Analisi quantitativa del fumetto Bonelli

Dei tanti strumenti con cui è possibile analizzare il fumetto, uno dei meno praticati, e dal sapore più retro’, è certamente l‘analisi quantitativa. Ebbene sì: questa è solo la premessa. Ok, vi capisco: se siete impazienti, cliccate e andate alla tabella più sotto. Poi però tornate qui, ok? Se vi azzardate a non seguire, al prossimo appello d’esame di Fumettologia Comparata vi aggiungo un libro in più da studiare! In tedesco! [questo fine sarcasmo sancisce il duro inizio della nuova stagione di appelli d’esame]

Nella storia della fumettologia – inciso accademico – questa tecnica ha vissuto la sua “stagione d’oro” tra fine anni 40 (sull’onda della “moda” lasswelliana) e i 60 (messa in crisi dal mix McLuhan + semiologia + cultural studies), soprattutto negli Stati Uniti, quando veniva utilizzata all’interno delle metodologie della cosiddetta content analysis, praticata soprattutto dalle scienze sociali che volevano studiare alcuni ‘temi’ presenti nei prodotti a fumetti (magari per compiere, talvolta, improbabili inferenze sociologiche – ma non è questo il punto. Non oggi). Una delle applicazioni più brillanti resta il lavoro di Francis Barcus (1963), “The World of Sunday Comics.

Ciò che mi pare interessante oggi di questa tecnica, però, va al di là dell’analisi dei contenuti, con cui si è risposto a domande talvolta utili, ma spesso anche assai superficiali/generiche o parziali, come: quanto ricorrono, e associate a quali aspetti, le donne nelle daily strips? quanto (e in relazione a cosa) ricorre il tema della razza? quali i generi principali nelle strips del tale editore tra 1900 e 1959? quali fumetti si sono occupati di salute e medicina negli anni 80? quali sono le cause di morte più citate nei crime comics degli anni 50? quanto sono presenti scene di combattimento nelle serie Image? quali i personaggi storici più presenti tra i supereroi DC? E i valori sociali? E le differenze di classe? E anglismi&arcaismi&ismi? Donne nude? ecc… Ciò che mi interessa, sarcasmo metodologico a parte, è invece la dimensione quantitativa di un’analisi, diciamo, “strutturale” – NB: da  non confondere con strutturalistadel fumetto.

Proviamo a fare qualche esempio, con altre domande – anche qui, solo in parte utili in parte (quasi) irrilevanti – attualmente prive di risposta. Quanti sono gli autori italiani attivi in USA (o Francia) dal 1980 a oggi, e quanti in particolare dal 2000? Di quanti volumi è composto, in media, un manga di successo? Quanti film-tratti-da-fumetti sono stati realizzati in un secolo – e quanti di questi appartengono agli ultimi 20 anni? Quanti anni dura, in media, una serie giapponese rispetto a una serie francese? Quante vignette compongono un manga e quante un fumetto di supereroi? Quante tavole ha disegnato Hugo Pratt, e quante Moebius? Quante ne ha sceneggiate Stan Lee, e quante Gianluigi Bonelli?

Tutto questo per inquadrare – guardando un po’ oltre – un piccolo, parzialissimo caso italiano.

Uno dei rari casi di analisi quantitativa del fumetto nel nostro Paese, e volta non ai contenuti ma ai dati produttivi e strutturali, è il lavoro pluriennale svolto da uno storico appassionato – libraio – fanzinaro toscano, Saverio Ceri, tra le anime della rivista (ora scomparsa) “Dime Press”, interamente dedicata al fumetto di casa Bonelli.

Ho sempre trovato intrigante il suo costante lavoro catalogativo. Certamente, da un lato, ha tutto il sapore di una pratica tipica, da sempre, dei comportamenti compulsivi del fandom (e in quanto tale, apprezzata dai fans in quanto “trivia” o curiosità). D’altro canto, è un esercizio analitico di grande aiuto per comprendere, con la sintesi di cui sono capaci i dati quantitativi, alcuni aspetti significativi della realtà fumettistica del nostro Paese. Sul blog di Moreno Burattini (che saluto e ringrazio) scopro che Saverio Ceri ha ripreso quelle che “Dime Press” chiamava ‘statistiche’ – e che più propriamente sono vere e proprie analisi quantitative – sulla produzione Bonelli: pagine prodotte in totale, per serie, per annata, per autore; testate per anno, per durata e altro. Sarà interessante seguire queste analisi periodiche. Mi limito, qui, a segnalarne una, che risponde a questa domanda: chi sono stati gli autori più prolifici della scudieria Bonelli? Una domanda interessante tanto più oggi, ormai prossimi al 70° anniversario della casa editrice simbolo del fumetto italiano. La risposta, per quanto riguarda gli sceneggiatori, è questa:

  1. G.L.Bonelli (39552 tavole)
  2. Nizzi (34794)
  3. Nolitta (33808)
  4. Castelli (27067)
  5. Boselli (25439)
  6. Mignacco (18424)
  7. Manfredi (17195)
  8. Burattini (17115)
  9. Piani (16122)
  10. Berardi (15964)

E i disegnatori? Eccoli:

  1. F.Gamba (21520)
  2. Ferri (19968)
  3. Galep (15571)
  4. Bignotti (14413)
  5. Donatelli (12234)
  6. Letteri (10945)
  7. Diso (9482)
  8. G.Ticci (8801)
  9. Polese (7855)
  10. Di Vitto (7428)

Che cosa ci permettono di cogliere queste cifre? Innanzitutto un fatto storico: i più prolifici sono autori del passato, ormai scomparsi (alcuni anche da oltre un decennio). Un fatto che riguarda però più i disegnatori che gli sceneggiatori. La domanda cui non rispondono, invece, è: perché? Una domanda che non può ricevere che risposte complesse, che vanno dalla ovvia riflessione sull’arco temporale di attività, alle trasformazioni delle dinamiche e dei ritmi produttivi della fabbrica-Bonelli. Risposte che coinvolgono, più ampiamente, l’intero scenario della creazione e produzione di fumetto popolare oggi.

Insomma: analisi “micro”, su un solo caso e su solo alcuni aspetti (per dirne un altro: sarebbe interessante analizzare gli incrementi di prezzo degli albi, mettendoli in relazione con l’andamento dell’inflazione, dei redditi medi o del costo della vita). Ma pur sempre interessanti e utili per studiare – e quindi capire, spiegare, raccontare – la traiettoria del fumetto nella nostra società.

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