FotoStoria: casa Barks

Per una di quelle coincidenze che vai a capire, dopo avere visto le foto della (sontuosa) casa di Frank King nel più recente volume di Walt & Skeezix, nei giorni scorsi mi sono imbattuto nelle foto di un’altra abitazione ‘celebre’: la casa di Carl Barks, fotografata qui nel 1906, ancora priva di elettricità (Carl è il n.4):

Lasciata nel 1918, Barks tornerà a rivederla solo nel 1995, un po’ cambiata:

via cbarks.dk

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Buon Anno da Tezuka (a Barks)

Auguri di Buone Feste, inviati – con dedica disegnata – da Osamu Tezuka a Carl Barks, qualche (chissà quale) anno fa:

dalla collezione di Antonio Menici, via Giulio

Hanno ucciso Topolino

Il dibattito ormai decennale sulla “normalizzazione disneyana” sembra riemergere con un nuovo colpo d’ala. Almeno in Francia.

E’ uscito infatti pochi mesi fa un libro intitolato L’Assassinat de Mickey Mouse, in cui Pierre Pigot (storico dell’arte) sostiene la tesi di un’evoluzione del personaggio di Topolino che lo avrebbe snaturato, dalla fase contestataria delle origini a quella conformista odierna.

Nell’universo disneyano, secondo la lettura sociopolitica di Pigot:

vediamo dei personaggi sistematicamente spogliati della loro forza, altri sottomessi a un ordine del giorno bellicoso e propagandista, un’opera grafica sabotata da diktat finanziari

Naturalmente il primo responsabile di questa parabola sarebbe lo stesso creatore:

L’assassino non è altri che Walt Disney stesso, un Disney che ha sacrificato i poteri dell’arte per attribuirsi i poteri del denaro e del consorzio audiovisivo

Insomma, ho appena iniziato a leggere il libro, ma la diagnosi di Pigot pare fosca. E tutt’altro che immotivata: con il turning point del New Deal e soprattutto della Seconda Guerra Mondiale, l’identità della creazione di Walt Disney cambiò profondamente. Anche se i toni francofortesi dell’analisi suonano caricaturali:

dans ce vaste univers bruyant et aveuglant que constituent ce que Adorno & Horkheimer appellaient les « industries culturelles », plutôt qu’une masse indifférenciable d’images univoquement jugées médiocres ou perverties, donc subsumables dans la seule idée d’un pouvoir aculturisant (Debord), il existe une constellation de singularités, de possibilités de création authentique, perdues au milieu de la médiocrité ou de la répétition, mais apparaissant malgré tout au cœur de ces mêmes appareils de pouvoir, et qui nécessitent donc, pour qu’on puisse les distinguer, que notre attention critique ne se voile pas des préjugés méprisants du « grand art », mais prenne le risque d’y plonger un regard à la fois critique et généreux, afin le moment venu d’être là lorsque l’événement créateur voit le jour, inattendu et merveilleux.

In tutto questo processo di normalizzazione, Pigot riconosce però il contributo di alcuni autori disneyani, che avrebbero portato un’energia diversa, e non altrettanto normalizzante, mentre Topolino viveva questa pesante torsione simbolica. Si tratta di Carl Barks e Don Rosa, il fondatore (e il seguace/erede/imitatore) dell’epopea dei ‘paperi’, il cui contributo ha forse mantenuto in vita un residuo importante di quella energia iniziale.

E anche su questo, effettivamente, tocca dargli ragione.

Refusi d’antan

Di recente mi è capitato di riprendere un mano un vecchio saggio di pedagogia dei media. Si tratta di Guardare intorno, a cura di Marco Dallari, pubblicato nel 1986, e dedicato – come da sottotitolo – a “un approccio pedagogico alla cultura visuale e audiovisiva”, ovvero a pittura, cinema, televisione, fumetto.

Nel capitolo sul fumetto, scritto dallo stesso Dallari, ho trovato citato uno dei più celebri autori Disney di sempre, così:

Ma tu pensa: anche i refusi mettono nostalgia.

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