. La fumettologia, quindi, sarebbe vittima del pregiudizio sul mezzo, che ha generato una mancata legittimazione come arte figurativa. Il fumettologo è quindi ‘disarmato’: la critica serve a poco, se il sistema culturale non riconosce la legittimità estetica del fumetto. Anche qua, in realtà, troviamo una insidiosa contraddizione:

– il fumetto, è vero, non è stato a lungo considerato come forma artistica, e quindi da discutere, capire, studiare in quanto arte. Ovvero: le logiche e le categorie della critica estetica si sono raramente viste all’opera sul fumetto. Su questa diagnosi concordo al 100% con Luca. Ma il problema per me non è diagnostico, bensì di comprensione e spiegazione del processo che ha condotto ad essa: dove sono le cause, dove le reponsabilità, dove gli equivoci.

– Boschi sottovaluta un dato: la critica fumettistica non è stata quasi mai una vera e propria critica di arte figurativa. Non è mai stat alla pari, con critici perfettamente preparati e purtroppo “non riconosciuti”. La fumettologia non ha (quasi mai) avuto a che fare con gli strumenti della critica estetica: non li ha usati. Forse, non li ha nemmeno conosciuti. Quel che ha fatto la critica fumettistica è stato altro. Ovvero vivere all’interno di una contrapposizione non (o poco) risolta: i “veri” fumettologi da un lato, con le loro categorie; e gli “altri”, con altre categorie, dall’altra parte. Come scriveva Testa. E’ la contraddizione storica del campo fumettologico (Luc Boltanski, erede di Bourdieu, lo aveva già descritto perfettamente nella sua analisi ‘classica’ sulla costituzione del campo fumettistico del 1975): si allude al mancato riconoscimento – per incompetenza – degli “altri”, salvo poi non mettersi mai nelle condizione di combattere/competere sul loro stesso terreno.

Non vorrei sembrare più polemico del necessario. Lo dico con una certa serenità: sono pochissimi i fumettologi che hanno davvero praticato una critica di tipo estetico, al di là di nozioni confuse, ingenue e fum(ett)ose – come sequenza o closure, veri e propri mantra concettuali della fumettologia. Ne ho parlato più volte: parlare di ‘montaggio’ per Gianni DeLuca non serve a nulla; discutere di Crepax come ‘regista’ è poco utile, senza una dovuta riflessione sulla post-figurazione; ecc ecc. La fumettologia dice bene – come fa Boschi – che “gli strumenti di analisi sono gli stessi”. Ma in realtà si ferma spesso ad una mera petizione di principio: è essa stessa a non usare questi strumenti. Poco o niente, nella critica fumettistica, sembra provenire dalle consapevolezze della critica d’arte o del design, teatrale o letteraria (dal cinema sì). La fumettologia dice di essere matura e parimenti ‘dotata’ (di risorse concettuali), eppure spesso si limita ad usare una cassetta degli attrezzi confinata alle nozioni – a volte utili, ma spesso insignificanti in termini propriamente critici – acquisite “internamente al campo” in modo autonomo e scoordinato da altri campi critici.

L’articolo prosegue, e tocca un ultimo tema importante:

“La critica può essere di utilità sociale, ma solo se esiste una ricaduta di massa”, spiega Boschi. “Occorre diffondere la comunicazione in luoghi facilmente raggiungibili. E in questo senso trovo necessario che certi percorsi di studio siano applicati anche al mondo del fumetto. Non sento la necessità impellente di una scuola di formazione di critici di fumetto. Magari di sceneggiatori, visto che siamo messi un po’ male…”.

Daniel Clowes, dall'imminente 'Wilson'

Caro Luca, anche io non voglio una scuola di formazione per critici! Sarebbe una invenzione divertente per una storia Disney di Rodolfo Cimino… perché scuole del genere non esistono. Nemmeno nel mondo del teatro, del design, della televisione, del cinema. Però attenzione: la formazione dei critici è importante. Non mi interessa definire quale sia il luogo migliore – anche se credo che l’Università possa essere di grande aiuto – ma credo che non ci si debba lamentare della scarsa qualità della critica, e poi affermare che la formazione della critica non è importante. Lo è.

Il punto su cui non concordo pienamente con Boschi, è l’idea che la critica sia socialmente utile solo se ha ricadute di massa. La critica non può essere vista solo come una funzione – ne parlavo ieri – del mercato. O meglio: lo è, ma il suo compito non si esaurisce lì. La critica semaforica (gli amici critici di cinema la chiamano così) svolge la funzione di aiutare il consumatore a scegliere cosa comprare. Ma la critica non è solo “consigli per gli acquisti” (occhio ai confini con la pubblicità…). La critica la vogliono gli autori, perché li aiuta a prendere coscienza di limiti e opportunità propri e degli altri. La vogliono i produttori, perché li aiuta a individuare le direzioni da abbandonare o verso cui spingere la creazione e la propria innovazione. La vuole il dibattito culturale in genere: perché la cultura – cultura critica, si diceva un tempo – non è altro che l’esercizio tramite cui ‘allenare’ e accrescere la “propria” (e non parlo solo di individui) consapevolezza del mondo. Usando anche gli oggetti culturali – fumetto incluso – come occasioni per comprendersi e – chissà – forse anche migliorarsi.

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Marvel digitale (1): iPad boom?

Tutti-pazzi-per-iPad, di questi giorni. Non che fosse inatteso. Il fatto nuovo, però, è che il fumetto è in primo piano. La Marvel App è stata tra le prime applicazioni di iPad citate dai media, e subito tra le più scaricate (14° posto tra le più scaricate da iTunes nel primo weekend). Ai tempi del lancio di iPhone, le cose erano andate diversamente. Per il fumetto digitale, sembrano già passati secoli: interfacce più efficaci, cataloghi più ampi, grandi e piccoli editori entrati ormai direttamente sul mercato.

I video su YouTube mostrano il funzionamento di questa applicazione “esemplare” made in Marvel. E la fascinazione dell’ottimo design pare conquistare sinceri entusiasmi (non vi dico i colleghi fumettologi americani..), inclusi quelli “preventivi”. Mi ci metto io stesso: sono convinto che questo device rappresenti uno sviluppo interessante, per la fruzione di fumetto digitale. Ma non lasciamoci distrarre dalla classica “ubriacatura tecnofila” ben ‘massaggiata’ dai media. E proseguiamo nelle osservazioni.

Un primo dato è che il successo di visibilità mediatica della “Marvel App” ha messo in secondo piano altri fornitori, e con loro tanti altri fumetti non-Marvel.

Eppure gli altri soggetti sono già parecchi. Persino più delle aspettative. Fra questi il catalogo di un editore importante come IDW, ma soprattutto i distributori multi-editore come iVerse e PanelFly. E come il leader comiXology, provider che prontamente si è presentato come “più vasto e comprensivo digital comic book reader“, forte di un catalogo di oltre 1.300 titoli provenienti da più di 30 editori (da Marvel a Picturebox, da Drawn&Quarterly a Viz).

Tuttavia, tuttavia… la lista dei fumetti disponibili per iPad serve a poco, per capire la portata del fenomeno. La sostanza della questione emerge da altre domande: da un lato quelle sul significato dell’oggetto (a cosa serve? e per quale pubblico?), e dall’altro quelle sull’impatto del modello iPad (tecnologico, di consumo ecc..) nel contesto culturale del fumetto. Ed è qui che alcune perplessità iniziano ad arrivare. Una delle voci più ascoltate è certamente Cory Doctorow, scrittore, giornalista ma soprattutto deus ex machina di uno dei più vitali e intelligenti – e letti – blog sulla piazza: BoingBoing. Così scrive Doctorow in un brano del suo cliccatissimo “Perché non comprerò un iPad (e penso non dovreste farlo nemmeno voi)”:

Voglio dire, guardate questa Marvel app (basta davvero guardarla). Da ragazzino ero impallinato coi fumetti, e lo sono anche adesso da adulto, e la cosa che mi ha sempre fatto pensare che i fumetti fossero buoni per me era la loro condivisione. Se c’è mai stato un mezzo che si basava sullo scambio di cose comprate in giro per costruire un pubblico… beh, è stato il fumetto. E il mercato dell’usato dei comics! E’ stato – ed è – qualcosa di enorme, e vitale. Non posso neanche contare quante volte sono andato a fare lo speleologo tra gli scaffali di roba usata, anche in negozi grandi e ammuffiti, per trovare gli arretrati che avevo perso, o per ‘provare’ nuovi titoli a buon mercato. (E ‘parte di una tradizione multigenerazionale nella mia famiglia – il padre di mia mamma era abituato a portare lei e i suoi fratelli fino a Lady Dragon Comics su Queen Street a Toronto ogni fine settimana, per rivendere le loro vecchie storie ed avere spiccioli per ottenerne di nuove).

Quindi cosa fa la Marvel per “migliorare” [enhance in inglese] i suoi fumetti? Toglie il diritto di dare, vendere o prestare i vostri comics. Sai che miglioramento. Un modo di prendere la gioiosa, meravigliosa esperienza di condivisione e connessione tipica della lettura di fumetti e trasformarla in una passiva, solitaria impresa che isola, invece che unire. Bell’affare, Misney.

La valutazione che ne trae Doctorow è discutibile ma molto seria: se il fumetto è sempre stato un oggetto facilmente scambiabile, il doppio lockup (sistema della Marvel App, ma anche sistema di iTunes) è un duro colpo. Perché invece che aiutare la circolazione sociale dei comics, la frena. Un’osservazione che tocca iPad e iPhone insieme, e che rimanda alle scottanti questioni sul “sistema chiuso” che – secondo i critici – Apple starebbe ormai promuovendo, attraverso un modello di sfruttamento dei contenuti volutamente limitativo degli usi (vedi anche Kindle).

La strategia (sbagliata) che per Doctorow spiegerebbe questo duro colpo è la scelta di Apple di appoggiarsi agli incumbent di mercato: “i big sono pessimi rivoluzionari”, dice giustamente Cory:

Relying on incumbents to produce your revolutions is not a good strategy. They’re apt to take all the stuff that makes their products great and try to use technology to charge you extra for it, or prohibit it altogether.

Marvel digitale guarda a iPad da qui. Cerca e costruisce un mercato dalla posizione di incumbent, limitando (assai) l’apertura del modello. E aderisce – anche solo implicitamente – all’idea che la digitalizzazione del fumetto possa essere un’occasione per governare meglio la sua circolazione, potendo trarne un misurabile vantaggio (economico, of course).

Pare poco? Eppure questo genere di dibattito non si è mai sviluppato prima, nel mondo dei comics. Il dibattito su webcomics o mobile comics è stato fino ad ora – lasciatemelo dire – una simpatica chiacchierata accademica tra autori ‘curiosi’, lettori technofili, responsabili commerciali in affannosa ricerca di supporto ai fatturati, giovani marketing manager e un pugno di esperti. Il buon McCloud in Reinventing Comics ne aveva certamente intuito la portata, ma supportandola con stramberie frutto di un contesto immaturo – e con una certa dose di ottimistico determinismo. Perché solo ora iPad sta chiarendo – in modo più consono rispetto ad iPhone – che la digitalizzazione può davvero trasformare il fumetto. In che senso? Cambiando non tanto (pure, ma non è questo il punto) gli oggetti, quanto il loro statuto culturale.

Ecco la questione che iPad/MarvelApp pone al fumetto: qual è il “posto” dei comics oggi, nel contesto di una digitalizzazione dei supporti e dei canali? Chi potrà leggerli? E come (su e-reader, paiono dire Kindle/iPad ecc.)? E dove (e qui le note dolenti sull’ “apertura” dei canali)? Detto sociologicamente: siamo alle soglie di una “ritirata sociale” del fumetto, sotto la spinta di un digital divide cavalcato (irresponsabilmente dice Doctorow) dagli incumbent? Dovremo aspettare una “nuova Marvel” (o una Image… o un movimento “digital underground” antagonista?) per sparigliare le carte rispetto alle rendite di posizione dei modelli chiusi allo sharing?

Mi pare un po’ presto per rispondere. La risposta di iPad/Marvel, però, potrebbe essere tutt’altro che un “traguardo”. Più probabilmente è solo il timido debutto di un processo nuovo, che investirà il fumetto in modo molto più articolato e profondo nei prossimi anni.

Insomma: iPad e Kindle sono qui da poco. La partita del fumetto digitale è appena cominciata.

Se 2 mesi vi paiono pochi…

“Era una notte buia e tempestosa”, quella in cui – 2 mesi fa – ho iniziato a scrivere questo blog. Due mesi intensi, dentro e fuori dal fumetto, dentro e fuori dalla Rete, in cui alla spremuta del mattino, al caffè del pomeriggio e alla sigaretta della buonanotte ho aggiunto una nuova daily routine: scrivere il mio blog.

Due mesi in cui ho imparato (e sbagliato) cose nuove, conosciuto persone nuove, ricordato (e dimenticato) un tot.

Come mi ha fatto notare qualcuno, quel che ho iniziato a sviluppare è soprattutto un discorso “intorno al fumetto”, ovvero non tanto sui fumetti quanto sul contesto in cui questi prendono forma, circolano, si organizzano in un ‘sistema’, presentano se stessi, generano discorsi, o sono “parlati” da altri oggetti (o discorsi).

Per quanto piccina in termini assoluti, l’accoglienza che è stata riservata a questo ‘lavoro’ mi ha sinceramente colpito. Per questo ringrazio i miei 15 lettori, che mi hanno visitato qui e altrove (su anobii o vodpod o twitter), segnalandomi su Blogbabel (costringendomi a capire perché tutti i blogger ne parlano) e sulla stampa generalista o specializzata.

Il rodaggio è finito, dunque. Ora tocca proseguire. Cercando di contenere le scivolate. Offrendo spunti utili – e non solo per me. Condividendo informazioni, dati o materiali non (troppo) scontati.

E allora proseguiamo. Con una novità: aspettatevi, nelle prossime settimane, l’arrivo di qualcosa che somiglierà – in versione blog, sia chiaro – a delle “rubriche”.  D’altra parte questo blog si è dato un obettivo : 12 mesi di attività. Poi si fa un libro. E poi si vede.

Buona lettura.

Le parole per dire fumetto (online version)

Fumetto, bande dessinée, comic book, manga. In fondo, sono solo parole. Quelle con cui il mezzo si definisce da oltre mezzo secolo. Ma prima di loro ce ne sono state altre: funnies, illustrés, giornalini… In anni più recenti, a queste parole se ne sono aggiunte di ulteriori: graphic novel, neuvième art, sequential art.

Il fumetto è una forma culturale interessante anche per questo: a differenza di altre (cinema, letteratura, teatro) non ha trovato un’articolazione altrettanto ‘stabile’ – nel tempo e nello spazio – intorno ai termini con cui autonominarsi.

Al di là delle (molteplici) spiegazioni di questo fenomeno, vorrei limitarmi ad un fatto. Ovvero al mutamento nel tempo dei diversi termini. Sotto i nostri occhi, oggi, c’è infatti l’apparente successo di alcune parole ‘nuove’ – graphic novel, neuvième art, sequential art – che trovano sempre più credito non solo sui media, ma anche nel lessico degli editori, degli autori e – soprattutto – del pubblico, che in esse riconosce la propria relazione col mezzo. Come indagare questo fenomeno? Il primo passo è quantitativo : verificare i dati, ovvero in che misura questo ‘successo’ di certe parole sia riscontrabile nelle persone e nei loro usi delle (diverse) lingue.

Google Insights è uno strumento per monitorare l’evoluzione dei termini di ricerca in Google, dal 2004 in poi. Ho provato ad applicarlo alle parole che citavo: una specie di analisi lessicografica, versione 2.0. I risultati sono abbastanza interessanti, e li presento qua.

Premessa metodologica. I dati di Google Insights “indicano il numero di ricerche web eseguite con un termine specifico rispetto al numero totale di ricerche effettuate su Google in un arco di tempo”. Ergo: G.I. è una risorsa parziale e incompleta. Perché Google è solo una porzione della rete. Perché un’analisi completa dovrebbe coprire un arco temporale più ampio (pre “cinecomics boom”, almeno: Spider-Man è del 2002). Perché l’aumento delle query andrebbe tarato sulla parallela crescita di utenti Internet. E per tante altre ragioni. Premesso tutto ciò, passiamo ai risultati.

Manga

Fin qui i termini “storici”, diciamo novecenteschi. Bande dessinée e comic book sono in costante decrescita. Per bande dessinée (parola ‘lunga’, ben poco keyboard friendly) la crisi è evidentissima. Per “manga” il trend è invece più stabile, in lenta crescita nell’ultimo biennio, parallelo alla saturazione del manga market in Occidente. Passiamo ora ai tre termini più “recenti”.

Neuvième art

Sequential art
Graphic novel

I tre new terms paiono in crescita. Il dato è chiaro, e pare dimostrare la crescente rappresentatività sociale di queste parole. Particolarmente interessante mi pare il fatto che siano in crescita le ricerche di sequential art, definizione lessicale più astratta, nata in ambito critico e ormai ‘volgarizzata’ (e questo nonostante la sua adeguatezza sia, a mio avviso, assai discutibile).

Per chiudere, una comparazione tutta italiana: “fumetto” versus “fumetti”.

Fumetto

Fumetti

Se “fumetto” pare stabile, è interessante il declino della sua declinazione al plurale. La crisi dei modelli seriali, la chiusura delle riviste-contenitore, … Tante sono le ragioni. Dal mio punto di vista, questa tendenza è sintomatica di un mutamento nella percezione collettiva, che porta a fissare nella parola al singolare ‘fumetto’ l’identità di un mezzo, prima ancora che delle sue declinazioni. Come a dire: il cinema, prima dei film. Un segnale che interpreto come sintomo positivo, perché indicatore di un consolidamento culturale dell’identità unitaria e in qualche modo univoca del mezzo.

Credo che una conferma venga anche dal lento declino di un’altra espressione. Una locuzione antica (non a caso sempre meno praticata dai fumettofili e dalla stampa specializzata), usata spesso per definire i tratti identitari del mezzo come ‘derivativi’ rispetto ad una data fonte testuale. Penso alla locuzione “a fumetti”, che mostra ormai una certa stanchezza (qui sotto trovate i dati di Insights). Un termine che implica un’idea del mezzo come ‘opzione linguistica’, quasi che i comics fossero un particolare – e fungibile – registro linguistico ‘alternativo’ ad altri (un racconto è “a fumetti” invece che a…). La stabilità della query “fumetto” mi pare quindi indicare un’idea diversa e più matura del mezzo, ovvero quella di un linguaggio dotato di un proprium riconosciuto.

"a fumetti"

Vedremo, tra 5 anni, cosa sarà accaduto all’evoluzione di queste chiavi di ricerca. Quel che è certo è che a mutare, insieme alle parole e ai loro usi, continuerà ad esserci anche il fumetto.

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