Buoni propositi per autori: pubblicare, o morte

Dean Haspiel, fumettista americano, rispondendo a Jimmy Palmiotti che twittava recentemente l’antico adagio (diffuso in ambito accademico) “publish or perish”, ha rilanciato negli Stati Uniti un punto essenziale nel dibattito sulle condizioni – in profonda trasformazione – del mestiere di fumettista.

Fatta la tara della mia traduzione veloce e approssimativa, la sostanza è questa:

Ottenere del lavoro da parte degli editori di franchise fumettistici [leggi: DC, Marvel, Image…] è più difficile che mai, e ormai pochi altri editori pagano anticipi che garantiscono introiti sufficienti per campare. La maggior parte dei contratti sono pensati per stare in piedi sulle royalties e sui guadagni ex-post in base alle vendite. Il prodotto stampato è in concorrenza con il digitale e i profitti sono discutibili. I lettori vogliono archivi e nuove storie, ma fare soldi con l’editoria è diventato un pasticcio impegnativo e schizofrenico. Il rischio per un’azienda nel lanciare qualcosa di nuovo è diventato maggiore, e tutti i contafagioli vogliono sapere – prima di scommettere sulla tua idea – qual è la vendita dei tuoi ultimi tre libri, e se la tua idea di fumetto sta in piedi dal punto di vista multimediale, e se hai una solida base di fan. In altre parole, gli editori difficilmente pubblicano quello che a loro “piace”, e gli editori di franchise preferiscono aggiornare le loro icone vecchie di 75 anni ogni cinque anni [visto anche che hanno lavorato sodo per mantenerle in salute] invece di costruire e far crescere nuove idee che ispirino gli scrittori e gli artisti di oggi. Capisco perché sia così, ma è paranoico, pigro, e miope.

Francamente, proporre idee per nuovi progetti è una schifezza, oggi come oggi. Cosa succede se non avete tre libri alle vostre spalle, e la vostra nuova idea non si traduce in un film o un giocattolo? Peggio ancora, cosa succede se si dispone di tre libri ma le loro cifre non hanno informato lo spirito del tempo e non hanno stuzzicato Hollywood? Perché una cosa deve essere necessariamente legata all’altra per farne un fumetto cool? Perché i fumetti non si vendono come una volta. Ho capito. Mentre Internet ha livellato il campo di gioco, è anche vero che ha reso tutto una nicchia. Tuttavia, l’industria del fumetto ha una forte base di fan. Li ho visti e ci sono.

Credo allora che sia arrivato il momento perfetto, per un fumettista, di mostrare la “propria” industria. Abbiamo gli strumenti per il DIY. Abbiamo i saperi sui social networks e i fenomeni virali. Abbiamo la prova che il finanziamento con sistemi di crowdfunding funziona e che la chiave è nella community. Negli USA abbiamo un comico eccentrico come Marc Maron risorto dalle ceneri e in grado di dettare le proprie regole con il suo podcast, e i gesti celebri dei Radiohead o di Louis CK che rendono accessibili prodotti fondati sulla raccolta diretta; offerte che nessuno sano di mente potrebbe rifiutare, e luoghi come Etsy e Kickstarter che stanno cambiando il nostro modo di consumare attraverso il supporto alle opere con i nostri portafogli PRIMA che siano realizzate, in modo che possano ESISTERE senza la paura e il controllo delle aziende editoriali.

Il discorso non è nuovo: il tema è quello delle nuove opportunità offerte alla produzione/consumo di fumetto dalle forme di self-publishing e crowdfunding digitale (per esempio, ne parlavo qui o qui o qui).

Quel che mi pare significativo, però, è osservare come un decennio di esperienze online, da Serializer a Zuda, passando per progetti individuali (i non pochi webcomics USA, da Penny Arcade a XKCD) o collettivi (da What things do a Les autres gens), non abbia ancora generato uno shift tale da compensare il declino del mercato ‘cartaceo’, accelerato dalla crisi economica. E inoltre, come un simile dibattito suoni ancora distante visto dall’Italia, in cui le iniziative digitali guidate (immaginate e/o gestite) da autori sono ancora scarse e irrilevanti.

Il discorso di Haspiel, allora, lo rubricherei tra i buoni propositi per il 2012: darsi da fare di più, in questa direzione.

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Nessuno (apocalisse dell’editoria)

Su uno dei temi tecnologici che ha ormai ereditato – e rilanciato come un serial – i toni più accesi del genere noto come “giornalismo tecnologico apocalittico”, segnalo due interventi.

Un pezzo di Enrico Pedemonte, che ben sintetizza il nuovo rapporto sull’informazione di Pew Research (altro che Censis).

Ma anche un sano fumettaccio tecno-qualunquista:

bye Stickycomics via Tecnoetica

Apple immagina il futuro del self-publishing fumettistico?

Pare che Apple stia lavorando a nuovi template (da introdurre nella suite per gli sviluppatori Xcode), che sarebbero la premessa alla creazione semplificata di app-magazine commercializzabili via iTunes.

Per noi, il punto è che questo progresso – per rilanciare il mercato dell’editoria digitale dei periodici – potrebbe avere delle ricadute fumettistiche significative: la possibile nascita di un nuovo ambiente per la lettura e commercializzazione di fumetti digitali. Creati in modalità più o meno “fai da te” (uno sviluppatore servirà sempre, ma lavorerà su template e quindi esperienze fruitive già implementate).

La notizia è qui (segnalatami da lrnz) e la frase chiave che sarebbe stata detta al giornalista è:

“Imagine a guy drawing and writing a comic book. He can’t sell it to Marvel or DC so he hooks up with a programmer and within days, he’s getting his comic book published and sold on iTunes.”

Qual era quella fotina abusata che rende tanto bene l’idea? Ah, eccola:

L’editoria digitale (fumettistica) che pensa (poco) ai lettori

Qualche nota a margine di una interessante lettura sugli scenari dell’editoria digitale. Ovvero le riflessioni del brillante Richard Nash, intervistato da Giuseppe Granieri per La Stampa:

«Il digitale, per come la vedo io è il luogo della scoperta e del sampling, quindi non necessariamente un luogo per guadagni siginificativi. I compensi per chi crea contenuti (e per chi lavora per produrli e distribuirli) saranno nei prodotti fisici e nelle esperienze create intorno a questi prodotti (che siano sincrone, asincrone, in presenza, a distanza)».

Rispetto alla visione generale, mi pare che sia il dibattito sia le attuali iniziative del fumetto digitale (italiano in primis, ma non solo) siano ancora arretratissime. Al di là della fase iniziale di puro posizionamento (“esserci”), la strategia degli editori di fumetto sembra essere quella di vendere i fumetti – gli stessi fumetti (omotetici, direbbero i francesi) – solo su un altro canale/piattaforma.

Sampling: strategia ancora poco diffusa da noi (certamente non per Piemme/Stilton, Eura; un po’ – ma parliamo davvero di casi piccoli e parziali – presso BeccoGiallo online, Canemucco su iPad, Disney/Topolino online, e Tunué online – anche se quest’ultima ha inizialmente insistito sulla vendita di ‘pidieffoni’ di discutibile leggibilità).

Sorpresa/curiosità: fermi al palo, direi. Costruire siti web o apps come estensioni o espansioni narrative, booktrailer che non siano slideshow, forme testuali che non siano pidieffoni ma “altre” (mi vengono in mente solo qualche sito Disney, le apps di Pimpa, Canemucco e Pandalikes) richiedono naturalmente sforzi ideativi e competenze progettuali che stentano ad emergere.

Poi c’è la questione dei diritti digitali e degli autori che fanno a meno degli editori. «Io credo», argomenta Nash, «che la maggioranza degli scrittori dovrebbe cercare il partner giusto, quello in grado di mettere l’autore in contatto con più lettori. Se questo partner non è in grado di sfruttare al meglio i canali digitali, non è il partner giusto. […] più passa il tempo più gli scrittori dovrebbero imparare a scegliere compagni di viaggio non basandosi sul “contenitore del contenuto” ma basandosi sulla capacità di dare un “contesto” al contenuto.

Che gli editori di fumetto siano in grado di ragionare su un modello di business che non preveda solo la vendita di contenuti, ma la costruzione di contesti ed esperienze, beh, direi che (al di là dell’occuparsi spesso di mostre) siamo ancora lontani da una sensibilità del genere.

Poi c’è la questione del self-publishing digitale:

«La chiave per capire il loro successo [quello degli scrittori self-published digitali] non è molto diversa dai casi precedenti, dalla precedente generazione di autori che si sono autopubblicati. Innanzitutto il fatto stesso che ci abbiano provato, mentre molti rinunciavano. Poi, in seconda battuta, il fatto che sono autori che si focalizzano sui lettori a differenza di chi si siede e aspetta che il mondo scopra il loro genio. Terzo, ma questo si applica solo alla Hocking, sono stati fortunati.

Che gli editori siano ritenuti un attore ‘superabile’ con l’autoproduzione digitale, è una possibilità in alcuni casi, ma anche una grande illusione. Certo, direi che tranne il caso di Canemucco in Italia siamo a zero: ci ha forse provato qualcuno, in modo significativo? Esempio: esiste un caso anche solo vagamente analogo al francese Les Autres Gens?

Infine, riferendosi anche al suo progetto Cursor, Nash dice:

Noi crediamo che un editore sia una community di scrittori affini tra loro, lettori ed editor. E la piattaforma, a partire dalle sue web-app, dalle pratiche della community, dai processi di business, deve supportare questa collettività aiutandola a crescere, ad essere più felice e fare le cose in modo migliore».

Naturalmente una simile riflessione è complessa per tutti, e va ben oltre il perimetro del fumetto. Ma quel che il fumetto rischia di dovere fare, è uno sforzo di ripensamento in più: l’editoria fumettistica si è a lungo adagiata sugli allori pensando troppo a riprodurre modelli fortemente caratterizzati – “scuole” nazionali, formati standard, formule editoriali “di scuderia” – che hanno sclerotizzato l’offerta, non a caso ‘travolta’ già oltre 10 anni fa prima dal “fenomeno manga” e poi dal “fenomeno graphic novel” (con tutti i distinguo del caso).

Porsi “all’ascolto dei pubblici”, come dice Nash – che è cosa diversa dal “so già tutto quel che basta sui loro bisogni” – potrà venire solo ammettendo la premessa che essi cambiano. E sono cambiati eccome, quelli del (e intorno al) fumetto.

Poi certamente, del contesto digitale bisognerà comprendere le vecchie e nuove pratiche – non solo quindi i “gusti” nel senso degli immaginari. Per guardare ai lettori preparati per (continuare a) servirli, con contenuti ed esperienze.

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