[Salone del Mobile 2010] Fumetto & Design Museum by Mendini

Finisce, con oggi, la lunga serie serie di post che ho voluto dedicare al Salone del Mobile. Un evento che – come sempre, direi – ha potuto mostrare la ricchezza degli scambi fra i mondi apparentemente distanti del design e del fumetto.

Per concludere questa sorta di esplorazione-reportage, voglio segnalare una delle iniziative culturali principali che hanno caratterizzato la programmazione degli eventi ‘paralleli’ al Salone: la mostra Quali cose siamo, “terza interpretazione” del Triennale Design Museum. Una mostra curata dallo stesso designer da cui ero partito settimana scorsa, aprendo la serie di post: Alessandro Mendini.

Il Triennale Design Museum è una struttura giovane – nata nel 2007 all’interno degli spazi della Triennale di Milano – che non appartiene ai veri e propri Musei Nazionali (avete presente il Museo del Fumetto di Lucca? Ecco: il ragionamento è analogo), ma che svolge funzioni para-museali, attingendo alla preziosa collezione permanente custodita in Triennale. Oltre ad alcune mostre monografiche su specifici temi/autori, ogni anno costruisce una grande mostra tematica sul design italiano, di cui Quali cose siamo è la terza ‘interpretazione’.

A differenza delle due precedenti, la mostra di quest’anno vede una ampia presenza di oggetti e materiali variamente legati al mondo del fumetto. Una scelta che proviene dalla prospettiva curatoriale e dalla cultura di Mendini, designer eclettico – e amante del disegno e del fumetto – che ha scelto una chiave interpretativa particolarmente aperta e inclusiva. Nelle parole con cui il progetto si è presentato:

L’ipotesi curatoriale alla base è che in Italia esista un grande e infinito mondo parallelo a quello del design istituzionale, un design invisibile e non ortodosso. Il punto di osservazione si sposta sulla storia e sulle storie che scaturiscono dai singoli oggetti che, messi uno accanto all’altro, creano una rete di relazioni e rimandi, un paesaggio multiforme capace di provocare squilibri e spiazzamenti, ma ricco di emozione e spettacolarità. Una selezione di opere dei Maestri, di artisti, di giovani designer entra in dialogo con oggetti inaspettati che, di primo acchito, non sembrano “fare sistema” ma, in realtà, non sono quello che sembrano. Se guardati attraverso nuovi punti di vista, mostrano una complessa matrice progettuale, forniscono un’ulteriore, inedita, testimonianza della creatività italiana e contribuiscono a definire in altro modo la nostra identità e l’essenza del design italiano.

Da questa impostazione Mendini ha tratto una selezione davvero eclettica e fuori dagli schemi, che include oggetti del design ‘istituzionale’ e ufficializzato, e altri che appartengono a un’idea che potremmo dire di design diffuso. Dal grembiule da lavoro indossato da Achille Castiglioni al vestito di Totò, dal ritratto di Ettore Sottsass dipinto da Roberto Sambonet alla Lettera 22 – quella usata da Indro Montanelli. E ancora: i Compassi d’oro vinti da Mario Bellini, le camicie di Finollo realizzate per Guglielmo Marconi, le campane italiane, i calcinacci dell’Acquila, le opere di Casorati e Balla, la trafila per fare la pasta, i Gormiti (con sommo disappunto di certi big del design nostrano)…

L’allestimento – minimale al punto da risultare quasi assente – mette al centro gli oggetti. Questi sono esposti senza orpelli, appoggiati a superfici o ‘tavoli’ posti quasi a livello del terreno. L’effetto è quello di un accumulo, magari difficile per il pubblico meno preparato, eppure entusiasmante, in grado di scaraventare i visitatori in un universo di oggetti – splendidi e banali, unici e comuni, intelligenti e stupidi – in grado di indicare quali cose siamo – quali energie, idee, idiosincrasie, metodi, ‘distrazioni’ – anche attraverso il design. Fumetto incluso.

Ed eccoci quindi al punto. La presenza del fumetto è evidente ed esplicita. Sono infatti 10 gli oggetti che, a vario titolo, possiamo ascrivere alla matrice culturale (e industriale) del fumetto. Oggetti editoriali e non, che al fumetto sono riconducibili secondo 4 diverse prospettive: veri e propri fumetti; oggetti ispirati da fumetti; oggetti linguisticamente ‘vicini’ al fumetto; oggetti progettati da autori di fumetto. Non mi dilungo in una lista, e lascio parlare le immagini (con opportune didascalie) qua sotto:

Primo fumetto di Antonio Rubino, realizzato all'età di 6 anni (1886)

Cane del Signor Bonaventura (1925)

Gormiti: prototipi in cera (2005); disegni preparatori (2008); personaggi (2010). Di Gianfranco Enrietto

Codex Serafinianus, di Luigi Serafini (edizione Franco Maria Ricci, 1981)

Spiritelli Gibaryon, Igort (1990), Collezione Alchimia Spiritelli

Carnivora, Massimo Giacon (2010) - intarsio in scagliola

Bertrand, Massimo Iosa Ghini (1987) - miniatura, Memphis

Pablo Echaurren, Este-tica (2001) - Este Ceramiche

Collana "Un sedicesimo", tra cui Federico Maggioni (2008-2010) - Corraini Editore

Fotoromanzi 'Utopia' e 'La lotta per la casa', Gruppo Strum (1972) realizzati per la mostra "Italy: the New Domestic Landscape", MOMA New York

Fotoromanzi, Gruppo Strum (1972) realizzati per la mostra Italy: The New Domestic Landscape, MOMA

Li avete visti. Grandi fumettisti del passato come Antonio Rubino, e autori contemporanei come Igort, Massimo Giacon, Federico Maggioni, impegnati sia nel fumetto che nella realizzazione di oggetti. Ma anche giocattoli, come il cane del Signor Bonaventura di Sergio Tofano, figura di punta del Corriere dei piccoli di inizio Novecento. E poi diversi autori o prodotti ‘tangenziali’ al fumetto, come un oggetto di Massimo Iosa Ghini, architetto e designer già parte del gruppo Valvoline nella “Linus” negli anni ’70; o come i Gormiti del fumettista Gianfranco Enrietto; o i “fotoromanzi d’artista” del Gruppo Strum; una ceramica dell’illustratore-pittore e fumettista Pablo Echaurren. E su tutti (almeno per me) lo splendido Codex Serafinianus, uno degli oggetti editoriali più bizzarri della storia del graphic design italiano – guardatelo e poi ditemi da dove ‘viene’ la post-psichedelia del fumettista Jim Woodring.

Fate un giro a vedere Quali cose siamo: ho la sensazione che, come italiani – e fumettofili – vi riconoscerete.

Per le immagini: grazie a Triennale (Damiano, Marco, Valentina).

E grazie anche ad Alessandro Mendini (che chissà: magari si riesce a realizzare un certo progetto discusso insieme)

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[Salone del Mobile 2010] Bagni Misteriosi strikes again

Proseguiamo l’esplorazione fumettologica nel/del Salone del Mobile 2010. E oggi parliamo di bagni e di monumenti. Anzi: di un bagno-monumento.

Premessa. Un anno fa circa, per la collana di guide urbane ZeroGuide 2009, il fumettista Paolo Bacilieri aveva scelto di ritrarre Milano seguendo le disavventure immaginarie di un noto protagonista dell’arte italiana del Novecento: Giorgio De Chirico, alfiere della pittura metafisica.

Reimmaginato in chiave contemporanea, il De Chirico di Bacilieri era presentato anche con una seconda “identità segreta” di supereroe, l’improbabile Capitan Biscotto. Un alter ego pop di De Chirico, innamorato di una giovane milanese della quale seguiva – affiancato dai cameo del ‘vero’ De Chirico – gli spostamenti attraverso alcuni luoghi significativi della città :

Tra questi luoghi, Bacilieri aveva scelto di inserire uno dei monumenti più bizzarri di Milano. Un’opera davvero semisconosciuta, e da diversi anni abbandonata in uno spiacevole stato di degrado. Si trattava dei “Bagni Misteriosi“, una scultura progettata proprio da De Chirico nei suoi ultimi anni (1973) in occasione della mostra “Contatto Arte/Città”, organizzata per la 15a edizione della “Triennale di Architettura di Milano”. Una immagine di repertorio è questa:

Come sa chi ha avuto occasione di visitare la sede della Fondazione Triennale, la scultura – una sorta di “fontana metafisica” – è sempre rimasta visibile, all’interno del parco Sempione, in quello che nel frattempo è diventato (recintato) il giardino di Triennale. L’immagine di Bacilieri era questa:

Ebbene, dopo anni di attesa, i Bagni Misteriosi sono finalmente restaurati. Una presentazione del lavoro di restauro è avvenuta già a Gennaio, ma con l’opera ancora coperta da una tensostruttura volta a proteggere gli ultimi pezzi non restaurati, i due “nuotatori” realizzati personalmente dall’artista (gli originali andranno al nascituro Museo del Novecento, e in loco verranno poste due copie). Qui un’immagine del restauro ‘coperto’:

foto: courtesy of Triennale Milano

foto: courtesy of Triennale Milano

Proprio in occasione del Salone del Mobile, la scultura è stata finalmente del tutto restituita alla città, togliendo la copertura e lasciando così in bella vista il complesso, pur privo – al momento – dei due nuotatori. Un piccolo, splendido esempio di grande arte pubblica – e uno strano oggetto/monumento – che torna a “parlare” a Milano (“pre-annunciato” da una guida illustrata/fumettata?). Piccole soddisfazioni provocate dai grandi eventi urbani. Qui di seguito, qualche immagine scattata tra ieri e oggi:

(grazie AndreaC., ValentinaB., MarcoM. & Triennale)

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