Disegni di mani che disegnano (parole)

Guardando autoritratti di disegnatori, un dettaglio fra tutti mi è sempre parso particolarmente interessante: le mani all’opera.

Disegnarsi mentre si disegna è piuttosto ovvio e naturale, per un disegnatore. Ma proprio per questo le differenze contano. E l’abilità – la capacità autoriflessiva – di alcuni mi è sempre apparsa nei tentativi di esprimere non solo il semplice gesto, ma la processualità dell’atto stesso di disegnare; e disegnare quel segno, quelle forme. Di più: suggerire insieme un gesto, un processo, e persino un atteggiamento.

Spulciando tra i disegni raccolti su Comicartfans, ho trovato un paio di splendidi esempi, declinati su un ulteriore sotto-aspetto: mani che disegnano parole.

E le parole che emergono dall’atteggiamento cpmulsivo e scomposto di un corpo che disegna ‘sempre’, anche quando dorme; o quelle manipolate come un filo da dipanare, un gomitolo che è un costrutto grafico – ci dicono davvero tanto di quei grandi disegnatori che erano (sono) Harvey Kurtzman e Joost Swarte:

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Imparare a disegnare, by Grant Snider

via Incidental comics

Il Premio di Disegno 2011, Museo ABC (Madrid)

Il Museo del disegno e dell’illustrazione Museo ABC, a Madrid (creato dal gruppo del quotidiano ABC), è alla seconda edizione del suo premio di disegno.

Quest’anno il premio è andato a Martin Vitaliti, un 33enne argentino che ha realizzato diverse opere in cui oltre al disegno, la carta stessa diventa un elemento protagonista. Opere tra disegno e scultura di carta, in cui il fumetto è presente come “materia grafica” distintiva:

Gipi e l’invidia costruttiva

Messa così, sembra il titolo di una di quelle storie di Zio Paperone scritte dal sublime Rodolfo Cimino. E a ben vedere, qualcosa di analogo c’è: la capacità di rendere credibile qualcosa di segreto e immaginario che, per qualcuno, risiede ai confini della fantasia.

Per Repubblica di ieri, Gipi ha scritto un intervento che era presentato come una “recensione d’autore”. Si tratta di un pezzo dedicato a due libri di Shaun Tan, in cui Gipi però racconta non tanto il dettaglio dei lavori – non è una *recensione* in quel senso – ma qualcosa di diverso. E a mio avviso, persino più personale del solito. Per personale non intendo qualcosa di simile a una cronaca o diario intimo (del genere “cosa mi è successo mentre leggevo questo e quello”). Ma una riflessione su un nodo complesso da raccontare: l’esperienza del confronto tra sé e gli altri, vista attraverso la lente del confronto tra la propria produzione espressiva e quella altrui.

Certamente è una recensione, il pezzo di Gipi. Nel senso che passa in rassegna alcuni aspetti de Il re degli uccelli e altre creature: osserva come i disegni siano ben diversi dalla “monumentalità” de L’approdo; sottolinea l’eclettismo stilistico di Tan; individua passaggi chiave nell’introduzione, e in particolare nel grande tema classico (e qui mi viene sempre da pensare a quel John Berger) del ‘disegno libero’:

negli schizzi fatti in libertà si può trovare una carica di energia che è difficile mantenere nel disegno definitivo. Questi schizzi spesso contengono tutto il segreto e la magia del disegno, delle cose che vengono dalla mano quando non si esiste, non si pensa e si diventa solo il tramite tra il Dio del disegno e il foglio.

Ma soprattutto Gipi arriva a parlare di una sensazione un po’ misteriosa, guardando dietro a un sentimento tanto sgradevole quanto normale come l’invidia, di cui riesce a cogliere – scavando in sé stesso e nella propria esperienza – quella energia vitale che non (lo/ci) schiaccia contro la recriminazione o la difesa, ma funziona come scintilla creativa. “Invidia costruttiva”: una scintilla che fa male e che insieme rinfresca attraverso lo stupore: “masochismo e meraviglia”, conclude.

Succede che, vedendo il lavoro di altri che sono andati più avanti di noi e che hanno avuto maggiore costanza e migliori intuizioni, si possa provare questo dolore. L’importante è tramutarlo in lavoro e non fargli prendere quel connotato distruttivo e maligno al quale il termine stesso di “invidia” viene automaticamente associato.

Insomma, ho trovato il pezzo di Gipi un’analisi limpida e rinfrescante. Perché è questa la forza che hanno le analisi offerte dai (bravi) narratori: emergono dalle storie. Come quella raccontata da un (ex?) fumettista, in grado di scavare dentro al suo contesto – il fumetto – per restituirne piccoli segreti emotivi che, in fondo, ci attraversano tutti:

Negli anni vissuti a Parigi, in stretta vicinanza con amici e autori di fumetto di enorme talento, questa invidia era comparsa più volte. Vedendo le tavole nascenti di Cinquemila chilometri al secondo di Manuele Fior, per esempio, o il nuovo vitale e raffinatissimo stile grafico dei Quaderni ucraini di Igort, o, ancora, l’umorismo graffiante e stralunato dei racconti di Alessandro Tota e il genio della narrazione di Giacomo Nanni. Spesso, con gli altri autori ci mostravamo i lavori in corso. Credo di poter dire che il sentimento di “invidia costruttiva” provato da me nel vedere i loro lavori sia stato corrisposto, a volte. Lo spero, almeno.

La cosa buffa è che questo sentimento non ci allontanava, al contrario ci avvicinava come se giocassimo nella stessa squadra e, in qualche modo, ogni passo in avanti di uno potesse facilitare l’avanzare di un altro. Certo, quel passo doppio avremmo voluto farlo tutti noi, ma in quel momento lo aveva fatto solo uno, sarebbe arrivato il turno di ognuno, infine.

PS  Una copia completa del testo è qua.

Disegnare il disegnabile

Uno dei temi ricorrenti del fumetto e, inevitabilmente, uno di quelli davvero rilevanti, è il disegno. Ma quando il fumetto “parla” di disegno, lo fa in modi molto diversi. Semplificando, potremmo vederla così: da un lato ci sono i fumetti sul disegno, dall’altro i fumetti sul disegnabile.

I fumetti sul disegno sono un genere classico – per certi versi sempre più diffuso e di moda – con parecchi esempi interessanti, dal Blotch di Blutch al recente Inverno del disegnatore di Paco Roca. In questi lavori, il disegno non è un ingrediente fra i tanti, ma un elemento esplicito e centrale della narrazione. Talvolta persino una sorta di protagonista, come accade alla “manualistica disegnata”, bizzarro sottogenere di pedagogia visiva frequentato da Will Eisner come da Zep.

In questo filone, potremmo dire che il significato del disegno si sviluppa intorno a un continuum che va dalla sua presenza in scena (per esempio nel manga Bakuman, che racconta la carriera di due autori) fino alla sua assenza apparente (come in Hicksville o Blotch, i cui ‘capolavori’ sono sempre discussi ma mai visibili), passando per i più diversi valori che può assumere per i personaggi. Un caso estremo recente, è il disegno come abilità magica, “potere” donato a un giovane artista dagli dèi come risorsa per “vedere” nell’animo delle persone, nel manga Genkaku Picasso di Usamaru Furuya (Star Comics).

I fumetti sul disegnabile sono diversi. Il loro oggetto non è tanto il disegno in sé, quanto una particolare esperienza: richiamarci alla situazione percettiva dell’ “assistere a un disegno”. Ovvero sollecitare la nostra consapevolezza – implicita nella pratica “naturale” di leggere un fumetto – dell’esistenza di uno scarto di credibilità tra disegnato e disegnabile. E allora arriva il difficile: provo a spiegare cosa intendo. Partendo da un esempio recente: un bel manga popolare.

[lettori frettolosi, scappate ORA!]

Un brevissimo inciso, a mo’ di premessa. John Berger ha scritto:

Una linea, un’area di colore, non sono davvero importanti perché registrano quel che avete visto, ma per via di quel che, a partire da lì, sarete portati a vedere.

Proprio in questo senso ho trovato davvero brillante il manga Buonanotte, Punpun di Inio Asano (Panini Comics). Un autore riconosciuto per i suoi racconti di vicende giovanili, un po’ melodrammatico, molto dotato tecnicamente, ma la cui marcia in più in questa opera – una serie ‘adulta’ (un seinen manga) – mi pare stia nel mettere in scena alcune emozioni, paradossi e segreti del regime del disegnabile.

Nel dolceamaro coming of age di Punpun, bimbo che vive l’agitazione e lo spleen del passaggio all’adolescenza, Asano mette in scena tre questioni importanti in relazione al disegno:

  • Il primo è la diversità di Punpun. Che è un uccellino stilizzato, bidimensionale, e non un ‘uomo’ tridimensionale. Appartiene al regime della finzione, nel mondo iperreale della figurazione di Asano. Punpun è dichiaratamente, e drammaticamente, “finto”.

  • Il secondo è il paradosso visivo. Punpun non è solo 2D, bensì è uno scarabocchio impreciso, non ben definito, instabile. La ‘finzione’ che è Punpun, paradossalmente, è la verità della sua esistenza: come segno, forma disegnata. Punpun è uno schizzo su carta.

  • Il terzo è il mistero della sua “origine”. Se il mondo reale in cui vive nel manga nasce da una finzione (il ‘patto’ della rappresentazione), e se lui però non vi appartiene perché ‘finto’ in modo diverso (cioé vero in quanto scarabocchio nel patto tra autore e lettori), insomma: da dove viene Punpun? A quale realtà/rappresentazione appartiene? Punpun non esiste nel mondo (disegnato) ma nemmeno in quello (vero) di autore/lettore, se non come schizzo. C’è dunque del vero (lo schizzo) nel finzionale (la rappresentazione): perché Punpun è la traccia di una pratica – il disegno di Asano – che emerge come metafora ‘visibile’, e quindi, qui, paradossale. Punpun non esiste ma potrebbe esistere. Punpun è solo un’idea credibile in quanto disegnabile.

Buonanotte, Punpun ci presenta quindi non tanto (non solo) una parabola estetizzante sul valore emotivo del disegno – la stilizzazione come simbolo della giovinezza, l’abbozzo come simbolo dell’adolescenza – ma una domanda sullo statuto dell’immagine disegnata. A cosa stiamo assistendo? A una rappresentazione (il mondo del manga Punpun) su quale funzione narrativa svolge un oggetto-simbolo 2D (il character Punpun-lo-schizzo) in un ambiente 3D? Io credo si tratti di qualcosa di più semplice e insieme più sottile: essendo la rappresentazione dichiaratamente “finta”, quel che è in scena è uno scarto. Un dilemma cognitivo. E lo scarto tra il mondo ‘reale’ del manga e l’irrealtà “vera” di Punpun equivale allo scarto tra noi e il fumetto. Ma al contrario: Punpun non può che credere al suo mondo disegnato, ma solo a patto che noi si creda alla sua disegnabilità.

Noi lo capiamo da dove viene Punpun, perché capiamo che è (anche) un gesto del disegnatore, che è lo spazio dei segni su carta che guardiamo prendere (la sua di) forma: che è il (suo) disegno il nostro patto.

Per questo Buonanotte, Punpun non è quel che spesso si tende a rubricare come metafumetto. Nel senso che non mette in scena, svelandoli con una mise en abyme, i meccanismi del linguaggio fumettistico. Però è certamente un fumetto ‘meta’. Perché attraverso un racconto di formazione ci offre – anzi ci forza a – l’autoriflessione sulla natura dell’esperienza percettiva che chiamiamo ‘leggere fumetti’. I cui piedi ben piantati nell’essere disegno ci sono sempre straordinariamente vicini (i fumetti sono sempre ‘disegno’), ma di rado sono visibili con questa chiarezza e naturalezza. L’esperienza che facciamo leggendo il manga di Asano è quindi la consapevolezza del piano cognitivo su cui siamo collocati come fumettolettori, che chiama in causa la relazione tra il nostro sguardo e il testo fumettistico: credibile solo in quanto disegnabile, dicevo.

La questione sullo sfondo è quella che richiamavo con John Berger all’inizio. Decisiva per cogliere (ricordare) in cosa consiste il nostro rapporto con il disegno: il disegno non registra, ma permette di vedere.

Per quanto tecnicamente perfetto – e nel caso di Asano lo è – il disegno non è mai un’impronta della realtà (e dei suoi oggetti-modello), ma della mano, della mente, degli ‘accidenti’ – come ama dire un grande disegnatore quale José Munoz – del contatto tra corpo e carta. Dei fantasmi di chi disegna, e di chi li accoglie e li (re)interpreta. Come dice Philippe Marion, l’enunciazione grafica (del disegno, e quindi anche del fumetto) porta sempre con sé un effetto-firma:  una traccia inevitabilmente idiosincratica, che rimanda all’irriducibile relazione con l’espressione soggettiva del corpo-disegnatore.

Davanti a un quadro o a una statua, lo spettatore tende a identificarsi con il soggetto, a interpretare le immagini in quanto tali; davanti a un disegno si identifica con l’artista, usando le immagini per acquisire l’esperienza consapevole di vedere attraverso gli occhi di chi le ha create [John Berger]

“Vedere attraverso” gli occhi del disegnatore – che poi non implicano veramente uno sguardo rivolto al mondo, ma una ‘visione’ immaginaria e/o mentale: lo sguardo-non-sguardo attivo nel disegnare – è esattamente il tema centrale di Buonanotte, Punpun. Un tema cognitivo-rappresentazionale così centrale da essere perfettamente colto dai lettori. Come testimoniano le parole usate anche da alcuni mangafan, che hanno usato varie metafore per descrivere l’ambiguo statuto dell’esperienza cognitiva di leggere questo affascinante fumetto.

Ad esempio Spaced Jazz, che ha scritto per il sito Shoujo Manga Outline:

Il protagonista, Punpun, cessa di essere un personaggio predefinito per diventare quasi un simbolo, un avatar in cui il lettore trasfigura se stesso

Oppure Yupa, nel blog personale Mag Mell:

Già, cos’è PunPun? Una qualche strana bestia? Un essere scivolato nel nostro Mondo da qualche dimensione lontana? Una sorta di spettro? Un individuo condannato a presentarsi sotto una vesta quasi monodimensionale? O è un qualunque normalissimo ragazzino del Giappone metropolitano d’inizio XXI secolo, che la mano dell’autore ha trasfigurato, ridotto ai minimi termini dell’immagine fumettistica? PunPun lo vediamo così solo noi lettori, per convenzione?

La natura di Punpun – bimbo, uccellino, esserino 2D, icona-avatar, simbolico fantasma grafico – non è poi così importante: conta in quanto espressione, forma disegnabile. Importa quel che permette a noi di fare della sua improbabile esistenza: crederci, per passarci attraverso. Per finire dove? Là dove ci può portare il disegnabile, ciò che esiste solo in quanto disegno: a seguire la traccia – l’impronta-firma di un corpo-autore – ovunque e da nessuna parte. A seguire la traccia del disegnatore per vedere – con lui, come lui, o solo grazie a lui.

Il ‘bello’ del fumetto, allora, è anche questo: riuscire a generare – non sempre, ma nemmeno troppo di rado – in forme narrative popolari, un’esperienza di quello strano “vedere” e “vedere attraverso” che è il disegno.

Il bello di ricordarci che il disegno è “il luogo dove cecità, tatto e somiglianza s’incontrano” (sempre John Berger, naturalmente).

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