L’Eternauta, e la trappola del guardare

L’Eternauta è, fra le tante cose, anche una storia sul guardare. Raccontata da due sguardi.

Il primo è lo sguardo del lettore. Che segue la lenta cadenza del succedersi degli eventi. Ne L’Eternauta pochi, indispensabili elementi procedono per lento accumulo. Una progressione armonica, senza accelerazioni improvvise, ma che anzi ha nella modulazione il suo più implacabille strumento. Uno dopo l’altro, vediamo apparire tra le pagine Juan, gli amici, la famiglia, i fiocchi di neve, i vicini, gli edifici abbandonati, gli espedienti casalinghi, i globi infuocati, gli altri sopravvissuti, i soldati, i mostri, i kol…. Come in una armonia musicale, entrano via via in scena elementi e personaggi nuovi, che incrementano la tensione di strofa in strofa, di pagina in pagina, capitolo dopo capitolo. E su tutto la neve, a segnare come un tappeto ritmico – un rumore visivo – il dramma che incombe. Nevica nevica nevica. Per oltre metà del racconto – nel contesto di edizione originale, per oltre un anno, settimana dopo settimana – nevica. Mentre la tragedia prosegue uguale a se stessa, eppure sempre rinnovata. E’ il crescendo de l’Eternauta, una sinfonia narrativa di cui, lettori, osserviamo l’implacabile accumulo grafico.

Il secondo sguardo è quello dei personaggi. Che fin da principio sono posti di fronte ai rischi e alla forza rivelatrice del guardare. Nella prima tavola, lo sceneggiatore non crede ai suoi occhi di fronte all’apparizione di Juan, figura di un altro spazio-tempo, e corpo che sorge dall’affastellarsi di segni indistinti sulla carta. Così di fronte alla neve, che tutto copre, i sopravvissuti vivono la fatica dell’intravedere e del guardare ‘oltre’. Dall’inizio alla fine vedere sarà sempre una sfida e un rischio: sbirciare dietro agli edifici per capire cosa si nasconde; scrutare il cielo per cogliere il contenuto dei globi infuocati; cercare la posizione migliore per guardar dentro alle navi spaziali; fino al vedere cose inesistenti sotto effetto delle nubi ‘allucinatorie’. E una volta entrati in contatto con le tecnologie aliene, la stessa possibilità di percepire la realtà (come suggerisce anche il finale) si rivelerà un ambiguo problema visivo: il mondo che Juan infine vede (ri-vede?) è davvero una dimensione ‘altra’, o è solo un’allucinazione visiva?

Già: e se L’Eternauta non fosse altro che una parabola sul potere dello sguardo?

Attraverso la metafora del guardare, L’Eternauta offre una splendida riflessione sugli effetti distorsivi del potere. La neve e le tecnologie aliene impediscono di vedere la realtà, e immaginare così il suo superamento. Altrettanto fanno per noi le tecniche di sceneggiatura: al lettore è dato vedere “poco alla volta”, percepire solo progressivamente, senza indizi su cosa accadrà nel capitolo successivo. Ma allora Juan e il lettore vivono la stessa condizione: quella di sguardi intrappolati. Come i cittadini argentini dell’epoca, cui il regime della junta militare (che non a caso farà della ‘sparizione’ – i desaparecidos – la sua più drammatica arma) decise di offuscare il più potente degli sguardi: quello rivolto alla realtà, e al suo futuro.

Ecco dunque cosa è stato l’Eternauta: una straordinaria trappola. Che ha saputo mettere in scena – e praticare – l’esperienza del proprio drammatico potere. La trappola di personaggi cui la neve toglie la possibilità di vedere, la trappola di una macchina narrativa che ci coinvolge e costringe. E tutto questo per raccontare ben altro: la trappola di un dispositivo del controllo sociale che travolgerà un popolo.

PS  Questo testo è incluso (in compagnia di quelli di Goffredo Fofi, Alessandro di Nocera, Sergio Brancato, Gino Frezza) nell’edizione restaurata de l’Eternauta (001 Edizioni) di cui abbiamo parlato qua. Che sarà in libreria dalla prossima settimana, in concomitanza con il Salone del Libro di Torino. Qui di seguito, un saluto di Francisco Solano Lopez e Fernando Oesterheld (nipotino del grande Héctor Germàn):


L’Eternauta restaurato: prima e dopo

Il volume de L’Eternauta pubblicato in questi giorni da Edizioni 001 è una riedizione ‘vera’.

Non una quelle operazioni che si limitano a reimpacchettare un classico aggiungendo schizzi o prefazioni, ma un vero e proprio restauro “conservativo”. In questa direzione l’editore Antonio Scuzzarella ha progettato una serie di interventi di ripristino (scansioni e scelte di riproduzione), concordati con il disegnatore Solano Lopez, il cui obiettivo era riportare alla luce la personalità grafica del lavoro di Solano. Dunque non solo un lavoro che riconduce l’Eternauta al più consono formato orizzontale, pressoché ignoto in Italia dopo lo storico trattamento di Ruggero Giovannini e Stelio Rizzo per la versione in formato rivista (‘verticale’) di Lanciostory. E devo dire che, fatto il confronto tra alcune tavole prima e dopo la cura (editoriale) – ne vedete 4 qui sotto – la differenza si vede.

Di ciascuna coppia di tavole che segue, le prime vengono dall’attuale edizione ‘definitiva’ restaurata. Mentre le seconde sono tratte dalla più recente edizione orizzontale ‘canonica’, ovvero la “edicion legal” di Doedytores, pubblicata in Argentina (2007) per i 50 anni de l’Eternauta. Quest’ultima – nota per i filologi – era identica alla celebre e controversa edizione Record degli anni ’70, che a sua volta si rifaceva alla prima edizione in volume, la Ramirez del ’61/’62 (quella che, con l’intervento di Oesterheld e Solano, rielaborò la pubblicazione a episodi su Hora Cero cancellando le didascalie di apertura e altri passaggi).

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In questa nuova edizione, il segno del co-autore (cui collaborò anche, per le ultime 50/60 pagine, José Muñoz) pare davvero più ricco di quel che la storia editoriale de l’Eternauta ci aveva consegnato. Soprattutto per due aspetti: i dettagli espressivi, e i contrasti di luce.

Intendiamoci, la povertà delle tecnologie di riproduzione del disegno, nell’Argentina anni ’50, non ci ha affatto impedito di godere del gioiello che conosciamo. Solano stesso ne era consapevole: nei suoi disegni originali, i neri erano stesi in modo volutamente impreciso (pennellate, più che campiture piene), che teneva conto dell’effetto di perdita di definizione in sede riproduzione. Le pennellate si sarebbero impastate, producendo il nero che sarebbe servito. C’era un solo limite: il rischio di perdere dettaglio nella cura dei volti, nella presenza martellante della neve, in alcuni tratteggi e ombreggiature. Tutti aspetti non primari, ma utili a rinforzare i toni espressionisti del lavoro, al servizio di una storia fatta di contrasti, di giochi di sguardi e progressive apparizioni, di bianchi abbacinanti e buio raggelante.

Buona filologia, insomma. E che venga da un editore italiano, mi pare una bella notizia.

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