Breve incursione nel fumetto di Emilio Giannelli (1981)

Poco più di 30 anni fa – era il novembre del 1981. Emilio Giannelli non collaborava ancora, come disegnatore satirico, al Corriere della Sera: era invece – se non erro – appena arrivato a Repubblica.

Come recita la didascalia accanto al disegno, pubblicato nel secondo volume della peraltro discutibile collana: “Scandalo P2: Bruno Tassan Din, manager della Rizzoli, di fronte alla Commissione d’inchiesta”:

Nel 1991 Giannelli passerà al Corriere. Dieci anni dopo.

Disegno satirico e giornalismo surrogato

Ha debuttato in edicola, tra i collaterali del Corriere, la collana Giannelli – la storia sono loro. Una raccolta piuttosto vasta (20 anni) di vignette del disegnatore satirico del primo quotidiano italiano. Ma soprattutto, per noi, un’occasione da manuale per ribadire un vecchio problema: il livello sconfortante in cui versa la cultura del disegno nell’informazione italiana.

Dalla presentazione online:

Giannelli, il grande vignettista del Corriere della Sera racconta 30 anni di vita italiana. Politica, attualità, costume: le migliori vignette di un autore di satira dal tratto inconfondibile, una matita affilata che non ha mai risparmiato niente e nessuno.

Il contenuto-tipo dei volumi è semplice: vignette, nient’altro che vignette. O meglio, le vignette (pagina destra) sono alternate a didascalie (pagina sinistra) che illustrano la notizia cui ciascuna vignetta è riferita, per offrire un po’ di contesto.

Anzi, un altro contenuto c’è, almeno nel primo tomo: un breve testo. Il cui obiettivo è ‘presentare’ il volume. E in cosa consiste la presentazione di un simile libro? In un articolo (di Marco Ascione) che offre un riassunto in tre pagine del periodo cui il volume si occupa. Un bignamino sulle notizie principali del 2011.

Nessuna parola, invece, sulla “matita affilata”, o sul “tratto inconfondibile” citate nel testo di presentazione. Emilio Giannelli è il protagonista di una collana in 11 volumi, ma del suo utilizzare il linguaggio del disegno (al di là del giudizio di valore) non si fa parola (alcune sue idee in proposito le trovate in una recente intervista).

E cose da dire ce ne sarebbero. Quantomeno, più che sulla affilatezza (assai discutibile nel paese dei Teja, Scalarini, Galantara, Altan…), sul suo essere “inconfondibile”. Perché per il Corriere il segno di Giannelli è senza dubbio un elemento di forte caratterizzazione grafica:

  • la sua linea sempre accompagnata dal tratteggio, con texture per abiti e oggetti, ha contribuito non poco a rafforzare l’identità cromatica della grafica di via Solferino: l’inconfondibile grigio Corriere.
  • la sua costruzione di corpi lievemente squadrati, legnosetti, si è sposata pienamente con l’identità un po’ ingessata del quotidiano (un tempo detto) “della borghesia produttiva”, o con i toni “istituzionali” del più tradizionalista tra i quotidiani nazionali.

Insomma, anche senza entrare nel merito dello stile e dei riferimenti, su un vignettista come Giannelli ci sarebbe da dire. Ma in quanto disegnatore, e non (solo) in quanto narratore (satirico) di certe notizie. Perché le vignette sono disegno, e non (solo) una forma – simpatica, semplice, visiva – di giornalismo. Insomma, il disegno satirico non è un surrogato del giornalismo.

Come è noto, in USA o UK l’attività di quelli che noi chiamiamo vignettisti è comunemente detta editorial cartooning. In Francia, dessin de presse. In entrambe i casi è evidente sin dal termine che il disegno ne è l’elemento costitutivo, la lingua con cui comunica.

In Italia, invece, l’uso della parola vignetta (rotonda, efficace, quasi musicale) si è accompaganto a una progressiva perdita di senso del disegno che in essa è sostanza. Per certi versi si può dire che abbia trionfato il “contenitore”: la vignetta come box, scatola grafica il cui contenuto (linguistico) è relativamente indifferente. Una visione del dispositivo para-teatrale, come il palco per uno spettacolo di burattini, per quanto immateriali.

Marionette disegnate, la cui presenza è giustificata da una funzione pseudo-giornalistica più che di de-formazione grafica del reale: questa è la condizione cui pare essersi ridotta molta satira disegnata italiana, sempre più distante dalla tradizione della caricatura. Un percorso perfettamente sintetizzato da un Vauro, passato ormai al ruolo di cabarettista-disegnatore come ospite “recitante” nel programma di Michele Santoro. E in uno scenario ormai ingolfato da disegnatori di mediocre abilità segnica (da Forattini a Disegni), non è un caso che riescano a suscitare interesse culturale e affetto popolare solo due generi di ‘vignettisti’:

  1. da un lato quei dessinateurs de presse che dal disegno si sono progressivamente allontanati (le vignette di Ellekappa sono quasi dei monogrammi; quelle di Bucchi sono collages e mashup grafici);
  2. dall’altro, quelli che riescono a riappropriarsi del valore comunicativo del disegno, declinandolo però in contesti nuovi, come la rete (è il caso di Makkox).

Il giornalismo surrogato con cui si ritiene di dover presentare Giannelli; il caotico assemblaggio di marionette con cui si ritiene di dover costruire periodici satirici come il Nuovo Male o il Ruvido: effetti collaterali di una visione del disegno satirico da cui è espunto il ruolo centrale del disegno. E che sarebbe ora di tornare a mettere al centro.

Silvio = Tax Willer

Persino Emilio Giannelli è d’accordo (sul Corriere di oggi): B. è ormai credibile quanto un personaggio “da fumetto”

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