Anteprima: Julian Assange, di Morgante e Costantini

Con questa sequenza, che ridisegna il celebre video sull’attacco degli elicotteri Apache USA contro un gruppo di civili inermi a Baghdad, si apre Julian Assange & Wikileaks (Becco Giallo), nuovo graphic novel di Dario Morgante e Gianluca Costantini:

Il volume racconta alcuni dei principali snodi storici della vicenda Wikileaks, vissuta in prima persona da Assange, i cui frammenti di infanzia, adolescenza e giovinezza si alternano alle turbinose conferenze stampa internazionali, ai processi e alle fughe. Inclusi alcuni incontri decisivi con giornalisti, amici e hackers suoi compagni d’avventura.

Il principale merito di un simile libro biografico-cronachistico mi pare non tanto nel punto di vista generale – che sposa in toto la visione di Assange, rinunciando a un corpo a corpo più ‘dialettico’ con il caso – ma nei toni del racconto: una biografia ellittica, più che il solito comics journalism in provetta. Sia nei contenuti, che rinunciano alla logica para-didattica del ‘giornalismo surrogato’; ma anche nell’impianto visivo, che offre allo stile fluttuante e astratto del Costantini in b/n (abitualmente ‘sottrattivo’) una buona occasione per costruire senso e atmosfera.

Una sorta di spigolatura e insieme un breve feuilletton, insomma. Mi è parsa buona per quelle riviste popolari, settimanali soprattutto, in cui il fumetto (non strips o due paginette: 8/16 pagine) è una risorsa di fiction per accompagnare il racconto dell’attualità, con narrazioni visive chiare ma non per questo banali. Ma poi ho pensato – ooops – che riviste del genere non esistono.

PS Il libro esce il 24 agosto. Altri dettagli qui.

PPS Beh, XXI siècle è una rivista-gioiello, ma non intendevo (purtroppo e per fortuna) quello.

Mio fratello fumettologo pensa all’Avvenire

Giusto nel caso in cui, tra i lettori di questo blog, ci siano vescovi e alti prelati (hey, guardate il flag counter in basso a sinistra: ben 5 visite direttamente dal Vaticano!), due precisazioni per chi avesse letto Avvenire due domeniche fa.

Già, perché anche il maggiore quotidiano cattolico italiano ha realizzato il suo bravo servizio sul “fenomeno graphic novel”. E lo ha fatto per benino. Un giovane giornalista ha infatti costruito un’inchiesta documentata: intervistando autori e editori, raccogliendo tesi di giornalisti ed esperti, e fornendo anche qualche dato strutturale. Il tutto, senza rinunciare a offrire una chiave di lettura propriamente ‘giornalistica’: la tendenza del comics journalism e la moda del fumetto “di cronaca”.

Ok, nulla di nuovo per noi/voi – ma se avete presente il lettore-tipo di Avvenire, beh, potrebbe essere una piacevole, piccola epifania [si noti la finissima battuta].

Coup de théâtre: tra gli intervistati, mio fratello. Ironia a parte (e il primo a divertirsi sono stato io; ok, dopo i primi 5 secondi di vertigine), Ilario è stato davvero preciso e gentile. Tranne su due punti: banale name checking, e un errore sulle fonti che, coinvolgendo il centro di ricerca in cui lavoro, preferisco chiarire.

  • nel box (in fondo al post): no, l’esperto non è mio fratello. (E occhio: Coconico è…una discoteca immaginaria?)
  • nella spalla (click qui a destra): la ricerca citata non è stata prodotta da OssCom. I dati vengono da un istituto americano (citato al giornalista: iCv2), semplicemente rielaborati dal sottoscritto per un intervento in un corso di formazione AIE.

Tutto questo, dunque, giusto nel caso in cui. Amen.

Sarà che, secondo qualcuno, ho una certa facilità a notare refusi. O sarà che bastavano 2 o 3 diottrie al massimo, per notarlo (grafici, vil razza dannata). Uff, e adesso come glielo dico al mio friendly monsignore di quartiere?


PS Ad Angouleme fa freddo. Tanto. Ma se tutto va bene, quest’anno non andiamo sotto lo zero. Son cose che fanno bene, queste, altroché.

Fumetto e giornalismo d’opinione: quel gran supplemento di LeMonde Diplo

Ormai è cosa nota: la stampa di opinione, anche quella socialmente e politicamente più schierata (soprattutto a sinistra), ha colto l’opportunità (di linguaggio) e il vantaggio (commerciale) di utilizzare il fumetto come uno degli strumenti del proprio mestiere.

Il punto oggi, diventa un altro: in che modo farlo? In quali occasioni? In che forma(to)? Su quali temi? Con quali stili? Quali autori? E le differenze sono consistenti. Anche perché gli esempi recenti sono molti, persino in Italia. I più freschi mi paiono due:

  1. Il quotidiano ecologista – legato ai Verdi – Terra, ha iniziato oggi la pubblicazione (in 3 parti, all’interno del supplemento domenicale) di un fumetto sulla figura di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica e “figura chiave della lotta ambientalista”. Autori: Paco Desiato, con Tommaso Vitiello e Nico Piro.
  2. Il quotidiano comunista Il Manifesto ha dedicato spazio al fumetto in diversi supplementi, di cui il più recente è “La Conquista – 1815-1870”, dedicato ad una ricostruzione storica dell’unità italiana (in 3 parti), con interventi di una pagina realizzati da vari autori: Luca Enoch, Matteo Scalera, Antonio Solinas, Roberto Recchioni, Diego Cajelli, Davide Gianfelice, Roberto Recchioni, Michele Petrucci, Sergio Ponchione.

Ma l’esempio più riuscito di tutti, fra quelli apparsi nell’ultimo trimestre, è francese: il supplemento Bande dessinée di Le Monde Diplomatique. Che ho finalmente finito di leggere. E che mi ha colpito per diverse ragioni:

1. Il prodotto. Il fumetto non è un mero “contenuto speciale” della testata, ma l’unico contenuto della pubblicazione.

2. La linea editoriale. L’obiettivo è propriamente giornalistico: non un “omaggio” o una “satira” su un dato tema, ma un’indagine o ricostruzione di caso. La cui elaborazione ha richiesto una vera e propria ricerca giornalistica. Non per nulla alcuni fumetti sono stati realizzati in collaborazione diretta con le firme del giornale. Insomma: sono canonici reportage, e non divertissement visivi.

3. La formula giornalistica. Ci si trova per le mani qualcosa di ben diverso dalla brevità che – soprattutto nel caso di fumetti di una pagina, come al Manifesto – riduce il contenuto ad “aneddoto”. Si tratta di lavori corposi – una decina di pagine – che consentono compiute argomentazioni, ricostruzioni documentate, e il dipanarsi del racconto di esperienze di osservazione complesse. Insomma: storie, e non aforismi disegnati.

4. Gli autori. Il supplemento è stato progettato da un team composto da giornalisti e fumettisti (il buon Morvandiau). Ma il vero punto è che il team ha scelto autori di provata esperienza proprio nel fumetto di realtà. Non fumettisti d’avventura o umoristici o per bambini, magari anche bravi, ma il cui rischio è quello di suonare come ‘commentatori improvvisati’. No: LeMondeDiplo ha scelto artisti già affermati in un campo culturale prossimo, e inoltre – tra questi – privilegiando quelli dalla più forte personalità artistica: nel sommario figurano talenti d’eccellenza – e non nel senso del botteghino – come Fabrice Néaud, Jochen Gerner, Joanna Hellgren, Maximilien Le Roy, Mazen Kerbaj ecc.

Ecco anche perché credo di dover fare qualche complimento pubblico a Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini, autori italiani che nel volume in questione hanno pubblicato “La storia di Cheikh Mansour e altre mitologie del Caucaso”, un affascinante racconto/saggio sulla vicenda cecena:

Aspetto ulteriormente apprezzabile del lavoro di questi ultimi, è che in questa occasione Costantini ha sviluppato una tecnica di disegno davvero complessa e originale. Così intensa e lenta, in termini di lavorazione, da rendere il materiale – le tavole originali – tra le più preziose che abbia avuto modo di esaminare da vicino negli ultimi anni. Piccoli oggetti di oreficeria disegnata, che intendono la committenza giornalistica – in un caso di valore come questo – con esigenza pari a quella della più appassionata e personale ricerca artistica:

E’ una tecnica che sto usando ultimamente molto difficile. Per ora avevo fatto solo delle illustrazioni tipo le copertine di GIUDA per intenderci. C’è un primo lavoro su fotografia e computer. Poi il file viene stampato su un foglio apposito e inchiostrata poi colorata con una tecnica mista che va dai pennarelli ai pastelli. Alla fine c’è un originale su carta a tutti gli effetti.

Proprio in questi giorni, sul settimanale Internazionale (n. 881) – sola oasi italiana di un approccio (anche se non sempre) espressivo al giornalismo d’opinione – Costantini ha ripreso la stessa tecnica, per una storia più agile, in due pagine, che vedete anche qua:

Non solo auguriamoci che veda la luce, prima o poi, una bella raccolta delle “Cartoline da..” di Internazionale. Non solo auspichiamo che al Manifesto continuino a investire sul fumetto, ma abbandonando la perniciosa tendenza al divertissement. Che i fumettisti e giornalisti italiani lavorino più spesso – e concretamente – insieme, co-progettando storie come quelle di Le Monde Diplomatique: questo sì che val bene qualche oncia di speranza.

Once upon a LIFEtime: comics e fotogiornalismo anni 30

C’era una volta il fumetto, medium di massa per bambini e ragazzini. Erano gli anni Trenta, e negli Stati Uniti nasceva una nuova Age of enthusiasm intorno al nascente formato ‘compatto’ chiamato comic book, diffusosi a partire dal successo nel 1934 della testata Famous Funnies.

C’era una volta, inoltre, il rotocalco di fotogiornalismo, medium di massa per le famiglie delle classi medie. Negli Stati Uniti degli anni Trenta, grazie all’editore Henry Luce, fermamente convinto che le immagini potessero raccontare – e non solo illustrare – notizie e storie, la preesistente identità umoristica e illustrata di LIFE (tra i suoi artisti, talenti come Charles Dana Gibson, Palmer Cox, A.B. Frost, J.C. Leyendecker, Norman Rockwell) viene ri-fondata nel 1936, mettendo al centro il fotogiornalismo.

La storia di queste due innovative forme culturali, il comic book e il magazine di fotogiornalismo, prese a incrociarsi presto, proprio alla metà degli anni Trenta. In quel decennio, e in quello successivo, LIFE e i suoi fotoreporters si trovarono infatti, e a più riprese, a documentare la cosiddetta Golden Age del fumetto americano, testimoniando la pervasività dei comics nei contesti domestici e nella vita quotidiana dei giovani lettori.

Una selezione di questo lavoro fotografico e giornalistico è stata recentemente presentata in uno splendido servizio, dal titolo In praise of Classic Comics, proprio sulle pagine online di LIFE, il cui sito web continua a celebrare – dopo la chiusura della testata nel 2000 – la potenza narrativa ed emotiva della fotografia, antica compagna di strada del fumetto e della sua lunga parabola storica.

Emmanuel Guibert, o l’etica della testimonianza

Emmanuel Guibert, parigino di 45 anni, è un autore raro e necessario. Sarà ospite al Festival BilBOlbul, per una serie di mostre e incontri (tra cui uno insieme al fotografo Massimo Sciacca e al sottoscritto). Questo è un breve intervento che ho preparato per il magazine/blog del festival, pubblicato ieri qui.

Qualche coordinata preliminare. Nella sua ormai articolata carriera Guibert ha realizzato fumetti fantastici e realistici, per bambini e per adulti. Ha disegnato una serie di grande fortuna per i piccini come Sardina dello Spazio e, sempre con Joann Sfar, ha illustrato Les Olives Noires (inedito in Italia) e La figlia del professore. Per un altro compagno di atelier, Marc Boutavant, ha sceneggiato le avventure scolastiche del piccolo asino Ariol. Insieme all’eccellente David B. ha invece realizzato Le capitaine écarlate. Infine è il creatore di alcuni graphic novel di impianto documentario: La guerra di Alan, e il più noto Il Fotografo, realizzato insieme al reporter Didier Lefèvre e con la collaborazione di Frederic Lemercier. Alla fine del 2009 Guibert è stato insignito del Premio alla carriera dall’ottimo Festival “BD Boum” di Blois, che ha voluto riconoscerne la splendida traiettoria artistica, “fatta di libri atipici, sinceri e pieni di umanità”, come ha sintetizzato il magazine BoDoi.

Fin qui, la bibliografia essenziale. Invece di illustrarvi in dettaglio il suo intero percorso bicefalo, tra pulsione al fantastico e realismo, vorrei però passare direttamente al cuore del suo lavoro. E in estrema sintesi, potrei dire così: a differenza di tanti ottimi autori, Guibert non è solo un artista dotato di alcuni specifici tratti stilistici, una certa identità narrativa e un immaginario personale che ne fanno un autore efficace, brillante ed elegante. La preziosità della poetica di Guibert va riconosciuta perché, almeno ai miei occhi, possiede qualcosa di ancora più importante: una visione del mondo e dell’uomo.

Il nodo centrale, nell’opera di Guibert, è nel praticare un’idea preziosa del lavoro dell’artista e del narratore: testimoniare l’identità umana dell’uomo. Un’idea rara in genere, che nel fumetto suona particolarmente originale. Anche perché non si tratta di un elemento fra gli altri, ma il motore stesso del progetto artistico di Guibert. I suoi due lavori più importanti e personali, La guerra di Alan e Il Fotografo, sono tra i più splendidi esempi di “fumetto di testimonianza” mai visti, accanto forse al solo Maus di Art Spiegelman. Le fondamenta di questo approccio sono poggiate, in modo esplicito e radicale, su un atteggiamento di empatia fra l’artista e gli uomini di cui Guibert decide di raccontare le vicende. In questi lavori, infatti, l’autore non solo racconta storie, ma lo fa partendo dall’assunto che raccontare è portare alla luce uno sguardo sul mondo propriamente e profondamente umano. E questo avviene attraverso un modo di procedere che, a sua volta, è anch’esso profondamente umano, perché si alimenta della relazione di condivisione tra amici (Didier per Il fotografo, Alan per La guerra di Alan), e della fiducia accordata dall’autore al loro specifico sguardo sul mondo.

Il Fotografo racconta una spedizione di Medici Senza Frontiere durante l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS iniziata nel 1979. Il fotogiornalista Didier Lefèvre si unisce a questa missione nel 1986, per documentare gli sforzi di un gruppo di medici impegnati a portare assistenza medica alla popolazione afghana. Dalle rischiosi traversate delle montagne al confine Pakistano schivando le bombe, ai problemi di comunicazione, fino alla difficile integrazione sociale, questa esperienza arriverà quasi a costare la vita a Lefèvre.

La guerra di Alan narra invece la vita del soldato Alan Cope, reduce della Seconda Guerra Mondiale trasferitosi in Francia dopo il conflitto. L’opera segue la vita di questo giovane militare, il suo addestramento e l’esperienza di una guerra in cui non sparerà un solo colpo. Ne percorre non le grandi conquiste, ma i piccoli episodi di banalità, ingenuità, incompetenza, tra momenti quasi comici e istanti di acuto orrore. La guerra vissuta da Alan diventa così la storia delle persone, delle amicizie passeggere o lunghe una vita, dei piccoli grandi incontri che popolano l’esistenza e i ricordi di un eroe qualunque, cui il tempo ha regalato uno sguardo benevolo sul proprio passato.

Nel Fotografo e nella Guerra di Alan l’autore è quasi del tutto assente. Guibert tende a sparire, non racconta in prima persona, cede il posto alla soggettività altrui. Quella di Didier Lefèvre o Alan Cope, persone reali le cui esperienze, vissuti e percezioni Guibert cerca di ricostruire e indagare, senza integrarle o arricchirle con valutazioni ‘esterne’. Nel caso di Lefèvre, l’arretramento di Guibert è persino nel linguaggio artistico: le sue tavole lasciano spesso spazio alle fotografie del reporter. Il lettore è posto di fronte a vicende riferite non solo da una voce narrante – il mero strumento tecnico della ‘soggettiva’ – da uno sguardo ‘incarnato’ cui Guibert sottomette il proprio progetto narrativo, aderendovi senza tentennamenti. Una scelta compiuta a monte, e naturalmente fortemente voluta. Dal punto di vista del metodo, Guibert ha infatti raccolto e registrato nel corso di anni le memorie orali di Lefèvre e di Cope. Ha quindi trascritto le interviste e, come un vero etnografo, ha considerato il ‘racconto di vita’ dei suoi amici il solo orizzonte legittimo entro cui procedere. Un dato sul quale l’intervento del narratore deve limitarsi a offrire una sintesi che sia una rappresentazione rispettosa, ancorata alla soggettività delle percezioni dell’amico intervistato. Guibert china la testa, si allontana dalla scena, e da dietro le quinte sollecita gli attori a “dirsi”, ponendo le domande giuste per permettere di testimoniare le loro piccole, ma esemplari esperienze.

“Sono stato lo sceneggiatore e il disegnatore di una storia vissuta, sotto il controllo permanente di chi l’aveva vissuta.”

In entrambi questi lavori la cornice è sempre la guerra, ma il vero tema è un altro: la memoria, l’esperienza e, soprattutto, la qualità dell’esistenza di chi ha saputo vivere una vita per illuminare gli altri – un amico o una comunità – con la forza del proprio esserci. Queste storie ci dicono infatti non solo “è così che è andata”, ma anche “è così che era giusto fare”. L’esperienza di Alan Cope e di Didier Lefèvre diventano occasioni per dirci della dignità dell’esistenza, e di come la differenza la facciano i modi in cui, pur nella più drammatica delle condizioni come la guerra, l’umanità sia la più potente risorsa per mantenere la rotta della vita. Una qualità esistenziale che sconfina, nel caso de Il Fotografo, con l’impegno civile, perfettamente rappresentato dal desiderio di assistere gli altri come modo per affermare la superiore dignità di un destino sociale vissuto autenticamente. Ma anche una qualità che, nel caso de La guerra di Alan, ci dice più in generale del valore della vita, nascosto nei dettagli delle relazioni vere, la cui intensità genera un sentimento di pienezza vitale, un entusiasmo per l’esistenza che è la vera anima dell’atteggiamento umanista di Guibert.

“Penso che gran parte di quello che faccio sia condizionato dall’entusiasmo che mi ha trasmesso la mia infanzia, questa idea che la vita è qualcosa che va celebrata”.

Leggero e profondo, semplice e luminoso, lo sguardo di Guibert è a sua volta una testimonianza della dimensione etica del fumetto e dell’arte come la forma più alta dell’esperienza. “L’essenziale è che delle persone possano dire qualcosa dell’esperienza umana, e che questo rimanga. Alan non ha avuto la mia vita, eravamo differenti, ma avevamo abbastanza cose in comune per comprenderci e apprezzarci, e ha detto delle cose che mi hanno sufficientemente segnato perché io ne fossi, almeno, un testimone”.

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