Fumetto a Ferrara (con Internazionale)

Torna l’appuntamento annuale con il Festival di Internazionale.

Tre giornate di ottimo giornalismo, come sempre. E anche di eccellente “fumetto di realtà”. Non mancheranno i collaboratori regolari del settimanale, come Gipi e Neil Swaab. E ci sarà anche l’illustratrice Anna Keen (mi rendo conto che non saprei ancora riconoscerla; finalmente, dopo anni a decodificarne i tanti disegnini).

E quest’anno ci sono anch’io. Al servizio di una bella chiacchiera incrociata tra due degli autori che – lo ammetto – stimo di più al mondo: Emmanuel Guibert e David B. Lo garantisco: incontrerete due artisti davvero interessanti – non solo da leggere, ma anche da ascoltare. Saremo qui:

sabato 2 ottobre

11.30 Cinema Apollo

Voyage en Italie

David B.
disegnatore francese
Emmanuel Guibert
disegnatore francese
Conduce l’incontro
Matteo Stefanelli
Università Cattolica di Milano
In francese
con traduzione simultanea

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Post-BilBOlbul blog post

Un mese dopo Angouleme, torno a scrivere al rientro da un festival. Niente post scritti di getto, questa volta, tra un evento e l’altro. Ma dopo tre giornate trascorse a BilBOlbul (Bologna), ricche di occasioni e incontri interessanti, mi ritaglio almeno lo spazio per qualche (frammentario) commento.

– Rispettando le attese, a BilBOlbul 2010 si sono viste anche quest’anno le migliori mostre italiane dedicate al fumetto. Quelle prodotte nell’ambito di un festival, almeno. Grandi artisti degnamente valorizzati; protagonisti popolari celebrati con cura e brio; giovani talenti ben selezionati; location interessanti; allestimenti stimolanti; percorsi espositivi ragionati e poco didascalici. Le altre manifestazioni fumettistiche italiane non offrono una programmazione paragonabile (d’altro canto Bilbolbul non presenta un modello fieristico: il cuore dell’offerta non sono gli stand ma le mostre) e raramente mostrano la medesima apertura culturale e qualità curatoriale (c’è ancora chi crede che una “bella mostra” sia solo l’esposizione di tavole di un bravo autore). Una conferma, quindi, che colloca l’evento bolognese in linea con le migliori esperienze internazionali dei veri e propri festival culturali di fumetto – (quasi) al passo con il festival “Fumetto” di Lucerna – e che ne marca la distanza dal modello ‘storico’ dei Saloni di tradizione fieristica, Angouleme o Lucca inclusi.

– Gli incontri sono stati, in gran parte, ben più di semplici passerelle. Autentici dibattiti, alcuni. Chiacchierate piene di buone idee, altri. Momenti di spettacolo (perché no?) ben riusciti, qualcuno. Ben altro rispetto a quello sciatto ‘compitino’ cui si riducono gran parte delle presentazioni editoriali in tante occasioni fumettistiche (soprattutto italiane, dannazione). Cercare le persone giuste da affiancare; proporre spunti di discussione interessanti; mescolare esperienze e profili (professionali o culturali) differenti: BilBOlbul ci ha provato e, spesso, c’è pure riuscito.

I reportages dal festival che arriveranno nei prossimi giorni/settimane vi racconteranno cosa è accaduto qua e là. Da parte mia, tra le esperienze interessanti che ho “portato a casa”, mi limito a ricordarne quattro o cinque:

– la discussione Gipi/Bruno/Fofi, e la presentazione del nuovo lavoro di Igort, sono state ricche e interessanti. Dal mio punto di vista i complimenti più sentiti li merita Andrea Bruno, che ha saputo tenere testa a quel chiacchierone di Gipi e al piglio combattivo di Fofi con una dura eleganza, offrendo ai lettori la possibilità di affacciarsi con schiettezza al suo percorso di narratore non riconciliato. La sua forza si è vista e si è sentita. E se la sua visione resta dolorosa e sferzante, fino quasi a infastidire, sentirlo parlare con tono tenace ma sereno mi ha fatto capire quanto il suo lavoro sia sempre più necessario, oggi, per nutrire quella volontà di ‘resistere’ che appartiene a tutti noi, anche nella gelatinosa Italia di questi tempi.

– durante la chiacchierata che ho condotto con Emmanuel Guibert, ho provato qualcosa che non mi era mai capitato prima: seduto al tavolo dei relatori, intervistandolo, ho trattenuto l’emozione. Fatemi spiegare. Raccontando del suo Fotografo, Guibert non ha quasi parlato di sé. Ha raccontato dell’amico Didier Lefèvre, il vero narratore e protagonista. Lo ha fatto con passione, con l’affetto per un amico morto troppo presto, ma soprattutto con allegria e un entusiasmo sereno, sorridendo e scherzando, illuminandosi di continuo. Ha raccontato non tanto le difficoltà della carriera e della vita di quel reporter, ma l’energia che il suo lavoro ha lasciato dietro di sè. Come un etnografo, ha descritto i piccoli dettagli che compongono il puzzle di una vita, e come ne ha seguito le tracce, condividendone alcune esperienze, ricostruendo frammenti di quelle disperse o dimenticate, e infine dedicandosi semplicemente a far circolare la propria testimonianza su di essa. Infine Guibert ci ha fatto bene allo spirito, raccontando l’episodio di un giovane clandestino afghano, arrivato in Francia e ‘salvato’ dal passaparola del libro (grazie a una lettrice bibliotecaria) che lo ha condotto nelle mani di uno dei co-protagonisti della storia – l’ex medico Régis – fino a regalargli una nuova vita da cittadino normale. Non so quanti artisti siano capaci di testimoniare e quasi ‘generare’ questo sincero entusiasmo per la vita sociale, pur attraversando certi drammi e asprezze del mondo. Non so quando mai mi ricapiterà di scriverlo, parlando di fumetto: è la statura di Guibert come uomo, il vero dono dell’incontro di cui sono stato testimone, lettore tra i lettori, domenica mattina. Una statura morale piena e limpida, che passa per i suoi lavori e li rende qualcosa di più di semplici reportage o “racconti di vita” (come direbbe un etnografo), ma occasioni per ricordarci perché stiamo insieme. E a cosa serve. E perché è così dannatamente potente. E difficile. E in fondo splendido.

– l’incontro dedicato ad Antonio Rubino è stato certamente meno importante ed emozionante. Ma per chi come me ha dedicato, negli ultimi due anni, tanto tempo al Corriere dei Piccoli, è stata una bella occasione. Per continuare a parlare di quello straordinario patrimonio culturale, ma in un modo diverso dalle aule universitarie o dagli articoli, giocando – insieme a Fabio Gadducci, Igort e agli eccellenti Tuono Pettinato e Squaz, disegnatori rubiniani dal ‘vivo’ – con un pubblico che all’80% non ne sapeva quasi nulla, e che ci ha seguiti fino alla fine “scoprendo” la forza del grande illustratore sanremese. E poi Daniele Barbieri ha fatto un’azzeccata incursione nel dibattito, offrendo una piccola ma precisa chiave intepretativa sull’ “ossessività”, tipicamente geometrica e rubiniana, degli ottonari del Corrierino. E poi abbiamo regalato tre copie del libro a tre spettatori che hanno davvero giocato con noi (realizzando alcuni testi in rima, su pagine di Rubino cui avevamo levato i testi). E poi abbiamo fatto venti minuti di lezione bellissima, quasi senza rendercene conto. Gadducci ed io ci siamo sentiti a casa, a chiacchierare di un autore importante, bravissimo e dimenticato – ed è stato semplicemente un grande piacere. 

– Liniers è uno di quegli autori che come dire, fan venire voglia di abbracciarlo. Perché non so se avete capito, ma Macanudo in Argentina (e Spagna) sta generando un movimento impressionante, e Liniers è riuscito là dove nessuno prima: nel più antico quotidiano argentino, La Naciòn, organo conservatore legato da sempre ai “poteri forti” dell’establishment militare e cattolico, è riuscito a farsi spazio inserendo il proprio lavoro disordinato e guascone, con un successo impensabile dai tempi di Quino e della sua Mafalda. Per dire: il grande Matt Groening dei Simpsons lo ha contattato e gli ha scritto perché, semplicemente, lo adora. Nella chiacchierata che abbiamo fatto domenica sera alla Feltrinelli ci ha deliziati con la grazia contagiosa di un giocoliere distratto, arrivato a Macanudo un po’ per caso, sempre e solo divertendosi, e sempre tenendosi lontano dal rendere il suo lavoro un’occasione di vanto per primeggiare su chicchessia – lui che è più amato, letto e influente di un Forattini. Che piacere, Ricardo.

– quasi un intero dopo cena l’ho passato con Riccardo Mannelli, che non conoscevo. Un vero piacere, uno spasso, e una bella lezione sul ruolo del disegno (satirico) nel contesto dell’editoria giornalistica odierna. Disinvestimenti e censure inclusi.

Che poi BilBOlbul abbia anche dei limiti è fuori discussione. Perché il Festival perfetto non esiste, nemmeno nel mondo dei folletti di Macanudo. Ne faccio presenti due. Il modello logistico decentrato, per esempio, pone problemi al (scusate il termine) core target della manifestazione, che talvolta pare un po’ abbandonato a sé stesso, privo di veri punti di riferimento che non siano la Sala Borsa. E se un festival costruisce la propria identità anche intorno all’esperienza di un luogo-chiave, come spazio di aggregazione e centro di smistamento per i flussi organizzativi – una bussola e un motore – beh, allora qui bisogna riconoscere una certa fragilità dell’attuale logistica, magari sufficiente per il target periferico (i visitatori occasionali dei singoli eventi) ma che pare dispersivo a quei visitatori che cercano momenti di raccoglimento, pausa o ricarica tra una visita e l’altra.

Un secondo limite è quello relativo alla matrice curatoriale. La logica dominante nella progettazione delle mostre resta infatti quella della ‘monografica d’autore’. Manca in gran parte una logica tematica, certamente più complessa (non fosse che per le difficoltà di mettere insieme mostre collettive) ma di cui si sente sempre più l’esigenza, per esplorare uno scenario articolato come il fumetto seguendo chiavi di lettura trasversali e comparative.

Ma ciò che BilBOlbul sembra sempre più offrire – persino in questa edizione “della crisi”, con qualche mostra e incontri ridotti rispetto al 2009 – una evidente regia culturale. Non solo presentare novità e parlarci sopra, ma fare dialogare e incontrare gente anche sconosciuta tra loro – fumettisti, artisti, critici, editori – provando a mescolare con cura le carte, e non giocando sempre la stessa partita. E’ stato bello vedere incontrarsi direttamente sul palco, o poco prima, persone chiamate a confrontarsi e discutere in pubblico, in barba ai soliti riti di scuderia con cui tanto comicdom tende a (dis)educare il proprio pubblico. E questa sì che è energia positiva. Soprattutto per un festival che vuole crescere di sana e robusta costituzione.

Emmanuel Guibert, o l’etica della testimonianza

Emmanuel Guibert, parigino di 45 anni, è un autore raro e necessario. Sarà ospite al Festival BilBOlbul, per una serie di mostre e incontri (tra cui uno insieme al fotografo Massimo Sciacca e al sottoscritto). Questo è un breve intervento che ho preparato per il magazine/blog del festival, pubblicato ieri qui.

Qualche coordinata preliminare. Nella sua ormai articolata carriera Guibert ha realizzato fumetti fantastici e realistici, per bambini e per adulti. Ha disegnato una serie di grande fortuna per i piccini come Sardina dello Spazio e, sempre con Joann Sfar, ha illustrato Les Olives Noires (inedito in Italia) e La figlia del professore. Per un altro compagno di atelier, Marc Boutavant, ha sceneggiato le avventure scolastiche del piccolo asino Ariol. Insieme all’eccellente David B. ha invece realizzato Le capitaine écarlate. Infine è il creatore di alcuni graphic novel di impianto documentario: La guerra di Alan, e il più noto Il Fotografo, realizzato insieme al reporter Didier Lefèvre e con la collaborazione di Frederic Lemercier. Alla fine del 2009 Guibert è stato insignito del Premio alla carriera dall’ottimo Festival “BD Boum” di Blois, che ha voluto riconoscerne la splendida traiettoria artistica, “fatta di libri atipici, sinceri e pieni di umanità”, come ha sintetizzato il magazine BoDoi.

Fin qui, la bibliografia essenziale. Invece di illustrarvi in dettaglio il suo intero percorso bicefalo, tra pulsione al fantastico e realismo, vorrei però passare direttamente al cuore del suo lavoro. E in estrema sintesi, potrei dire così: a differenza di tanti ottimi autori, Guibert non è solo un artista dotato di alcuni specifici tratti stilistici, una certa identità narrativa e un immaginario personale che ne fanno un autore efficace, brillante ed elegante. La preziosità della poetica di Guibert va riconosciuta perché, almeno ai miei occhi, possiede qualcosa di ancora più importante: una visione del mondo e dell’uomo.

Il nodo centrale, nell’opera di Guibert, è nel praticare un’idea preziosa del lavoro dell’artista e del narratore: testimoniare l’identità umana dell’uomo. Un’idea rara in genere, che nel fumetto suona particolarmente originale. Anche perché non si tratta di un elemento fra gli altri, ma il motore stesso del progetto artistico di Guibert. I suoi due lavori più importanti e personali, La guerra di Alan e Il Fotografo, sono tra i più splendidi esempi di “fumetto di testimonianza” mai visti, accanto forse al solo Maus di Art Spiegelman. Le fondamenta di questo approccio sono poggiate, in modo esplicito e radicale, su un atteggiamento di empatia fra l’artista e gli uomini di cui Guibert decide di raccontare le vicende. In questi lavori, infatti, l’autore non solo racconta storie, ma lo fa partendo dall’assunto che raccontare è portare alla luce uno sguardo sul mondo propriamente e profondamente umano. E questo avviene attraverso un modo di procedere che, a sua volta, è anch’esso profondamente umano, perché si alimenta della relazione di condivisione tra amici (Didier per Il fotografo, Alan per La guerra di Alan), e della fiducia accordata dall’autore al loro specifico sguardo sul mondo.

Il Fotografo racconta una spedizione di Medici Senza Frontiere durante l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS iniziata nel 1979. Il fotogiornalista Didier Lefèvre si unisce a questa missione nel 1986, per documentare gli sforzi di un gruppo di medici impegnati a portare assistenza medica alla popolazione afghana. Dalle rischiosi traversate delle montagne al confine Pakistano schivando le bombe, ai problemi di comunicazione, fino alla difficile integrazione sociale, questa esperienza arriverà quasi a costare la vita a Lefèvre.

La guerra di Alan narra invece la vita del soldato Alan Cope, reduce della Seconda Guerra Mondiale trasferitosi in Francia dopo il conflitto. L’opera segue la vita di questo giovane militare, il suo addestramento e l’esperienza di una guerra in cui non sparerà un solo colpo. Ne percorre non le grandi conquiste, ma i piccoli episodi di banalità, ingenuità, incompetenza, tra momenti quasi comici e istanti di acuto orrore. La guerra vissuta da Alan diventa così la storia delle persone, delle amicizie passeggere o lunghe una vita, dei piccoli grandi incontri che popolano l’esistenza e i ricordi di un eroe qualunque, cui il tempo ha regalato uno sguardo benevolo sul proprio passato.

Nel Fotografo e nella Guerra di Alan l’autore è quasi del tutto assente. Guibert tende a sparire, non racconta in prima persona, cede il posto alla soggettività altrui. Quella di Didier Lefèvre o Alan Cope, persone reali le cui esperienze, vissuti e percezioni Guibert cerca di ricostruire e indagare, senza integrarle o arricchirle con valutazioni ‘esterne’. Nel caso di Lefèvre, l’arretramento di Guibert è persino nel linguaggio artistico: le sue tavole lasciano spesso spazio alle fotografie del reporter. Il lettore è posto di fronte a vicende riferite non solo da una voce narrante – il mero strumento tecnico della ‘soggettiva’ – da uno sguardo ‘incarnato’ cui Guibert sottomette il proprio progetto narrativo, aderendovi senza tentennamenti. Una scelta compiuta a monte, e naturalmente fortemente voluta. Dal punto di vista del metodo, Guibert ha infatti raccolto e registrato nel corso di anni le memorie orali di Lefèvre e di Cope. Ha quindi trascritto le interviste e, come un vero etnografo, ha considerato il ‘racconto di vita’ dei suoi amici il solo orizzonte legittimo entro cui procedere. Un dato sul quale l’intervento del narratore deve limitarsi a offrire una sintesi che sia una rappresentazione rispettosa, ancorata alla soggettività delle percezioni dell’amico intervistato. Guibert china la testa, si allontana dalla scena, e da dietro le quinte sollecita gli attori a “dirsi”, ponendo le domande giuste per permettere di testimoniare le loro piccole, ma esemplari esperienze.

“Sono stato lo sceneggiatore e il disegnatore di una storia vissuta, sotto il controllo permanente di chi l’aveva vissuta.”

In entrambi questi lavori la cornice è sempre la guerra, ma il vero tema è un altro: la memoria, l’esperienza e, soprattutto, la qualità dell’esistenza di chi ha saputo vivere una vita per illuminare gli altri – un amico o una comunità – con la forza del proprio esserci. Queste storie ci dicono infatti non solo “è così che è andata”, ma anche “è così che era giusto fare”. L’esperienza di Alan Cope e di Didier Lefèvre diventano occasioni per dirci della dignità dell’esistenza, e di come la differenza la facciano i modi in cui, pur nella più drammatica delle condizioni come la guerra, l’umanità sia la più potente risorsa per mantenere la rotta della vita. Una qualità esistenziale che sconfina, nel caso de Il Fotografo, con l’impegno civile, perfettamente rappresentato dal desiderio di assistere gli altri come modo per affermare la superiore dignità di un destino sociale vissuto autenticamente. Ma anche una qualità che, nel caso de La guerra di Alan, ci dice più in generale del valore della vita, nascosto nei dettagli delle relazioni vere, la cui intensità genera un sentimento di pienezza vitale, un entusiasmo per l’esistenza che è la vera anima dell’atteggiamento umanista di Guibert.

“Penso che gran parte di quello che faccio sia condizionato dall’entusiasmo che mi ha trasmesso la mia infanzia, questa idea che la vita è qualcosa che va celebrata”.

Leggero e profondo, semplice e luminoso, lo sguardo di Guibert è a sua volta una testimonianza della dimensione etica del fumetto e dell’arte come la forma più alta dell’esperienza. “L’essenziale è che delle persone possano dire qualcosa dell’esperienza umana, e che questo rimanga. Alan non ha avuto la mia vita, eravamo differenti, ma avevamo abbastanza cose in comune per comprenderci e apprezzarci, e ha detto delle cose che mi hanno sufficientemente segnato perché io ne fossi, almeno, un testimone”.

BilBOlbul 2010. Programmi?

Questa settimana, fumettologicamente parlando, è tempo di Bilbolbul, Festival Internazionale di fumetto, 4a Edizione.

Poco tempo per il blog. Tante occasioni per discutere. La mia parte ‘ufficiale’, con vari ospiti&partner&amici, la farò qui:

Venerdi 5, 12h00
ACCADEMIA DI BELLE ARTI
LoSpazioBianco Top 10 2010
> con Alberto Casiraghi, Enrico Fornaroli, Andrea Plazzi, Sergio Rossi e Davide Reviati

Venerdi 5, 19h00
RAM Hotel
Bambini sugli alberi. Inaugurazione mostra di Joanna Hellgren
> con Joanna Hellgren

Sabato 6, 18h30
LIBRERIA FELTRINELLI RAVEGNANA
Quel genio di Antonio Rubino
> con Fabio Gadducci, Igort, Squaz, Tuono Pettinato

Domenica 7, 12h30
BIBLIOTECA RENZO RENZI
Raccontare il Reale. Lo scatto e il disegno
> con Emmanuel Guibert, Massimo Sciacca

Domenica 7, 15h00
BIBLIOTECA SALABORSA AUDITORIUM
Ridisegnare città. Le visioni urbane di Zero
> con Gabriella Giandelli, Fabian Negrin, Giacomo Nanni, LRNZ

Domenica 7, 17h30
LIBRERIA FELTRINELLI RAVEGNANA
Macanudo!
> con Liniers

Poi ci sono gli eventi cui di certo non mancherò..(..di arrivare in ritardo), come:

Sabato, ore 14.30
Galleria stamperia d’arte Squadro
Sponge cake – Inaugurazione mostra di Pierre La Police

Sabato, ore 19.30
Cineteca di Bologna – Sala Espositiva
Il fotografo – Inaugurazione mostra di Emmanuel Guibert e Didier Lefèvre

Sabato, ore 22.30
Locomotiv Club
PIC NIC Party

Poi c’è tutto il resto. Troppo, per essere pianificabile.

E infine ci sono i tortellini. Che danno tanta energia. Che ce n’è tanto bisogno.

Ci vediamo a Bologna.


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