Nirvana, un fumetto per ridere (in Italia)

Una delle novità più attese della edizione di Lucca Comics che inizia domani è Nirvana. Una serie umoristica di Emiliano Pagani e Daniele Caluri, tra i principali collaboratori del Vernacoliere e già creatori di Don Zauker.

Con questa serie l’editore (Panini) cerca di replicare in qualche modo il successo di Rat-Man, uno dei rari ‘cult’ prodotti dal fumetto nazionale negli ultimi 20 anni. Naturalmente sarà difficile, ma con due dei migliori talenti comici del fumetto italiano, e in un panorama umoristico che – tra un Male e l’altro Male – sembra gareggiare ai campionati di minestra riscaldata, credo che le chance di costruire un prodotto piacevole e riuscito ci siano.

Prima di leggerlo, mi permetto una nota a margine. Che vuole essere uno spunto di riflessione, a partire dall’immaginario a cui attinge la serie. Sperando non sembri una “lettura preventiva”, ma solo una domanda su un tema più vasto: che ritratto del paese emerge dalla produzione umoristica italiana (di fumetto), e quale funzione sociale svolge nel contesto di oggi?

Nirvana racconterà le vicende di un “piccolo farabutto” nell’Italia di oggi, Ramiro [dal comunicato]:

un piccolo farabutto scaltro e intelligente che vive la sua vita nell’Italia di oggi, senza rispetto per niente e per nessuno, imbrogliando chiunque gli capiti davanti, compresa la pedante fidanzata Cristy.

Un’idea radicata pienamente nell’oggi, dunque: Nirvana parla un po’ della nostra Italia di oggi, e di un certo “italiano” odierno. Da qui la mia domanda, che va al di là delle considerazioni sulla tecnica comica (e le risate, in questo senso, credo proprio non mancheranno): quale idea dell’Italia rappresenterà e, (più o meno) di conseguenza, come verrà vissuta dai suoi pubblici? Volendo semplificare – parecchio – immagino due interpretazioni opposte:

  • una lettura “critica”, che ribadirà soprattutto la distanza tra la realtà di Ramiro e l’Italia ‘reale’: Ramiro come “caricatura” di una certa Italia – e certi italiani – eccessiva, di cui prendersi gioco ribadendo la propria “differenza”.
  • una lettura “realista”, votata a sottolineare soprattutto la vicinanza tra Ramiro e ‘noi’: il canonico “così fan tutti”. Il cui rischio è noto: l’accondiscendenza verso un immaginario dell’Italietta che non smette di prodursi e riprodursi nei media, anche attraverso il fumetto.

Naturalmente, non avendo ancora letto nulla, il mio resta un esercizio, fatto solo per condividere una domanda (il bello di un blog non è anche questo?) e chiedervi – se ne avrete voglia – di tornarci sopra. Per altri versi, non è che la curiosità di un sociologo interessato a osservare le relazioni tra lettori di fumetto e (auto)rappresentazioni dell’Italia contemporanea. Ma in un paese che ha ormai ampiamente spappolato il concetto di satira, mi pare un esercizio inevitabile. E siccome della deriva consolatoria di tanto umorismo “satirico” – da Forattini a Striscia la Notizia (e persino le Iene) – abbiamo piene le scatole, non posso che augurare a Nirvana di tenersi il più possibile distante dalla seconda ipotesi.

Bonus track. Una sequenza tratta dal primo numero della serie è leggibile sul sito del Tg3.

Nel frattempo, i due autori hanno realizzato una mini-campagna online, con brevi video dallo stile casereccio:

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I supereroi: non ci riesco

Nell’ultimo anno ne ho letti, di testi sui supereroi. Dai testi accademici ai commenti critici agli articoli giornalistici, insomma, non è che siano mancate le buone (e le cattive) letture. Però devo dire che il più spassoso – scritto come una satira, ma centrato come un editoriale, e che potrebbe ben integrare quanto scrivevo ieri – è stato forse questo:

Lo ammetto: non ci riesco.

Ho smesso di leggere i supereroi all’età di 15 anni, quando pensavo che non avessero più niente da dire e che fossero destinati ad un lento, inesorabile, declino. Sbagliavo, naturalmente. Oggi i supereroi sono ancora protagonisti incontrastati del mondo del fumetto e anche del cinema, se vogliamo. Ma restiamo sul fumetto.

Da diversi anni a questa parte alcuni autori, quasi tutti di origine britannica, hanno saputo dare nuova vita e nuovo ritmo alle storie di supereroi. I supereroi si sono rinnovati, hanno saputo stare al passo coi tempi, con la cronaca, con la realtà di tutti i giorni. Non è vero, non per me, almeno. Mi scuso anticipatamente con tutti voi che leggete, amate, scrivete o disegnate supereroi, ma io non riesco a leggerli. Non più.

Un personaggio come Superman ha senso negli anni ’50, non nel 2010. Ed infatti è relegato in un’immaginaria Metropolis, che sembra proprio una città degli anni ’50. Oggi, nel mondo dei satelliti e di internet, verrebbe subito scoperto e magari costretto ad andare da Rolando, il parrucchiere delle dive, per modernizzare il proprio taglio di capelli. L’attualizzazione dei supereroi è stata fatta – tranne rare eccezioni – percorrendo una strada sbagliata.

Capitan America che se ne va in giro per le strade di Kabul a picchiare talebani non è accettabile, nel 2010. Sulla seconda guerra mondiale possono raccontare quello che vogliono (visto che già lo fanno numerosi politici e revisionisti di ogni genere) ma le moderne guerre in medio oriente (pardon: missioni di pace) sono costantemente sotto gli occhi di tutti. Ci sono i tg, gli inviati speciali, le riprese amatoriali e quelle dei satelliti. Oggi c’è wikileaks, cazzo!

Se si vogliono raccontare storie sulle missioni in medio oriente, bisogna farlo per bene, o almeno meglio di quanto non facciano Paul Jenkins e il ministro LaRussa. Che un energumeno di due metri se ne vada in giro nel deserto afghano, pieno di mine, cecchini e kamikaze, vestito con un’aderentissima tutina azzurra e armato solo di uno scudo non è accettabile. A meno che non finisca, giustamente, in un harem a sollazzare le calde notti di qualche capo tribù.

Ok, il simpatico Uomo Ragno di quartiere ci protegge dagli scippatori perché ha perso suo zio a causa di una rapina. Ma dove sarà quando quelli della banca daranno lo sfratto all’amata zia May, perché non ce la farà a pagare il mutuo subprime? E’ tutto, come dire…anacronistico, ecco, oltre che leggermente reazionario. E comunque decisamente oltre quello il mio limite di sospensione dell’incredulità.

Il riccone che, di nascosto, la notte si traveste e va in giro a cercare persone poco raccomandabili è, nella migliore delle ipotesi, un travone o un ex presidente di Regione o entrambe le cose. Non credo a Batman, non credo a Tony Stark. Se un multimiliardario volesse davvero aiutare il prossimo, lo farebbe con le proprie aziende multinazionali, con i politici alle proprie dipendenze, con le aziende farmaceutiche e con la propria influenza sul commercio e sulle politiche energetiche dei singoli Stati. Questi sono i veri super poteri.

No, quello che loro vogliono è solamente un mantello, un costume attillato per potersi ammirare mentre svolazzano come delle pazze per i tetti e i vicoli a fare il cazzo che gli pare. La loro idea di salvare il mondo è prendere a cazzotti altri travestiti, con improbabili pettinature anni’80. Sono solo dei nerd che hanno letto troppi fumetti al punto da non saperli più distinguere dalla realtà.

Emiliano Pagani, estratto dalla Introduzione a X-Nerd, pubblicato da Doubleshot, 2010

 

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