Andy Warhol e Nico: Batman (1967)

Ebbene sì: nel 1967, per Esquire magazine, Andy Warhol e Nico posarono così:

via Retronaut (col doppio delle foto, peraltro)

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Babycosplayers

A spulciare le gallery fotografiche dell’ultimo Comic-Con di San Diego, vien da fare sociologia spicciola: va in scena una nuova generazione di nerdgenitori:

via comicsalliance e debaoki

Italia campione del mondo (di cosplay)

Direi che è la geek-news dell’estate: un team italiano ha vinto il più importante contest di cosplaying internazionale, il World Cosplay Summit 2010 (a Nagoya, Giappone). Anime News Network ricorda che non è la prima volta: l’ambita coppa andò in mani italiane già nel 2005.

Volete una notizia-nella-notizia? A guardare il palmarès, direi che ce la giochiamo col Brasile, pure qui: due palme a testa, palla al centro, e arrivederci alla prossima edizione. Mi raccomando, ragazzi: più agguerriti che mai.

Il video della performance finale (con tanto di improbabile e nerdosissimo saluto “siamo grandi, grossi, brutti e cattivi” su megaschermo della coppia di amici vincitori, Luca Buzzi e Giancarlo di Pierro, davanti a una folla che solo Laura Pasini) lo potete vedere qui:

Cosplay demotivante

Friday distraction. E questo venerdì, vi segnalo un blog. Uno piuttosto cialtrone, vi avviso. Che si occupa di cosplay, per prendersene gioco oscillando tra il benevolo e lo spietato: Cosplay Break – Demotivational cosplay.

I nuovi orizzonti della nerd-satira. Via Pierz.

Kirsten Dunst vs. Gwen Stefani: Japanization of (videomusic) culture

Uno dei più profondi – drammatici, entusiasmanti, contraddittori – fenomeni che hanno attraversato il fumetto contemporaneo è stato l’incontro/scontro con gli immaginari e i linguaggi della cultura orientale.

Quella che i giornalisti americani amano chiamare japanization del fumetto e, più ampiamente, degli immaginari giovanili, è ormai un dato di fatto. Ciò che sta accadendo oggi – mentre il mercato del manga in Asia è in crisi (e in Occidente ristagna) – è che intorno alla japanization sembrano prendere forma nuovi simboli. E nuovi stereotipi. In prima linea, la (video)musica pop continua a offrircene esempi.

Il primo esempio è noto. La cantante pop Gwen Stefani col suo primo album solista aveva realizzato, nel 2004, un progetto pienamente in linea con un’idea di japanization come risorsa di “stile”. Un visione così nitida e strategica da comprendere la costruzione di un vero brand di moda e accessori, Harajuku Lovers, nella cui definizione era visibile il peso di una estetizzazione del manga e del j-pop, filtrato dal gusto grafico e barocco dell’artista Takashi Murakami. Già, lo stilosissimo Mr. Murakami, il “Neo- Andy Warhol giapponese”: un riferimento di stile implicitamente evocato in diverse soluzioni visive, ipercromatiche, tondeggianti e flat della campagna promozionale (uno degli spot lo vedete nella videogallery di questo sito).

A qualche anno anno di distanza, oggi, l’attrice Kirsten Dunst è il nuovo arrivo in questo filone. Come cantante, compare in un recente video – prodotto proprio dal buon Murakami per la recente mostra alla Tate London “Pop Life” – in cui interpreta una majokko [magic girl] (confessate: preferite Creamy o Sailor Moon?) agghindata in perfetto stile da cosplayer. Ed ecco un nuovo simbolo: il cosplay. Una pratica espressiva pienamente appropriata dall’industria dei contenuti, mostrata qui come metafora di un modo di intendere l’Oriente che del Giappone prende solo alcuni tratti spettacolari. Un bel gioco sexy, in fin dei conti. La natura partecipativa del cosplay, ‘invenzione’ creativa di appassionati lettori hardcore, sparisce dall’orizzonte, e lascia spazio solo al racconto di una specie di guida turistica (la Dunst versione majokko) al pop giapponese, ammiccante e colorata.

Se un tempo erano il sesso, la violenza, il radicale technocentrismo, la pervasività dei consumi, oggi tocca all’alienazione (otaku e hikikomori), al fashion e alle forme di “consumo spettacolare” calcare la scena della nuova riproduzione sociale degli stereotipi sulla pop culture asiatica, e giapponese in particolare. Nient’altro che nuove forme di esotismo, mascherate (come sempre…) da ingredienti cool della società dello spettacolo.

In un Occidente affascinato e insieme spaventato dall’incontro con l’Oriente, il fumetto degli “altri” continua ad essere interpretato secondo lo sguardo stereotipico dell’esotismo. Niente di nuovo sotto il sol (levante).

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