Disegnare sui muri, al Cairo: una mappa

Che l’uso del disegno abbia avuto un ruolo importante nella primavera araba è cosa nota. In Egitto, particolarmente evidente: un po’ per l’eco avuta da un fumetto come Metro, sintomo (più che simbolo) di un profondo rinnovamento culturale del fumetto locale; un po’ perché i graffitti hanno assunto un significato potente, facendo cassa di risonanza pubblica ai messaggi di contestazione e trasformazione prodotti dai movimenti locali.

Una giovane giornalista italiana, Elisa Pierandrei, ha esplorato questo aspetto con una piccola e splendida idea: ha fotografato e geolocalizzato in una mappa online oltre 30 opere realizzate sui muri del Cairo da street artist professionisti o improvvisati, tra i grafici, illustratori e (anche) fumettisti che sono stati tra i maggiori protagonisti dell’iconografia della rivoluzione. Una mappa che presenta, per ogni fotografia, il titolo, l’autore e una breve descrizione dell’opera.

Too much thinking can kill you (Sad Panda)

Too much thinking can kill you (Sad Panda)

Supergirl (El Teneen)

Supergirl (El Teneen)

Perché parlarne in questo blog? Perché è un bel lavoro, utile a noi quanto agli stessi protagonisti, che aiuta tutti a conservare una memoria di quella fase magmatica e vitale. E anche perché il fumetto è parte integrante di questa scena, sia come risorsa iconografica di certi graffiti, sia come linguaggio praticato da alcuni di loro. E la notizia – riferitami da Elisa – che uno dei più noti e rispettati tra quei graffitari, Ganzeer, sia al lavoro su un graphic novel, mi pare un sintomo eccellente di quanto anche lo sviluppo del fumetto sia legato alle istanze di cambiamento nel Nord Africa odierno.

Tank Bike (Ganzeer & Sad Panda)

Tank Bike (Ganzeer & Sad Panda)

A questo lavoro iconologico, Pierandrei ha associato un breve ebook di impianto giornalistico, Urban Cairo. Che mi è piaciuto molto anch’esso. Perché pur scegliendo la parziale lente degli street artist, riesce a offrire un ottimo ritratto del clima della rivolta al Cairo, raccontandola in presa diretta, sul campo. E perché descrive l’attività di questi artisti – inclusa persino qualche donna – mostrando le dinamiche di una ‘scena’ nascente, ricostruendo una sorta di storia delle strade e dei muri su cui si sono depositati disegni che, ormai, sono parte del nuovo patrimonio civile e artistico di quella grande città.

Qualche breve passaggio:

Karama in arabo significa dignità. È la parola che ricorre più spesso nelle conversazioni, via Skype, con alcuni amici che conservo al Cairo dal 2000, anno in cui decisi di trasferirmi in Egitto per completare i miei studi all’Università Americana (UAC). Sono sconvolti per lo scoppio di violente sommosse popolari. Il 28 gennaio però queste conversazioni s’interrompono. In tutto l’Egitto la rete e la comunicazione tra telefoni cellulari è inaccessibile. Un black-out dell’informazione senza precedenti. Lo scopo è quello di bloccare l’effetto dirompente dei social media sulla mobilitazione alle proteste alle quali ogni giorno le autorità cercano di rispondere disperdendo la folla con l’uso dei lacrimogeni. Mi decido. Qualche giorno dopo li raggiungo. […]

Nel corso delle mie incursioni a Tahrir, mi fermo indisturbata a fotografare alcuni graffiti accompagnati da scritte che sembrano scarabocchi: queste linee sinuose celano e diffondono attacchi micidiali al regime. […] Sui muri le scritte anti-regime si moltiplicano e hanno superato i confini della piazza. Nessuno le cancella. Ogni volta che il regime attacca l’accampamento, dai social network parte l’ordine “naziluuuuuu”, che in arabo è l’imperativo plurale del verbo “scendere” (in piazza). Anche questa parola è ormai tappezzata sui muri. […]

Dopo poche settimane su una delle pareti nei pressi di piazza Tahrir, apparirà un nuovo eloquente graffito, non una semplice scritta, ma il disegno di un oggetto simbolico. Un’enorme scacchiera. Due i particolari, una maggioranza contro una minoranza, la cui pedina più importante, è rovesciata: è caduto il Re. […]

il murale realizzato da El Teneen

In Egitto, ma anche in Tunisia e in Libia, l’arte sui muri è esplosa con l’inizio della rivoluzione, dando voce nei giovani, sia in lingua araba che inglese, a un bisogno intrinseco di esprimere qualcosa di represso per decenni. Dopo aver trascorso settimane su Twitter e Facebook, un pugno di grafici, artisti e pubblicitari ha scelto la strada per esprime il dissenso. Sono informati, attivi ed impegnati e i muri del Cairo sono diventati così il loro nuovo social network. Fisico.

Non c’è episodio accaduto negli ultimi mesi che non sia stato raccontato con un graffito da El Teneen (il Dragone), Keizer, Ganzeer (Catena), Adham Bakry, Dokhan, Hend Khera, Hany Khaled, Charles Akl, Amr Gamal, Sad Panda e molti altri di cui ancora non conosco il nome. In alcuni casi si sono inspirati ai capolavori del noto street artist britannico Banksy e all’uso della tecnica stencil. Un movimento e una forma espressiva a cui è stata anche dedicata una mostra. A settembre la Townhouse Gallery ha infatti ospitato This is not graffiti curata da Soraya Morayef.

L’origine del movimento dei graffitari in Egitto risale almeno al 2007 con la nascita di gruppi come Catalyst a Heliopolis, un quartiere ricco e perbene dove si trovava la residenza del presidente d’Egitto, ma anche come quelli legati agli Ultras di calcio, movimento politicizzato, decisivo durante le rivolte del 2011. Molto spesso si trattava di atti di vandalismo piuttosto che di street art intesa come movimento artistico di protesta. Graffiti importanti si sono poi visti anche a Zamalek, altro quartiere centrale e perbene della capitale. Infine il fenomeno è emerso grazie al flusso originato da blogger e artisti come Aya Tarek, una delle poche donne del movimento, fondatrice del primo gruppo di graffitari d’Alessandria e dello studio di grafica e illustrazione Fo9 we T7t.

Insieme a questo reportage e alle fotografie, Elisa ha raccolto diversi video postati online dagli artisti stessi, da attivisti o da semplici cittadini che hanno ritratto momenti chiave o episodi emblematici della “vita sociale di questi disegni sui muri”. E allora il mio suggerimento è di ascoltare il suo racconto, a Milano, questo sabato pomeriggio alle 17, alla Casa delle Culture del Mondo. Merita, davvero.

A5 - street art egiziana si 1

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Dall’Egitto, ancora

Dall’Egitto, arrivano ancora notizie di scontri e vittime.

E ancora, tra i cartoonist al centro dell’agenda del racconto disegnato, c’è il brasiliano Carlos Latuff, che da Twitter condivide le sue vignette – semplici ed efficaci – su questa difficile fase della primavera araba:

A margine delle notizie, il pensiero va anche a un fumettista del Cairo che era in Italia solo pochi giorni fa, a Ravenna: Magdy El Shafee. Uno che ha vissuto sulla propria pelle l’oppressione di quella stessa polizia, disordinata e violenta. Un autore pieno di voglia di fare, con progetti come la fresca rivista ElDoshma:

E a questi progetti, come mi raccontava con evidente fiducia, ne seguiranno altri. Come sempre più spesso accade, in quel paese, a molti giovani fumettisti, rappresentanti di un ricambio generazionale che è una delle tante spie del radicamento sociale di questa primavera araba.

E allora dall’Egitto arriveranno altri fumetti. Ancora, e ancora.

A 5000 km dall’Africa: rivoluzioni viste (disegnate) dalla cameretta

Di fronte a notizie come quelle che arrivano ogni giorno dall’Africa, peraltro anche in paesi dove vivono e studiano ragazzi che conosco o seguo (chiamiamolo pure ‘volontariato’), alimentare un blog dedicato al fumetto non mi pare poi questa gran cosa urgente.

Tuttavia, qualche motivo per continuare a occuparsi di fumetto c’è.

Il primo è seguire le vicende e il lavoro di quei disegnatori che, nei paesi scossi dalle drammatiche ‘rivoluzioni’ di queste settimane, contribuiscono con fumetto e illustrazione a dare voce, o a fare da sponda, alle domande o alle azioni dei movimenti di ‘liberazione’. Come ha scritto Al Jazeera, “i cartoonists [l’esempio riguarda l’Algeria] sono tra quelli che sono rimasti ispirati dalla rivoluzione in Egitto e dal suo effetto domino sulla regione”. Nei giorni scorsi ho citato qualche caso particolarmente noto o interessante in Tunisia e in/sull’ Egitto. Ma certamente sono dozzine, se non centinaia, i disegnatori che si stanno dedicando a raccontare e sollecitare gli avvenimenti prendendosi anche, talvolta, un tot di rischi. Disegnatori attivi un po’ in tutti i paesi coinvolti, sia quelli in primo piano come Algeria o Egitto, sia quelli sullo sfondo, come Costa D’avorio, Gabon, Burkina Faso, Kenya, Sud Africa, che pur distanti dall’area maghrebina e mediorientale stanno vivendo situazioni tutt’altro che serene.

Il secondo motivo è invece osservare la partecipazione, anche e soprattutto a distanza, attraverso il disegno. E qui non penso ai numerosi professionisti del political cartooning che – in fondo non è che il loro mestiere – hanno prodotto migliaia di vignette sul tema. Penso invece a due casi. Da un lato il lavoro di networking svolto da progetti come Cartoon Movement, una “piattaforma collaborativa dedicata a editorial cartoons e comics journalism” che ha dato ampio spazio alle vicende africane, grazie al coinvolgimento di illustratori professionisti e non, uniti dal desiderio di contribuire, disegnando, alla costruzione sociale dell’attenzione verso i paesi in rivolta. Dall’altro, il caso del fumetto online Egypt from 5,000 Miles Away, realizzato da Sarah Glidden (il suo How to Understand Israel in 60 Days or Less, tra i graphic novel del 2010 più apprezzati dalla critica americana, uscirà in Italia per Rizzoli) e Domitille Collardey, colleghe e co-inquiline nello stesso studio:

In questo breve racconto postato sul blog dello studio, Glidden e Collardey raccontano “in presa diretta” come hanno seguito gli eventi africani. Ovvero, più o meno come tutti noi: guardando la tv – magari a caccia di Al Jazeera in inglese – usando Twitter – magari tweettando con sconosciuti egiziani – e leggendo online di qua e di là. Perdendo la speranza davanti alle repressioni, ed entusiasmandosi al procedere delle conquiste dei manifestanti. Hanno raccontato la rivoluzione raccontando sé stesse, due giovani ragazze disegnatrici, partecipando emotivamente agli eventi raccontati dai media: da un lato assaporando l’adrenalina dell’evolversi delle notizie, e dall’altro percependo l’amaro retrogusto di chi sa bene che, in fondo, sta partecipando a qualcosa di rischioso sì, ma senza rischiare nulla, coccolato dalla serenità di vivere distanti, a 5000 miglia dalle tragiche difficoltà della realtà.

Un racconto che è aneddotico, semplice, persino banale. Come la nostra quotidianità di spettatori. Insieme lontani e partecipi, grazie a quegli odiosi&amati media – inclusi il disegno e il fumetto – che sempre ci separano e ci connettono.

Rivoluzione 2.0: Egitto, Malcom Gladwell e Dylan Horrocks

Visto quel che è accaduto, nell’aria se ne sente già l’odore. Come prima di una tempesta. Aprite l’ombrello: stanno per piovere pseudo-teorie:

via Dylan Horrocks

Mubarak è andato (disegnato)

Una delle voci della protesta: il disegno. Per andare oltre una simile Storia:

Secondo Omar Abdallat:

Secondo Emad Hajjaj:

Secondo Marshall Ramsey:


Secondo Mike Lukovich:

Secondo Sherif Arafa:


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