Comics journalism by Topolino

Non va molto di moda, oggi, parlare di Topolino. Eppure resta il settimanale di fumetti più diffuso in Italia. Una buona ragione, ad esempio, per osservarlo come cartina al tornasole dei cambiamenti nella società italiana recente (e non solo – ne dico una – per il suo documentare la centralità del sistema televisivo negli immaginari nazionali). Ce ne occuperemo, a tempo debito. Quello che però mi sembra più interessante (e meno ovvio) fare oggi, è parlarne da un punto di vista propriamente fumettologico. A ben guardare, infatti, Topolino è anche uno specchio – deformato in Disney-style – delle trasformazioni culturali del fumetto odierno.

Un dato preliminare. Nelle sue pagine, un’attenzione esplicita per il linguaggio dei comics si trova soltanto in occasioni speciali: gli anniversari della testata stessa, il compleanno di un autore (es: la memorabile celebrazione di Carl Barks), qualche raro evento fumettistico, il lancio di un nuovo prodotto. L’autoriflessività di Topolino in quanto fumetto è quindi qualcosa di raro e limitato.

Tuttavia i casi interessanti non mancano. Per esempio, da qualche mese Topolino ospita una nuova sezione del giornale, ovvero questa:

La sezione si chiama “Reportage a fumetti”. Benché si annunci come una sezione redazionale (segnalata da gabbie grafiche, segnapagina e strilli), si tratta a tutti gli effetti di fumetto. Un ibrido editoriale, dunque, tra intervento redazionale e intervento narrativo. [non è un caso che il pignolissimo database disneyano INDUCKS cataloghi poco e male questi lavori, dimostrandone la difficile ‘incasellabilità: storie o redazionali?].

Due piccole osservazioni.

1. Una parola chiave per inquadrare questi lavori è comics journalism. Una tendenza recente ben nota alla critica, ma distante anni luce dal perimetro del fumetto di intrattenimento, disneyano in primis. Giornalismo a fumetti: un registro narrativo “in presa diretta”, dove il fumetto racconta eventi reali di cui l’autore è testimone, secondo un’ottica a tutti gli effetti giornalistica, e i cui rappresentanti più noti sono autori come Joe Sacco, Ted Rall, Emmanuel Guibert, Guy Delisle ecc. Il comics journalism di Topolino è naturalmente ben diverso da quello di Sacco: niente inchieste, denunce, travelogue ecc., ma puro infotainment. Sono per la maggior parte “interviste a fumetti”, realizzate dalla redazione di Topolino e poi sceneggiate (dalla visita a Radio Deejay all’incontro Elio – Ubaldo Guidoni, ma anche recensioni-test di un videogioco, come nell’esempio che vedete qui), il tutto condito con piccoli aneddoti di vita redazionale. La vita redazionale finzionale del Papersera, o di Topolino stesso, come se fossero gestiti “dal vivo” dai personaggi disneyani.

2. Lo stile visivo è inoltre del tutto inedito per Topolino, e per l’estetica del fumetto disneyano. Un primo aspetto è il disegno: al tratto, e a matita. I disegni non sono infatti ripassati a china, e l’effetto è quello di un senso di immediatezza, legato a un segno rough che è uno dei tratti estetici più riconoscibili del comics journalism. Il disegno si basa quindi su dettagli non ‘finiti’ e linee aperte. Il tutto enfatizzato da colori che simulano l’aspetto di una carta ingiallita e più ruvida, come il bloc notes di un vero reporter o – meglio – come il quaderno di schizzi del ‘vero’ comics journalist. Ma c’è un secondo aspetto. In questa ricerca di immediatezza entra un ingrediente particolarmente raro nel fumetto: la fotografia. Volti, luoghi, oggetti, dal viso di Elio a un piatto di pasta fumante. Quasi fossero materiali assemblati e incollati su un’agenda, questi reportages legittimano un effetto collage del tutto inedito nel fumetto popolare tradizionale.

Insomma, al di là della qualità giornalistica e/o narrativa delle storie, mi pare che questi “toporeportages” ci dicano due cose.

1: che il comics journalism non è che la punta avanzata di una più ampia riflessione che sta investendo il fumetto contemporaneo, ovvero quella sui registri espressivi della rappresentazione della realtà. Una riflessione evidente sia in contesti propriamente artistici o ‘documentari’ che altrove, casa Disney inclusa;

2: e che viceversa, persino il classico Topolino non è esente dal bisogno di confrontarsi con soluzioni estetiche non ‘proprie’, fino a dialogare – pur nel quadro delle proprie regole ferree – con idee assai distanti dal modello disneyano.

In gioco c’è la mutevole identità del fumetto, anche quello popolare, oggi più che mai disposto a provare strade persino anti-tradizionali pur di trovare soluzioni alla rinnovata necessità di tuffarsi nella realtà – soprattutto visiva – delle cose.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: