Lode della patologia (Spiegelman sul collezionismo)

Nella grande mostra curata da Art Spiegelman per l’ultima edizione del festival di Angouleme, il “Museo Privato di A.S.”, compariva un suo testo dedicato al collezionismo. Si trattava di un sentito ringraziamento al principale collezionista con cui aveva collaborato per la realizzazione della mostra, Glenn Bray, ma anche una breve e divertita disamina delle forme del collezionismo fumettistico.

Il testo si intitola “In praise of pathology”, e ve lo traduco qui.

Esistono generi molto differenti di collezionista. Freud attribuiva l’origine di questo tipo di passione ad un fenomeno di ritenzione anale, ma in fondo era spesso un guastafeste.

Da un lato ci sono gli Accumulatori, ovvero coloro che arrivano a trasformare le proprie case in pericolosi percorsi a ostacoli, con tesori e spazzatura mescolati insieme. Chiunque abbia camminato nella grande casa vittoriana di Bill Blackbeard, l'”Accademia del Fumetto di San Francisco”, un’abitazione su tre piani con solo stretti sentieri tra le altissime pile di raccolte rilegate di quotidiani presenti ovunque tranne in bagno (per paura di danni per l’acqua), potrebbe avergli diagonisticato questa patologia. Per quanto dotato di discernimento e capacità di preveggenza (Bill conosceva la differenza tra la spazzatura e i tesori meglio di chiunque altro) egli provò a collezionare Tutto… e il suo servizio alla mia forma d’arte è stato eccellente.

Io stesso presento alcuni pericolosi tratti da accumulatore (dovreste venire a vedere, prima o poi, la mia collezione di batterie semi-esauste e di evidenziatori scarichi) ma sono più un Accumulatore Casuale, ovvero di quel genere che permette a ogni genere di libri usati e di opere originali di accatastarsi accanto ai gioielli che talvolta ho impiegato anni a rintracciare. E inoltre non sono uno che si prende cura come si deve dei pezzi di valore che mi sono affidati – nessuno dei miei libri rimane in condizione ‘mint’ a lungo.

Quelli come noi non perdono tempo con i Mercenari, quella stirpe malata che colleziona principalmente per farci qualche soldo. Passiamo quindi a occuparci della specie più rara: gli Intenditori, che dedicano risolutamente le proprie vite a raccogliere intorno a sé gli oggetti che amano.

Glenn Bray, ritratto (by Gary Panter, Bob Zoell, Mick Haggerty, Lou Beach; 1985)

Glenn Bray è una bestia rara, un Intenditore Generoso, disposto a condividere e prestare le proprie preziose scoperte per mostre e libri. Con l’occhio di un artista, ha salvato e si è preso cura di un genere di lavoro di cui la maggior parte del mondo non ha mai saputo bene cosa farsene. Basil Wolverton, Harvey Kurtzman e svariati altri artisti della EC Comics, per esempio, sono in mani sicure per i posteri grazie a lui. E la sua più che sensata collezione di fumetti underground e alternativi, con una speciale predilezione per gli ‘outsiders’ come Rory Hayes, è unica nel suo genere. (Sebbene sia solo un membro di quella specie americana in via di estinzione, la vera Classe Media, Glenn ha dedicato un bel tot dei propri soldi per dventare il santo patrono per alcuni di quegli outsiders marginali, commissionando e incoraggiando il loro lavoro quando pochi altri se ne preoccupavano). Lo ringrazio per la sua passione compulsiva di tutta una vita, e per il suo generoso condividere così tanti dei propri risultati qui, per questa mostra – che senza di lui non sarebbe esistita!

Il testo, in versione tradotta in francese, è online qui. E l’originale inglese, in una (pessima) foto scattata durante la mostra, è qui:

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Collezionare dediche disegnate: una polemica sbagliata

Si avvicina Lucca Comics&Games. E se ne sentono di tutti i colori.

Una dedica di Bonfatti

L’ultima riguarda la polemica da parte di un autore (Marco Bianchini, già disegnatore per Tex, Mister No e Termite Bianca) che in una lettera aperta si scaglia contro gli abusi di una pratica tipica nelle manifestazioni dedicate al fumetto: le dediche disegnate. Ovvero, i disegni realizzati al momento dagli autori, e donati al pubblico come semplice omaggio o insieme all’acquisto del libro/albo.

Bianchini parte da una diagnosi corretta, ovvero solleva la questione dello statuto di un “mercato delle dediche”. L’autore ne fa una questione di tutela professionale, e parla di una “campagna di sensibilizzazione per la difesa del lavoro di tutti i disegnatori del fumetto”:

Ecco la principale fonte di malcontento tra i disegnatori: alle fiere regalano infaticabilmente la loro professionalità e la loro arte per poi vederla svenduta su internet: spesso vediamo disegni “svenduti” anche per 5 euro

Il tema non è peregrino, perché le dediche, disegnate e non, nascono in una logica del “dono” che, nel fumetto, è anche più ‘spinta’ che – per dirne una – negli autografi letterari. Questi disegni sono infatti piccole ‘opere autonome’, talvolta (anche se sempre meno spesso) realizzate su un supporto distinto, ovvero non sul libro ma su fogli o taccuini di proprietà del lettore stesso. E’ legittimo che abbiano un prezzo? Banale, ma sì: la ‘traccia’ di un autore è un elemento di valorizzazione sia simbolica che economica, e nel momento in cui si ‘deposita’ su un oggetto, questo acquista un valore, la cui commerciabilità dipende dal proprietario. Autore o collezionista che sia.

Liniers disegna una dedica

Che dunque questi lavori finiscano per essere sfruttati economicamente può certamente apparire poco fair. E gli speculatori esistono: i casi citati sono reali. Tuttavia fa sorridere che qualcuno ritenga la questione differente da quanto accade, e da sempre, nel mercato del collezionismo, di memorabilia o d’arte che sia. Perché questa polemica dovrebbe avere un valore per il fumetto, e non più in generale per il collezionismo d’arte o memorabilia?

La conseguenza logica sarebbe pericolosa: credere che il collezionismo possa e debba essere “governato” dagli autori, e che non abbia una sua autonomia relativa. Un aiuto agli smemorati: signori miei, il collezionismo sì, è pieno di aspetti discutibili, ma intendiamoci: non stiamo parlando di una comunità di pirati o truffatori, ma di un versante che gioca un ruolo chiave nella promozione culturale ed economica del settore.

Ma l’aspetto più risibile della polemica emerge nel punto d’arrivo. L’obiettivo operativo della campagna:

Per questo chiediamo a tutti quelli che condividono questo pensiero e che intendono attivamente spalleggiarci in questa battaglia educativa, di sottoscrivere questo documento per far sentire la loro voce e di rifiutarsi, nelle manifestazioni a venire, di prestare la loro opera gratuitamente. Da ora in poi chi vorrà un disegno potrà averlo dietro compenso o dopo aver acquistato le pubblicazioni dei disegnatori.

Una dedica di Giorgio Cavazzano

La campagna di sensibilizzazione , mossa da una diagnosi corretta (sintetizzabile così: esiste un fenomeno complesso e ambiguo come il mercato delle dediche: che significato dare a questo dato, e quali comportamenti sviluppare per evitare/limitare le derive speculative?), si risolve in un ribaltamento della prospettiva. La questione culturale si trasforma in mera questione economica. In sintesi: volete (lettori) le dediche disegnate? Pagate, o noi (autori) ci rifiuteremo. Ovvero: le dediche possono continuare ad esistere, ma in un quadro molto preciso e specifico del “patto” tra autori e lettori: un patto che diventa un mero scambio economico.

Una soluzione simile appiattisce la discussione su una visione meramente mercantile, che mortifica la posizione (l’investimento affettivo) dei cacciatori di dedicaces, che in buona parte non sono certo dei commercianti. Una “maggioranza silenziosa” che non vive la dedica disegnata come merce all’interno di uno scambio economico, ma come esperienza “unica” e personale nella relazione con l’autore e/o con il disegno.

In un altro contesto, la Francia, un simile dibattito si presentò alcuni anni fa, a metà anni 2000.

Una dedica di Marco Bianchini

Non mi pare che gli autori insistettero sul versante economico del rapporto con i lettori. Anzi. Si scagliarono invece contro i datori di lavoro. Il tema fu infatti il monte ore dedicato in fiera a questo tipo di lavoro: un lavoro intenso, fonte di introiti per i festival e gli editori, cui molti si rivolsero – lasciando da parte i lettori – chiedendo maggiore flessibilità (ad Angouleme gli stand degli editori sono curiose catene di montaggio, con autori al tavolo con tanto di dure turnazioni) e una compensazione economica: inserire le ore di lavoro in fiera nel contratto con l’editore. Risultati? Poco o nulla nei contratti (per quel che so). Ma da un lato un po’ meno di pressione da parte di alcuni autori. Dall’altro, un effetto di sensibilizzazione culturale reale, generato, diciamo, dal “combinato disposto” delle esigenze di autori ed editori.

Gli editori, infatti, trovarono la soluzione: stampare fumetti dotati sempre, o quasi, di pagine bianche o monocrome, adatte per ospitare dediche all’interno del volume stesso, e non su fogli liberi o altri supporti. In sintonia con questa scelta, molti autori presero semplicemente a rifiutarsi di disegnare su fogli liberi, chiedendo ai lettori di dare loro un libro. Aprendo a un discrimnine importante: la divaricazione fu tra editori flessibili e inflessibili. Alcuni presero a chiedere agli autori di dedicare solo opere nel proprio catalogo, altri invece lasciarono libertà di scelta ai lettori: portare all’autore una sua pubblicazione, ma qualsiasi (nuova, vecchia, di questo o quell’editore).

Ecco la differenza tra una vera campagna di sensibilizzazione (con idee, indicazioni di comportamento e soluzioni pratiche) ed una sgangherata che, in sintonia con lo zeitgeist italiano di oggi, la butta sul tema del “lavoro” ma come parola d’ordine vuota, che riesce ad annacquare sia il versante culturale della questione (stigmatizzare pratiche speculative sia degli editori che dei lettori) sia quello economico (dare un peso contrattuale alle ore di lavoro al “desk dell’artista in fiera”, o indicare comportamenti possibili: privilegiare supporti editoriali e non ‘liberi’).

David B. disegna una dedica

Con tutto il rispetto per Bianchini e per gli autori “aderenti” a questa campagna (a proposito: quanti?), un modesto suggerimento. Concentratevi solo sulla parte finale della “soluzione”: limitatevi al dopo aver acquistato le pubblicazioni dei disegnatori. Che è già molto. E non siate inflessibili, rifiutando libri fuori catalogo, o di altri editori, o persino qualche taccuino personale dei lettori-collezionisti. La dedica disegnata è un aspetto particolarmente qualificante della speciale identità che ha la relazione tra autori e pubblico nel fumetto.

Una dedica di Gipi

Le dediche sono uno di quei piccoli dettagli ‘invisibili’ che hanno contribuito a rendere particolarmente intensa l’esperienza delle fiere del fumetto, luoghi chiave per la costruzione dell’identità del comicdom. Un’identità che è anche fatta della “speciale” possibilità di interagire con autori disposti al “dono” della dedica disegnata. Cavazzano firma la dedica al suo lettore con un appellativo magari un po’ forte, ma non qualsiasi: amico. Perché non è la prima volta: quel lettore lo segue da tempo, e attraverso la richiesta di dediche ha coltivato una relazione affettiva con l’autore, che ricambia con un segno di grande cortesia e complicità.

Una complicità preziosa e distintiva, per il fumetto, che è bene non vada perduta.

Ai cacciatori di dediche più appasionati, fumettofili un po’ feticisti, faccio allora tanti auguri di buon divertimento. E alcuni li ringrazio, perché vivono questa pratica con entusiasmo e desiderio di condivisione contagiosi. A partire da ragazzi come il francese Pierrick o gli italiani Matteo e Chiara (il matteo che vedete citato nelle immagini è lui, non io), che alimentano un blog in cui si presentano così:

Siamo Mattev e Chiarav lettori e appassionati di fumetti. Forse ci avete visto in giro per le fiere a spendere soldi e a farci fare firme e disegni. Qui mostriamo il nostro piccolo tesoro frutto di tanto sudore, molte file e un pò d’astuzia

Un “piccolo tesoro” sono i lettori più appassionati. Un tesoro che si può persino coltivare.

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